E' uno degli imperativi attorno ai quali abbiamo eretto la nostra società.
La chiede la mamma al bambino, la moglie al marito, il ragazzo alla spasimante in ogni situazione in cui il “vero”, per quanto temuto, costituisce (o sembra costituire) un elemento determinante per intraprendere delle scelte (punire, abbandonare, reprimere ovvero conciliare, accogliere, amare).
“Dimmi la verità” è spesso il nodo di un bivio esistenziale, relazionale, di alta pregnanza sociale e personale.
“Dimmi la verità” è l’imperativo dello scienziato, del giudice che la chiede all’imputato e – per restare nell’attualità – dell’elettore al candidato alle elezioni: la verità sul disastro economico dell’Italia, per esempio; la verità sugli esodati, la verità sul valore dell’art. 18 e la verità sulla TAV.
La ‘verità’ scivola in terreni contigui: il giusto, il reale e l’oggettivo; sono cose assolutamente diverse da non confondere, ma fanno capire come il discorso abbia implicazioni anche etiche, oltre che operative.
“Dimmi la verità” è l’imperativo dello scienziato, del giudice che la chiede all’imputato e – per restare nell’attualità – dell’elettore al candidato alle elezioni: la verità sul disastro economico dell’Italia, per esempio; la verità sugli esodati, la verità sul valore dell’art. 18 e la verità sulla TAV.
La ‘verità’ scivola in terreni contigui: il giusto, il reale e l’oggettivo; sono cose assolutamente diverse da non confondere, ma fanno capire come il discorso abbia implicazioni anche etiche, oltre che operative.
