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domenica 16 aprile 2023

Foreste psichedeliche

 
Sei mai stato dentro una foresta? Ti sei mai trovato in mare aperto di fronte alla tempesta? Oppure sul crinale, sospeso nel nulla, che unisce due cime altissime e sperdute; o nel deserto infinito, o più semplicemente in un sentiero di campagna? 

di Sumak kawsay: verso un’ecologia dei sé. Sul teriantropismo a partire da "Come pensano le foreste" di Eduardo Kohn.

Non è poi così scontato, al giorno d’oggi, per un individuo nato e cresciuto nel mondo cosiddetto “occidentale”, aver vissuto simili esperienze; eppure, sono convinto che, se ti sei trovato in una di queste situazioni, o in circostanze analoghe, ti sarà abbastanza facile cogliere ciò di cui parlerò in queste pagine, riconoscerlo quantomeno. Sembrerà strano ma parlerò di come le foreste pensano. 

E non solo: di come pensano anche attraverso di noi. E arriverò persino a dire che tutti noi – umani e non umani – pensiamo esclusivamente poiché siamo costantemente attraversati dal pensiero delle foreste, e del mare, e del deserto. Di tutta la vita che ci circonda.
Ti sei mai accorto di come la foresta pensa attraverso di te?
Questa è la vera domanda ...

lunedì 18 ottobre 2021

I buoni sentimenti e le cattive conseguenze

Quelli che coltivano buoni sentimenti per proteggersi dalle brutture del mondo sono anche quelli capaci di scatenare la massima ferocia per difenderli e difendersi da chiunque si permetta di intaccarne l’integrità con la verità fattuale e contingente.

Il dualismo fra l’interiorità e il mondo esterno di queste persone tanto fragili da necessitare una censura dalla realtà, un diaframma protettivo e selettivo, un filtro che permetta una permeabilità differenziata dei fatti e delle cose, tale da poter alimentare solo la positività desiderata, la bontà tout court ― che si trasforma in affettato buonismo ― è il più efficace virus che il male abbia mai inoculato in quelli che intenderebbero combatterlo e che si trovano, malamente ingannati da quest’ultimo, a rafforzarlo e a difenderlo.

Spesso mi trovo, io che viceversa al bene arrivo maggiormente consapevole delle avversità che esso deve sopraffare per realizzarsi, di fronte a degli invasati che si rifiutano di vedere e sentire qualsiasi cosa contrasti con la beatitudine inconsapevole dell’amore universale che sono sicuri di nutrire costantemente ...

martedì 26 maggio 2020

Dimmi la verità!

Chiedere la verità è una pretesa certamente lecita, che si scontra però con alcune difficoltà fondamentali. Ciascuno di noi - e quindi anche i politici, i giornalisti, i magistrati... - posso avvicinarsi, con onestà, solo ad approssimazioni di "verità".
E' uno degli imperativi attorno ai quali abbiamo eretto la nostra società.

La chiede la mamma al bambino, la moglie al marito, il ragazzo alla spasimante in ogni situazione in cui il “vero”, per quanto temuto, costituisce (o sembra costituire) un elemento determinante per intraprendere delle scelte (punire, abbandonare, reprimere ovvero conciliare, accogliere, amare). 
“Dimmi la verità” è spesso il nodo di un bivio esistenziale, relazionale, di alta pregnanza sociale e personale.

“Dimmi la verità” è l’imperativo dello scienziato, del giudice che la chiede all’imputato e – per restare nell’attualità – dell’elettore al candidato alle elezioni: la verità sul disastro economico dell’Italia, per esempio; la verità sugli esodati, la verità sul valore dell’art. 18 e la verità sulla TAV.

La ‘verità’ scivola in terreni contigui: il giusto, il reale e l’oggettivo; sono cose assolutamente diverse da non confondere, ma fanno capire come il discorso abbia implicazioni anche etiche, oltre che operative.

lunedì 28 gennaio 2019

Il pregiudizio

Massimo Agostini

“Noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea degli usi e opinioni del nostro paese. […]
Perciò gli altri diversi da noi sembrano selvaggi, allo stesso modo in cui chiamiamo selvatici i frutti che la natura ha prodotto nel suo naturale sviluppo”
Montaigne: (“Essais”, libro I, cap. XXXI).»


La riflessione su pregiudizi ed egoismi comuni potrebbe tranquillamente chiudersi con questa affermazione di Montaigne per lasciare ad ognuno, dotato di volontà, bellezza e sapienza, il compito di procedere con la propria intima riflessione. Ritengo infatti che ogni insegnamento dovrebbe limitarsi a fornire, agli altri, spunti di analisi, ovvero di autoanalisi.

Essendo naturale la tendenza di ogni gruppo sociale al pregiudizio e all’autoreferenzialità, appare logico il rischio che anche ogni associazione, per quanto elevata culturalmente, possa essere assoggettata allo stereotipo e quindi al preconcetto, soprattutto rispetto ad altre similari organizzazioni.
Sembrerebbe infatti scientificamente dimostrato la naturale tendenza dei gruppi: nazioni, stati, etnie o semplici gruppi sociali, allo stereotipo e al conseguente pregiudizio dovuto al tipo di informazioni in esso trasmesse e assimilate.

Ed è per questo che il nostro operare nella vita dovrebbe essere scevro da verità rivelate, presupposto di ogni possibile pregiudizio, ma bensì essere caratterizzato da percorsi, intimi, personali, esclusivi, di consapevolezza; una consapevolezza che non può essere frutto di insegnamenti più o meno dotti, trovando più sicuro alimento proprio in quell’intima esperienza di analisi e nel personale confronto con la propria e altrui essenza....