di Stefano Zurlo
Frustate sulla schiena liscia della modernità. Giudizi affilati come coltelli che scrostano la patina lucente del progresso e mostrano le piaghe dell’umanità, incamminata verso le magnifiche sorti e progressive.
Aforismi che fanno a pezzi il pensiero politically correct. Forse per questo la profondità di Henri-Frédéric Amiel è inversamente proporzionale alla sua fama.
In Italia, per esempio, questo irregolare svizzero, vissuto a Ginevra nell’800, non viene pubblicato da anni ed è sconosciuto ai più.
Peccato, perché le sue rasoiate fanno male e quindi fanno pensare. Lampi che squarciano la notte ottusa del più ingenuo ottimismo.
«L’uomo che non ha una vita interiore è schiavo del suo ambiente», scrive Amiel. Che poi, perfido, va ben oltre: «Dimmi cosa pensi di essere e ti dirò cosa non sei».
Poche parole, come una scossa, per fare a pezzi la coperta soffice del pensiero dominante, quello che copre le nostre fragilità, la poca voglia di guardarci allo specchio scoprendo le nostre rughe e le cicatrici profonde che il tempo lascia sulla società.
L’Illuminismo, le scoperte scientifiche, la democrazia ci spingono in avanti. C’è chi canta questo mondo favoloso, finalmente affrancato, e chi, guardandolo in controluce, ne pesa i difetti.
Il conformismo, la massificazione, la democrazia ridotta a mangime per le frustrazioni del popolo. E poi la fine del rapporto antico come il mondo fra il bene e il male. Il caos come prodotto paradossale dello sforzo razionalistico dei secoli precedenti.
Sembra di leggere i quotidiani di oggi, lo sgretolarsi del consorzio civile e il capovolgersi stupefacente della moralità.
E invece siamo a Ginevra, a metà dell’800 ...