di Sergio Motolese
Il fuoco che intendo qui non è quello istintivo, che spinge a reazioni in apparenza liberatorie, quali sfilare in piazza, gridare il proprio sdegno e simili; un fuoco che brucia e rischia però di bruciare anche la centratura interiore, che deve invece essere protetta e salvaguardata. Tutto ciò è umano ma rischia, se non portato a coscienza, di farci cadere nell’altro inganno.
Il fuoco che intendo qui non è quello istintivo, che spinge a reazioni in apparenza liberatorie, quali sfilare in piazza, gridare il proprio sdegno e simili; un fuoco che brucia e rischia però di bruciare anche la centratura interiore, che deve invece essere protetta e salvaguardata. Tutto ciò è umano ma rischia, se non portato a coscienza, di farci cadere nell’altro inganno.
Negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso abbiamo già sperimentato come sia facile manipolare il pensiero nelle piazze, infiltrare provocatori e altre tecniche ben collaudate. Oggi tutto ciò avviene anche nelle “piazze” televisive.
La piazza di cui parlo è un’altra, l’agorà, una piazza simbolica ma non virtuale, nella quale si incontrano individui in carne e ossa, senza l’intermediazione di piattaforme, dove si attinge dal comune patrimonio delle idee e dei concetti, dove ci si guarda negli occhi e si comunica, senza megafoni e senza imbonitori ...








