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venerdì 25 luglio 2025

"Prof, ma che studio a fare?"

Può capitare, in questi mesi, che andando al cinema ci si imbatta in file chilometriche, centinaia di persone scure in volto. Ma non per un film. 

In sala si radunano centinaia di insegnanti e aspiranti tali per seguire le lezioni del corso abilitante per docenti. Come per un film, degli addetti in uniforme fanno scorrere la fila, si timbra un badge che attesta la presenza e ci si siede su comodissime poltrone. 

L’utenza – o meglio, la clientela- è vasta e variegata. Ci sono i precari storici, alcuni piuttosto âgé, che sperano nell’abilitazione per passare in “prima fascia di supplenza”, l’ultimo gradino di purgatorio del precariato prima dell’empireo del posto fisso. Ci sono le “nuove leve” appena laureate, ancora in trance agonistica dall’ultimo esame che, quasi per inerzia, continuano a studiare. Con l’abilitazione in tasca avrebbero il requisito per partecipare al prossimo concorso; e, infine, i vincitori di concorso che senza abilitazione perderebbero il posto e dunque si accollano un’ultima corvée. Insegnanti o aspiranti tali spendono una cifra che va dai 1500 ai 2500 euro per seguire questi corsi: l’equivalente di uno stipendio, quasi due (magnanimamente è stata concessa, va detto, la possibilità di rateizzare). 

Certo, non sono formalmente obbligatori, ma gli iscritti sono migliaia, spinti dalla paura di essere scavalcati da chi si abilita. Altri, semplicemente, non hanno i soldi e non partecipano: una scrematura per censo, netta e silenziosa. Come direbbe Clint Eastwood, noto marxista, “il merito non c’entra niente in questa storia”. 
I sindacati di categoria, oltre che dissentire non possono, ridotti come sono all’impotenza dal sistematico smantellamento di ogni corpo intermedio: qualcuno concede pure che sono troppo cari, nuove forme di speculazione sui precari, ma che non c’è modo di sottrarsi; altri, invece, con più spiccato senso pratico, dietro percentuale indirizzano gli iscritti presso questa o quella telematica... 

venerdì 17 maggio 2024

Perché lavoriamo tanto nonostante sia il XXI secolo?

 di Owen  Hatherley

In pratica, se nel passato c’è qualcosa su cui tutti i futurologi concordavano, è che nel XXI secolo ci sarebbe stato molto meno lavoro. 

Che cosa avrebbero pensato, nell’aver saputo che nel 2012 la classica giornata lavorativa dalle 9 alle 17 si sarebbe evoluta in qualcosa di più simile a una giornata dalle 7 del mattino alle 7 di sera? Sicuramente si sarebbero guardati attorno e avrebbero visto come la tecnologia prendeva il controllo in molte professioni nelle quali prima era necessaria una numerosa mano d’opera, avrebbero contemplato lo sviluppo dell’automatizzazione e della produzione intensiva, e si sarebbero chiesti, “perché passano dodici ore al giorno in lavori futili?”.
 
Si tratta di una questione alla quale né la destra né la sinistra ufficiali rispondono adeguatamente. Ai conservatori è sempre piaciuto pontificare riguardo alle virtù morali del lavoro duro e una buona parte della sinistra, concentrata nei terribili effetti della disoccupazione di massa, propone comprensibilmente “più lavoro” come soluzione principale contro la crisi. Le vecchie generazioni avrebbero trovato tutto questo disperatamente deludente.

In quasi tutti i casi, gli utopisti, i socialisti e il resto dei futurologi credevano che il lavoro avrebbe finito con l’essere quasi abolito soprattutto per una ragione: potremmo lasciare che lo facciano le macchine ...