giovedì 23 luglio 2026

Giuseppe Ferlini, il medico bolognese che demolì 40 piramidi per cercare oggetti preziosi

 
C’è una differenza sottile ma enorme tra un archeologo e un tombarolo. L’archeologo usa il pennello. Il tombarolo usa il piccone. 
Giuseppe Ferlini usava entrambi, ma il pennello non lo tirò mai fuori.

Siamo nell’Ottocento, l’epoca d’oro del “prendo e porto a casa”. 

La disciplina archeologica stava nascendo in quegli anni, eppure molti di coloro che la praticavano non erano molto diversi da cercatori d’oro con un po’ più di istruzione. 

Ferlini era uno di questi. Medico bolognese, avventuriero per vocazione e “ladro” per convenienza, arrivò in Sudan nel 1834 con un obiettivo preciso: trovare l’oro dei faraoni. 

Non importava come...

Giuseppe Ferlini mentre prende a picconate una piramide distruggendole. Immagine AI

 Meroe: cosa trovò e cosa distrusse

Le piramidi di Meroe sono oltre cento, più piccole di quelle egiziane ma non per questo meno straordinarie. Alte al massimo trenta metri, erano state “scoperte” da Frédéric Cailliaud qualche anno prima. 

Ferlini le trovò lì, intatte, cariche di storia.

Preso da una voglia smisurata di possedere quei possibili tesori, pensò di farle abbattere a picconate. Quello che oggi sarebbe vietato, ai tempi non era ancora del tutto regolato come comportamento.

Assunse cinquecento operai indigeni e li mise al lavoro. Non scavò attorno, non studiò, non mappò. Demolì. 

Piramide dopo piramide, senza risultati. Poi, quasi per capriccio, scelse quella che oggi chiamiamo N6, tomba della regina Amanishakheto, vissuta tra il 15 a.C. e il 1 d.C. 

Stavolta trovò qualcosa: un corredo funebre reale, bracciali d’oro, scarabei smaltati, anelli, collane, figurine. Roba preziosa. 

Caricò tutto sui cammelli, raggiunse il Nilo e sparì.


La Necropoli Reale di Meroë. Stampe artistiche di Frédéric Cailliaud, esploratore francese che partì alla scoperta dell'Egitto e della Nubia tra il 1815 e il 1822. Fonte

Dove finì il bottino?

Una volta tornato in Europa, Ferlini cercò di vendere il tesoro. 

Il British Museum non abboccò: i suoi esperti lo ritennero un falso, troppo bello per essere vero, troppo ben conservato per venire davvero da una piramide sconosciuta. Il Museo Egizio di Berlino e quello di Monaco non ebbero gli stessi scrupoli: comprarono, esposero, celebrarono. 
Il tesoro di Amanishakheto è ancora diviso tra queste due città.

Nel 1836 Ferlini pubblicò il resoconto della spedizione col titolo Nell’interno dell’Africa. Morì a Bologna nel 1870 e fu sepolto alla Certosa, accanto a Farinelli, Alfieri Maserati e Isabella Colbran.


Cosa rimane oggi

Le piramidi di Meroe sono oggi un sito UNESCO. 

Quelle che Ferlini non riuscì a smontare sono ancora lì, nel deserto sudanese, con le sommità mozzate come cicatrici permanenti. 
La piramide N6 è irriconoscibile rispetto ai disegni di Cailliaud del 1826.


La differenza tra prima e dopo fotografa perfettamente cosa può fare l’avidità su un sito millenario in poche settimane.

La storia di Ferlini non è solo un caso del passato. È il manuale di istruzioni per capire perché oggi i reperti africani finiscono nei musei europei e non il contrario. Non per caso. Per scelta.

Fonte: www.novabbe.com

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