martedì 13 marzo 2018

A Civate gli affreschi che potrebbero riscrivere la storia


La straordinaria testimonianza di un tempo sospeso tra gli Sforza e le Americhe 

Lago di Lecco, 6 marzo 2018

“Nessuna cosa si può amare, né odiare, senza piena cognizion di quella”.

Con questo lapidario quanto indiscutibile ammonimento, Leonardo da Vinci confinava la conoscenza - e di conseguenza il gradimento o meno di un qualcosa - a un pieno apprendimento degli elementi che la contraddistinguono.

Succede così che quasi sempre si aprano a chi adotta questo approccio stanze di conoscenza fino a quel momento precluse dal pregiudizio culturale che imprigiona, chi più chi meno, ciascuno di noi, permettendo di acquisire sempre più tessere per ricostruire quel puzzle riguardante la nostra storia che più di qualcuno, nel corso degli anni, si è divertito a scombinare.

Ricostruendo la vita e il profondo legame esistente tra Leonardo da Vinci e il nostro territorio, è stato naturale imbattermi in una preziosissima testimonianza pittorica conservata in una abitazione rinascimentale alle porte di Lecco, nel paesino di Civate ...


Sto parlando della Casa del Pellegrino, in dialetto lecchese Cà di pelegrétt, una struttura ampliata nel corso dei secoli che affonda probabilmente le sue origini nel Medioevo, quando si presume accogliesse i pellegrini che si volevano recare al Monastero benedettino di San Pietro al Monte.

Col passare degli anni, alcune famiglie nobiliari si sono contese la supremazia sul piccolo borgo di Civate e la Casa del Pellegrino è divenuta una residenza signorile, abbellita e arricchita da affreschi di varie epoche che ci raccontano lo sfarzo ed i piaceri di quell’epoca.

La parte più antica del complesso è sicuramente costituita dal portico, la corte interna e le camere soprastanti, che nel 2013 hanno rivelato, sotto un sottile strato di calce, dei cicli di affreschi molto importanti, riconducibili allo stile tardo-gotico e a immagini di amor cortese, frammiste a scene di caccia che vedono coinvolti cervi, cinghiali e un improbabile orso dalle dimensioni innaturalmente ridotte, mentre ad accompagnare i cacciatori sono cani e ghepardi, curiosamente ammaestrati alla bisogna.

Questi animali rimandano la mente all’abitudine delle famiglie Sforza e Medici di circondarsi di animali esotici, principalmente donati loro da Benedetto Dei, una sorta di ambasciatore del tempo, forse il più influente, sottaciuto dalla quasi totalità delle cronache, ma molto legato a Leonardo da Vinci.


Benedetto Dei, tra l’altro, si colloca personalmente nel territorio lariano nel 1449, allorquando Francesco Sforza sconfigge l’esercito veneziano e prende il controllo del territorio che poi diverrà Ducato:
"Sono istato a Milano l'anno che Franciescho Isforza lo prese cholla spada in mano, e tornai cho' Medici” (nel 1465, quando sempre facente da ambasciatore, accompagnò un giovanissimo Lorenzo de’ Medici a Milano, in compagnia anche del fratello Giuliano e di Giovanni Bentivoglio).


Nel portico della corte interna, sulla destra è visibile parzialmente lo stemma partito (ossia diviso in verticale) delle famiglie Maggi e Casati. Poiché questo tipo di stemma veniva di norma utilizzato per indicare l’unione tra famiglie o le alleanze matrimoniali, qualcuno avanza l’ipotesi che il cavaliere e la dama bionda protagonisti degli episodi narrati nelle camere picte situate al primo piano siano proprio gli esponenti di questi due rami familiari e le loro vicende amorose, tanto che sulle pareti affrescate troviamo proprio gli stemmi delle due famiglie, che attestano anche il susseguirsi della proprietà della casa.

I Maggi erano originari di Malgrate, dove possedevano diverse proprietà e svolgevano le attività di mercanti e notai, oltre a detenere diritti di pesca sul lago di Lecco, mentre la famiglia Canali era originaria di Civate, e annoverava a sua volta notai ed affittuari, nonché altri esponenti dediti al commercio d’armi.


Le camere affrescate sono due, anche se se ne intuisce l’esistenza di una terza da una porta d’accesso semi murata, ancora decorata e forse, considerando una simmetria col sottostante portone di ingresso, addirittura una quarta.

L’impianto decorativo, collocato dagli storici attorno al 1450, è prettamente di stampo pagano, con appunto scene di amor cortese e attività venatorie, salvo contenere alcuni rimandi religiosi apposti in un secondo tempo, quando al sole sforzesco è stato aggiunto il monogramma IHS, che rimanda a San Bernardino (o ai Gesuiti) e l’aggiunta di un tondo con la mano benedicente.


A fare da contorno alle scene che vedono raffigurati i protagonisti maschile e femminile, in disposizione molto curiosa e anomala, cioè con le radici scoperte quasi si trattasse di un manuale di botanica anziché un decoro di una villa residenziale, sono raffigurati tutta una serie di fiori.


Gran parte di questi fiori vengono dipinti con la corolla che guarda all’esterno, quasi cercassero la luce del sole, o forse solo in un tentativo goffo di dare una proiezione della sala verso l’esterno, come viene raccontato.


Indubbiamente questa di Civate è una testimonianza molto preziosa, ma non è certo isolata, e anzi saranno proprio le raffigurazioni similari ad aprirci il campo interpretativo.

Troviamo una analoga rappresentazione a Oreno, nel Casino di Caccia di quella che poi diverrà una residenza Borromeo, ma soprattutto nel complesso che ospiterà, in un’ala laterale, Gian Giacomo Caprotti, detto Sala(ì)dino, considerato erroneamente l’allievo amante di Leonardo da Vinci.

Anche in questo caso il decoratore ritrae scene di caccia a un altrettanto improbabile orso, che ripete le stesse dimensioni mignon di quello raffigurato a Civate, e un giovane ritratto accanto a un laghetto sul quale si elevano in volo una moltitudine di uccelli, con un falco sul braccio, così come esattamente è raffigurato un adulto a Civate (con la sola mancanza del laghetto).




Le dame ritratte qui e a Civate rimandano alle dame ritratte negli affreschi di Villa Borromeo a Milano, intente a giocare ai Tarocchi, un divertissement molto in voga presso la corte dei Visconti, a cui come detto succedettero gli Sforza dopo il 1449, ma anche ad esempio presso la corte dei Gonzaga di Mantova, tanto che lo stesso Mantegna disegnerà uno straordinario mazzo di tarocchi e ne farà menzione nella famosissima Camera degli Sposi di Palazzo Ducale a Mantova.


Mi dicono che cicli analoghi a quelli di Civate e Oreno sono presenti presso il Castello di Teodolinda a Castello Brianza, ma non ho avuto occasione di visitarli, fino a oggi.
Sicuramente non possiamo omettere di considerare che il ciclo contenuto nella cappella Teodolinda del Duomo di Monza, un ciclo di affreschi degli Zavattari datato sempre attorno al 1450, apparentemente relativo alle nozze della Regina con Agilulfo ma che invece rimandano alle nozze disposte nel 1441 da Filippo Maria Visconti per la figlia Bianca Maria con Francesco Sforza.

Si può dunque ipotizzare senza troppi azzardi un forte rimando di questi cicli pittorici al contesto visconteo/sforzesco, che in quegli anni radicarono profondamente le sorti del proprio ducato proprio a questa parte di territorio, e non solo per via dell’approvvigionamento idrico, ittico e minerario, attività fondamentale per sostenere le campagne belliche.

Tra l’altro, va sottolineato come il ciclo relativo alle nozze Sforza/Visconti contenuto nella cappella Teodolinda del Duomo di Monza rimandi la mente all’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, che in questi luoghi ebbe modo di lavorare e lasciare testimonianze a Brescia e a Lecco e in una cappella laterale della Basilica di San Niccolò, come ho già avuto modo di esporre qualche mese fa.


Gentile da Fabriano, infatti, fu in questi territori agli inizi del ‘400, al seguito di Pandolfo III Malatesta, che fu Signore di Lecco dal 1416 al 1419 e addirittura nel 1409 proprietario del Ponte Azzone Visconti (ritratto da Leonardo nella Gioconda sopra la spalla sulla destra del dipinto).

Ed è a questo punto che quelle famose “stanze di conoscenza” a cui facevo riferimento in apertura di articolo ci rivelano particolari inattesi.

Chi mi conosce sa come già da tempo abbia collegato Pandolfo III, attraverso il pittore Pisanello, a una conoscenza anticipata delle Americhe, addirittura dipinte da Pisanello nel 1438 ne La visione di Sant’Eustachio, ma ritratte poi almeno più di venti volte prima del 1459, in contesti pittorici legati alle famiglie Malatesta, Sforza, Medici, Este, Gonzaga, Bentivoglio tra gli altri.

Non è di oggi la tesi che avanzo da tempo secondo la quale gli europei raggiunsero le coste americane originariamente attraverso il Pacifico, approdando e sviluppando una conoscenza originaria delle americhe e dei suoi abitanti partendo dalle coste peruviane.


Una di queste rappresentazioni, forse la più netta nel tratto che potremmo quasi definire cartografico, si trova proprio nel Tempio malatestiano a Rimini, a opera di Piero della Francesca.

A confermare una frequentazione del nuovo continente da parte malatestiana ci sono alcuni riferimenti netti contenuti in un manoscritto a opera di Basinio da Parma, l’Hesperis, che narra le gesta di Pandolfo Sigismondo Malatesta, colui che commissionerà la costruzione autocelebrativa del Tempio Malatestiano (di stampo pagano) eretto sopra un preesistente convento Benedettino.


Tutto attorno al Tempio, esternamente, è scolpita nelle facciate quella che già dai tempi di Pandolfo III viene conosciuta come la Rosa Malatestiana, una rosa quadripetala che in realtà raffigura un fiore del Sud America, la Ludwigia Peruviana, appunto.


Siamo attorno al 1450/1460, ovvero il periodo in cui vengono affrescate le camere picte della Casa del Pellegrino, ed è proprio la Ludwigia che mi ha aperto le porte interpretative di questo ciclo pittorico.

Tra il cavaliere nell’atto di porgere in dono alla dama dei frutti, si staglia in dimensione abnorme un fiore che rimanda proprio alla Ludwigia raffigurata nel Tempio malatestiano di Rimini.

La dimensione, il posizionamento e il fatto, di nuovo, di essere raffigurato con le radici esposte (quasi stesse sul manuale di un giardiniere anziché all’interno di un ciclo tardo gotico che ritrae scene di amor cortese, lascerebbe pensare che lo specifico modo di raffigurarlo vada ben oltre lo scopo decorativo fine a se stesso.

A questo punto, viene legittimamente il dubbio che quei fiori disposti tutt’attorno alla sala, con la corolla girata verso l’esterno, non siano delle margherite raffigurate in quel modo, come qualcuno sostiene, per dare una maggiore ampiezza alla sala, ma siano invece dei veri e propri girasoli.

Originari del Perù anch’essi, troverebbero una più plausibile spiegazione del fatto di essere disposti in quel modo, alla perenne ricerca del sole, e più congeniali, tra l’altro, al culto pagano del Sol Invictus, a cui le civiltà abitanti il Perù erano all’epoca profondamente legate.


Il profondo collegamento con elementi di questa straordinaria civiltà spiegherebbe, ad esempio, la presenza presso la Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi a Firenze, dipinta da Benozzo Gozzoli nel 1459, di Cosimo de’ Medici ritratto nei panni di un imperatore Inca (Pachacutèc, nel caso di specie).

Questo ciclo pittorico presenta molte analogie con il ciclo della Casa del Pellegrino, tra cui le scene di caccia al cervo con l’utilizzo dei cani e soprattutto la presenza di due linci addomesticate, che lascerebbero intendere che quelli raffigurati a Civate non siano ghepardi bensì linci rosse, originarie delle Americhe, appunto.

Tra l’altro, curiosamente a loro è associato proprio un falco pellegrino, mentre il ragazzo a cavallo è Giovanni Bentivoglio, che accompagnerà Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano a Milano nell’aprile del 1465, in quel viaggio a cui fa riferimento Benedetto Dei citato in precedenza.

Nel ciclo di Benozzo Gozzoli, che ricordo essere del 1459, viene raffigurata non solo l’America del Sud, ma l’isola di Cuba e il lago Titicaca, nascosti tra una miriade di personaggi, alcuni dei quali sembrano risalire la cordigliera delle Ande.


Tra i personaggi ritratti, troviamo Francesco Sforza, Cosimo de’ Medici, Giovanni Bentivoglio, Malatesta, Este e Gonzaga.


Gli Este, imparentati con Malatesta, legano a loro volta grazie a Pisanello la propria immagine a delle rappresentazione delle Americhe (1440 circa), così come i Gonzaga di Mantova. Anzi, proprio Pisanello dedicherà una medaglia, nel 1447, a Ludovico III Gonzaga, legato a sua volta ai Malatesta per via di madre.




Sulla medaglia Ludovico viene ritratto a cavallo con un girasole rivolto verso il sole, simbolo che poi si legherà alla famiglia Gonzaga e comparirà anche su alcune monete del XVI secolo, sostituendo da quel momento la più tradizionale margherita, utilizzata nelle proprie imprese sin da Ludovico I.

Noterete come ognuno di questi particolari, apparentemente anacronistici se presi singolarmente, considerati uno accanto all’altro assumano i connotati di infinite tessere di un puzzle che descrive una realtà straordinaria, che solo il limite confinante di una conoscenza limitata e parziale relega tra i racconti fantasiosi.

Insieme alla ludwigia e ai girasoli, ci sono altri fiori raffigurati alla Casa del Pellegrino che sembrano certificare ulteriormente la volontà di chi ha disposto la decorazione di queste sale di voler quasi “annunciare” una visita nel nuovo mondo.

Sto parlando delle Solanaceae, una famiglia di angiosperme dicotiledoni di cui fanno parte pomodori, melanzane, peperoncini e patate.



Inizialmente queste piante non venivano utilizzate in cucina, ma avevano un utilizzo ornamentale e i suoi frutti si dice avessero proprietà afrodisiache; da ciò deriva il nome del pomodoro, che quando giunse nelle corti europee era chiamato “pomme d’amour”.

Non è un caso che nel ciclo pittorico in esame il cavaliere ne porge alla dama un rametto con alcuni frutti, in segno appunto del proprio amore per lei.

Addirittura, nel Casino di Caccia di Oreno le Solanacae vengono utilizzate per decorare tutte e quattro le pareti della sala, con intrecci vegetali probabilmente misti a Cucurbitacee (presenti invece nella parte bassa delle sale di Civate), utilizzate simbolicamente come augurio di fertilità.

Diviene ora più comprensibile il perché la città di Oreno sia da sempre il luogo in cui ogni anno si tenga una Sagre della Patata, accompagnata da manifestazioni in costume.

Tra l’altro, nel ciclo di Civate, la dama che riceve le attenzioni del cavaliere porta sulla spalla e lungo il fianco una specie di drappo che ricorda in maniera impressionante le tuniche con cui vengono rappresentati gli ultimi imperatori Inca, prima che i colonizzatori spagnoli prendano il sopravvento su di loro, come si evince dalle immagini seguenti.


Detto tutto ciò, possiamo ora rivolgere il nostro sguardo all’orso, ritratto sia a Civate e sia a Oreno, che ha fatto guadagnare all’autore di questi dipinti un giudizio negativo, questo a motivo delle dimensioni ridotte e dunque innaturali con cui è ritratto, soprattutto in relazione agli uomini accanto.



Abbiamo capito che i rimandi esotici contenuti non solo in questa camera, ma in altre camere o dipinti o medaglie dell’epoca rimanda idealmente al Sud America, più precisamente alle terre peruviane.

Ebbene, esiste sulle Ande un rarissimo orso, scientificamente rispondente al nome Tremarctos Ornatus, comunemente detto Orso dagli occhiali o orso andino, la cui caratteristica, oltre a essere l’unico orso del Sud America, è quella di essere estremamente piccolo.
Solo 75 centimetri alla spalla.

Ad oggi ne restano pochissimi esemplari, quasi tutti in cattività.

Così come restano pochissimi esemplari di Catagonus Wagneri, il Pecari del Chaco.

Il pecari è un animale originario dei territori sudamericani, che si distingue dal cinghiale europeo per pochissime ma basilari differenze, tra le quali si annoverano i denti dritti (e non arcuati e sporgenti del cinghiale) e soprattutto il fatto di avere tre dita anziché due negli arti posteriori.



Se osserviamo con cura la parete di una delle sale della Casa del Pellegrino, sulla quale in un secondo momento è stata apposta la mano benedicente, possiamo notare che un cacciatore, utilizzando una lancia il cui manico sembra fatto col fusto di una Aracaceae (la famiglia che comprende le palme, per intenderci), con l’aiuto del proprio cane lotta proprio con un Pecari del Chaco, riconoscibile proprio per le caratteristiche appena enunciate e ben diverso dal cinghiale, anch’esso rappresentato sulle pareti della Casa del Pellegrino.



Nuovamente, questo tipo di rappresentazione, ci rimanda sotto il profilo sostanziale al ciclo di Benozzo Gozzoli conservato nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi di Firenze, dove alle spalle del corteo che include la famiglia de’ Medici al completo, si può osservare una mappa dell’America del Sud e al suo interno cacciatori intenti a inseguire un Mash Deer, un cervo tipico del Gran Chaco (riconoscibile per le orecchie smisurate), la cui caccia faceva parte di un rituale tipico delle tribù native della zona.

Questo è solo un piccolo assaggio degli infiniti risvolti che questi straordinari affreschi ci conducono a considerare, in un filone ancor più ampio che vede Leonardo legarsi indissolubilmente al territorio lariano, in ultima analisi anche a motivo proprio degli uccelli ritratti nella Casa del Pellegrino e al Casino di Caccia di Oreno (questi in particolare modo si legano a Galeazzo Sforza, che li usava spesso anche negli stendardi, associati proprio a un laghetto), di cui il falco pellegrino raffigurato in braccio ai protagonisti assume un ruolo fondamentale, ma non certamente nella direzione della caccia.

Il falco Pellegrino, oltre a essere il più veloce uccello esistente, è caratterizzato dal fatto che quando attacca le sue prede descrive una perfetta spirale aurea, o armonica, e non è quindi così remota l’ipotesi che il nome della casa che lo contenga, insieme alla Ludwigia, al girasole e all’orso andino, debba il suo nome proprio al falco ivi ritratto, e non ai visitatori in pellegrinaggio verso San Pietro al Monte.

Siamo abituati a pensare a Lecco e al territorio circostante come una realtà di pescatori, marginale alle vicende culturali, politiche e storiche del nostro paese e del mondo intero, che prima dell’avvento del Medeghino, un pirata che scorrazzava in lungo e in largo pirateggiando il lago, non avesse avuto una frequentazione culturale di rilievo.

Invece più scaviamo a fondo oltre i luoghi comuni e le ricostruzioni fantasiose, e più ci accorgiamo che questo territorio ha assistito in forma più o meno diretta alla più grande fase di sviluppo culturale, economico e politico nella storia moderna dell’uomo, dopo i fasti delle civiltà greche e antecedenti.

Oltre a tutto quanto in maniera sommaria e superficiale avete potuto intuire nel corso dei vari passaggi richiamati in precedenza, c’è un particolare che secondo me identifica molto bene quale fu il ruolo del territorio lariano di sponda sforzesca (e quindi ghibellina) nella determinazione dell’assetto economico e politico odierno.


Nel dipinto di Piero della Francesca che alle spalle di Pandolfo Sigismondo Malatesta e Sigismondo d’Ungheria vede raffigurata una importante porzione dell’America del Nord.

Sul lato destro sono raffigurati due cani, uno bianco e uno nero, espressivi dell’Ordine dei Domenicani, che nelle vicende relative all’insegnamento nelle nuove terre e nella costituzione dell’ordine dei Gesuiti hanno avuto un ruolo fondamentale.

Ebbene, a metà del ‘400, in corrispondenza con i decori della Casa del Pellegrino, per volere di un domenicano molto potente che si trovava nelle grazie di Pio II, Tommaso da Lecco, si formò la Congregazione Lombarda dei Domenicani.

Questa Congregazione aveva poteri indipendenti, e annoverava tra le sue fila il convento milanese che si trovava dove oggi sorge Santa Maria delle Grazie, sito famoso per ospitare nel suo Cenacolo l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci e di fronte al quale si trova la casa degli Atellani, acquisita dopo il 1492 e già casa Landi, dal nome di un fedelissimo alleato di Ludovico il Moro. Questa casa è famosa per ospitare quella che si dice fu una vigna regalata dal Moro a Leonardo, ma solo i pochi che mi seguono da tempo sanno che conserva una mappa delle Americhe databile attorno alla metà del ‘400.


Curiosamente, di questa Congregazione affidata alla guida di Tommaso da Lecco fecero parte solo due realtà extra lombarde, vale a dire il potentissimo convento di San Marco, voluto direttamente da Cosimo de Medici in Firenze, e quello altrettanto importante di Fiesole, a testimoniare l’importanza del ruolo rivestito da questo territorio.

Territorio che, come detto in precedenza, ha visto nascere nel 1449 il potentissimo Ducato degli Sforza, in conseguenza della vittoria sui Veneziani nelle battaglie di Airuno e Calco, città quest’ultima che espresse diverse personalità importanti del governo, in affiancamento agli Sforza, come i conti Calchi ma soprattutto Cicco Simonetta, fondamentale nell’interregno tra la morte a seguito di attentato di Galeazzo Maria e Ludovico.

Tra l’altro, la figura di Ludovico il Moro ci invita a fare una ulteriore, doverosa riflessione, legata a tutto quanto raccontato in merito ai viaggi transoceanici.

Attorno al 1450, diverse sono le testimonianze attraverso le quali è possibile dedurre che vi fosse, in capo ad alcune famiglie rinascimentali tutte più o meno correlate tra loro da vincoli di parentela, una conoscenza espressa delle Americhe. 

Le diverse rappresentazioni nascoste nei dipinti (di cui vi ho fatto un rapidissimo cenno) o nei manoscritti (interessante ricordare qui in relazione a quanto richiamato in merito al falco pellegrino, il manuale di falconeria appartenuto a Francesco Sforza, datato 1459) o ancora in bassorilievi (come è il caso della Ludwigia al Tempio Malatestiano, comunemente detta Rosa Malatestiana) o monete (siano esse commemorative, come quella di Pisanello inerente a Ludovico III Gonzaga con il girasole, o valutarie, come quelle legate a Pandolfo III e alla zecca di Brescia, in cui compare nuovamente la Ludwigia) lasciano chiaramente intendere in capo ai personaggi ad esse collegati non soltanto una conoscenza sotto il profilo teorico, legata magari a qualche mappa contenuta nella Geographia di Tolomeo, ma una reale attività esplorativa importante e pratica, di cui forse quanto rappresentato a Civate è la testimonianza di una partecipazione diretta di qualche marinaio locale, chissà, forse proprio uno tra il Maggi e il Casati.

Quello che alla luce di tutto ciò è più facile comprendere è proprio la caratteristica legata al pigmento della pelle di Ludovico Sforza, che gli vale l’appellativo di “Moro”, che non è certo legato alla coltivazione dei gelsi, come si tende a interpretare presuntivamente, ma più correttamente è testimonianza diretta di un meticciato derivante dalle attività libertine con cui i Signori dell’epoca erano soliti intrattenersi oltre al vincolo familiare.

Assumono tutt’altro rilievo, in tal senso, le frasi riportate dall’Anonimo Gaddiano o i disegni riportati sullo Sforziade di Cicco Simonetta che descrivono Ludovico e Bianca (ironia di una sorte infausta) , la sorella del Moro che andrà in sposa a un Sanseverino, inequivocabilmente scuri di carnagione.


Un’ultima curiosità, che supporta indirettamente la lettura appena fatta, riguarda la presenza in un edificio risalente al XV secolo nel rione lecchese di Castello di alcune statue nuovamente riconducibili all’area centro americana; che siano un altro “souvenir” di quei primi, oscurati viaggi verso il nuovo continente?

A questo punto è legittimo pensare che anche il pigmento utilizzato per pittare di rosso la parete di queste due straordinarie testimonianze possa ricondursi a qualcosa che da quel momento in poi diverrà una preziosissima risorsa, paragonata per valore all’oro e all’argento.

Mi sto riferendo al fatto che fin dall'antichità gli Incas, i Maya e gli Aztechi ricavavano il rosso carminio o lacca di cocciniglia da un insetto, la cocciniglia, chiamata Dactylopius coccus che vive su varie specie di cactus, in particolare la Nopalea coccinillifera.


Originaria del Messico (in particolare nella zona di Oaxaca) e del Guatemala, si vuole venga importata in Europa dagli Spagnoli intorno al 1512, questa cocciniglia secerne una sostanza, l'acido carmico per proteggersi dai predatori. Il colorante si ricava dal corpo e dalle uova.

Curiosamente, pare che anche il farsetto indossato da Pandolfo Malatesta fosse stato tinto in questo modo, che garantiva una maggiore durata e luminosità al colore.

Basterà effettuare una analisi spettrometrica non invasiva sul pigmento (se già non è stata fatta in fase di restauro) per risolvere questa ulteriore curiosità, che se confermata aggiungerebbe indubbiamente concretezza a tutta la tesi sviluppata.

Per tutte queste considerazioni, quindi, che si innestano perfettamente con il percorso di rivisitazione storica, artistica e culturale del nostro territorio, segnatamente in relazione alle figure più imminenti del Rinascimento fiorentino e milanese, nonché del suo personaggio di maggior spicco, vale a dire Leonardo da Vinci, la casa del Pellegrino con i suoi dipinti di recentissima scoperta costituisce una importantissima testimonianza che, se letta nel suo corretto sviluppo e unitamente a quanto espresso dal resto del territorio sotto il profilo leonardesco e manzoniano può contribuire a creare un polo importante su cui rifondare un rilancio culturale, turistico e imprenditoriale importante di una vastissima zona, che vede coinvolti i territori compresi tra Milano, la Valsassina e l’Alta Valtellina, come da tempo mi adopero affinché si realizzi.

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