Il percorso seguito dallo scienziato scomparso nel marzo del 1938, in accordo col Vaticano, in documenti segreti del periodo 1953-1966.
di Rino Di Stefano
Ettore Majorana alla fine di marzo del 1938 si rifugiò nel convento della Certosa di Calci, nei pressi di Pisa, con il nome di Padre Ambrogio, raccomandato dall’Arcivescovo di Pisa, Monsignor Gabriele Vettori (1869-1947), il quale avrebbe ricevuto precise disposizioni dalla Santa Sede per accogliere il docente di Fisica dell’Università di Napoli che voleva sparire per sempre dalla vita pubblica.
No, non si tratta solo di un’ipotesi. E’ qualcosa di più. La fonte è religiosa e proviene da una documentazione che risale al periodo che va dal 1953 al 1966. Documenti che hanno una lunga storia travagliata e che sono stati pubblicati, per iniziativa di un direttore di banca col pallino della storia, solo nel 2008. Ma il libro, come spesso succede quando gli argomenti non sono graditi, è stato completamente ignorato e ha avuto una diffusione locale. Come sempre, nessuno si è preso la briga di verificare l’attendibilità di quei documenti.
Ma andiamo per ordine. Nel mio ultimo libro “Il caso Majorana Pelizza” (ONE BOOKS, Torino, 2022) avevo ipotizzato che Ettore Majorana, scomparso nel nulla il 27 marzo 1938, si fosse rifugiato nel convento della Certosa di Calci, a Pisa. Io c’ero arrivato attraverso prove circostanziali, un grossolano fotomontaggio e l’ammissione di Rolando Pelizza che, messo alle strette, mi aveva confessato che era proprio a Calci che andava a trovare il suo “maestro”. Un’ipotesi, appunto, che aveva avuto l’unica conferma da parte dello stesso Pelizza. Adesso c’è dell’altro ...


