Come vasi di terracotta, dipinti ed altri manufatti antichi possono aver registrato i suoni dell'ambiente in cui sono stati prodotti
Con “archeoacustica”si possono intendere due discipline differenti.
La prima studia le sonorità e le risonanze delle caverne, dei megaliti e di altri luoghi antichi. In tal modo si può studiare il panorama uditivo dei nostri antenati. Fondatore di questa disciplina è il francese Paul Devereux, il cui studio sconfina abbondantemente nel paranormale, occupandosi oltre a questo delle cosiddette “energie sottili” che impregnerebbero i luoghi, sacri e non. Ma di questo tratteremo, magari, un’altra volta.
L’archeoacustica che tratteremo ora invece è molto più concreta, anche se altrettanto bizzarra.
“Con-creta” nel senso letterale del termine, visto che parleremo soprattutto di vasi di terracotta.
Si tratta del tentativo di estrarre suoni a partire dai reperti archeologici, in particolare la voce degli artigiani che li hanno costruiti e i rumori presenti nel loro ambiente.
Com’è possibile questo? Tramite sedute spiritiche? Con una macchina del tempo? Con il cronovisore di padre Ernetti? Mediante fasci collimati di tachioni?
Nulla di tutto questo. La tecnologia per farlo esiste già, anzi, è vecchia di oltre un secolo...