"Oikos”, in greco, vuol dire “casa”.
La cancel culture è allora una forma particolarmente radicale dell’oikofobia, ovvero dell’odio di sé che contamina l’Occidente
La cancel culture è allora una forma particolarmente radicale dell’oikofobia, ovvero dell’odio di sé che contamina l’Occidente
di Michelangelo Longo
L’oikofobia è stato il cavallo di battaglia del filosofo conservatore Roger Scruton.
Coniò il termine per esprimere la repulsione che una parte del mondo occidentale provava (e prova) per se stesso, per le proprie istituzioni, la propria storia, la propria casa (in greco oikos). Nel magnifico libro "Sulla caccia" paragona questo sentimento alle ribellioni di un adolescente quando la sua famiglia comincia a diventargli stretta.
Dal punto di vista sociale esiste una cultura “oikofobica” per eccellenza, la cultura progressista, che, rifiutando tutto dell’Occidente (i modelli di sviluppo, la storia, la cultura, etc), è approdata al relativismo globale e alla cancel culture. Quest’ultimo passaggio è estremamente interessante: non potendo “riformare” la società, si procede all’eliminazione dei fondamenti culturali e storici.
Non è una storia nuova, dai roghi dei libri del nazismo all’eliminazione dei kulaki ucraini da parte dell’Unione Sovietica, gli episodi di cancel culture si sono esplicitati sotto il cappello di diverse ideologie al grido: se la realtà non si piega alla mia idea, tanto peggio per la realtà ...

