lunedì 1 febbraio 2016

Archeoacustica – Suoni da un lontano passato

Come vasi di terracotta, dipinti ed altri manufatti antichi possono aver registrato i suoni dell'ambiente in cui sono stati prodotti

Con “archeoacustica”si possono intendere due discipline differenti.

La prima studia le sonorità e le risonanze delle caverne, dei megaliti e di altri luoghi antichi. In tal modo si può studiare il panorama uditivo dei nostri antenati. Fondatore di questa disciplina è il francese Paul Devereux, il cui studio sconfina abbondantemente nel paranormale, occupandosi oltre a questo delle cosiddette “energie sottili” che impregnerebbero i luoghi, sacri e non. Ma di questo tratteremo, magari, un’altra volta.

L’archeoacustica che tratteremo ora invece è molto più concreta, anche se altrettanto bizzarra.

“Con-creta” nel senso letterale del termine, visto che parleremo soprattutto di vasi di terracotta.
Si tratta del tentativo di estrarre suoni a partire dai reperti archeologici, in particolare la voce degli artigiani che li hanno costruiti e i rumori presenti nel loro ambiente.

Com’è possibile questo? Tramite sedute spiritiche? Con una macchina del tempo? Con il cronovisore di padre Ernetti? Mediante fasci collimati di tachioni? 

Nulla di tutto questo. La tecnologia per farlo esiste già, anzi, è vecchia di oltre un secolo...


L’archeoacustica si basa sull’idea che mentre un artigiano – come un vasaio, uno scultore o un pittore – produce la sua opera, se nello stesso momento si mette a parlare o si produce un rumore, la sua mano, vibrando, trasmetterà la vibrazione allo strumento con cui sta lavorando, che sia un bulino, uno scalpello o un attrezzo per lavorare l’argilla. I solchi che si formeranno sull’oggetto a loro volta recheranno incisa l’informazione riguardante quel suono. In pratica il principio è quello del grammofono.

L’idea a quanto pare è venuta per la prima volta nel 1961 a un ricercatore indipendente, Richard D.Woodbridge III, che avrebbe condotto degli esperimenti sulla registrazione dei suoni su vasi di terracotta e nelle pennellate sulla tela.

Il rivelatore utilizzato era un semplice cristallo piezoelettrico collegato a una puntina di legno. Woodbridge sarebbe riuscito con successo a riprodurre la parola “blue” analizzando le tracce di un pennello. Allo stesso modo sarebbe riuscito a registrare il ronzio della ruota da vasaio impressa su un solco in un vaso di terracotta.

Nel gennaio 1969 Woodbridge mandò il suo studio alla rivista “Nature”, che però lo rigettò perché “troppo specializzato”. Mandò così il documento allo IEEE (Institute of Electrical and Electronic Engineers). Il documento è tuttora visibile (a pagamento) sul sito dello IEEE [vai alla pagina].

Per pura combinazione nel febbraio 1969 sul “New Scientist” la stessa idea venne utilizzata in un articolo umoristico scritto da David E.H. Jones, in cui si diceva come un muratore, nel caso cantasse, usando la cazzuola imprimerebbe delle tracce nel cemento fresco, che successivamente potrebbero essere riprodotte, come fossero le tracce di un grammofono.

Nel 1993, la rivista “Archeology and Natural Science” riportò un articolo, molto più serio del precedente, ad opera di Mendel Kleiner e Paul Åström, molto evocativamente intitolato "The Brittle Sound of Ceramics - Can Vases Speak?" (il fragile suono della ceramica – i vasi possono parlare?) in cui venivano studiate le forze impresse da uno stilo, da una penna d’oca o simili su una superficie morbida; ne è risultato che la massima forza si svilupperebbe con le alte frequenze, che sono quelle che portano la maggior informazione e che sono indispensabili nell’emissione delle consonanti.

Inoltre i due ricercatori riuscirono a costruire una sorta di grammofono, in cui al posto del disco vi era un cilindro di argilla; una punta comandata elettricamente creava un solco. Successivamente il disco veniva cotto e veniva tentata la decodifica della traccia. Riuscirono con successo a registrare un segnale a 400 hertz. Il rumore spurio era pari circa a quello registrato; a frequenze più alte, 1-2 chilohertz, il rapporto segnale/rumore era molto migliore, indicando che almeno in linea di principio l’idea era buona.

Foto: l'"archeoplayer" di Christer Hamp

Christer Hamp, un appassionato di fonografi, in una pagina del suo sito[vai alla pagina] mostra uno strumento da lui costruito adatto all’indagine di tracce audio nascoste sugli oggetti.

Non è difficile da costruire, bastano alcuni pezzi di scarto ricavati da un giradischi e un preamplificatore.

Nel 2002 uno studente di fisica, Ofer Springer, ha realizzato un programma che permette di leggere la musica di un disco di vinile senza giradischi, passandolo attraverso un comune scanner. Nel suo sito “digital needle” [vai alla pagina] sono udibili varie tracce audio estratte con questa tecnica. Il risultato è di bassissima qualità e pieno di rumore di fondo, ma la musica è riconoscibile. Forse con un ulteriore filtraggio del suono si potrebbe fare di meglio. Purtroppo Springer ha abbandonato il progetto e non è possibile scaricare il suo programma.

C’è un altro progetto che riporta lo stesso nome, “digital needle”, sviluppato da un gruppo di studenti e datato 2003. Un progetto a quanto pare molto raffinato e complesso, purtroppo anch’esso è abbandonato, e non è stato realizzato un vero e proprio programma da scaricare, anche se sono disponibili le righe di codice, che vanno compilate.

Da alcuni anni esistono, anche se sono costosissimi (tra i 7000 e i 12000 dollari) dei giradischi che leggono i dischi di vinile senza puntina, utilizzando un raggio laser. Una tecnica che sembrerebbe promettente per uno sviluppo futuro dell’archeoacustica.

Molto interessante è anche il progetto Irene http://irene.lbl.gov/, dove viene sperimentato uno speciale scanner laser per estrarre le tracce audio da dischi rari e che rischierebbero di rovinarsi con il contatto diretto della puntina. Viene fatta una precisa mappatura dei solchi, permettendo la successiva decodificazione del suono. È in preparazione un apparecchio in grado di fare mappature in 3d, in grado di leggere anche le registrazioni su cilindro e altri supporti difficili.

Celebre è il pesce d’aprile fatto dalla televisione belga, in cui si annunciava che dei ricercatori belgi erano riusciti ad estrarre da un vaso antico una voce di 6500 anni fa. La voce – naturalmente molto disturbata – diceva in latino “credo quia absurdum” (“credo che sia assurdo”). Naturalmente nel 4500 a.C. non esisteva il latino.



Nel 2007 presso il Gigantic Artspace di New York, due artisti – Tianna Kennedy e Tarikh Korula – avrebbero realizzato una performance intitolata “Restored Archeoacoustic Recording Kit and Documentation Restored” nell’ambito di un’esibizione artistica collettiva intitolata “Silence” avrebbero prodotto una registrazione estraendo suoni da vari oggetti ed artefatti reperiti nella zona di New York. L’idea era appunto di far “parlare” oggetti che altrimenti sarebbero muti. Devo ancora verificare se la registrazione è autentica oppure è solo un’idea concettuale.

Nell’episodio n°62 del famoso programma americano “Mythbusters”, dove si testa la plausibilità di vari miti e leggende urbane, il team dei conduttori è giunto alla conclusione che in effetti alcuni suoni possono essere estratti dai vasi di terracotta, ma è improbabile che suoni distinguibili, come la voce umana, possano essere riprodotti. A meno che qualche genio dell’antichità non abbia inventato un antenato del grammofono per incidere deliberatamente l’argilla. Niente di realmente impossibile, se pensiamo al celebre meccanismo di Antikythera, realizzato attorno al I-II secolo a.C.

Archeoacustica in letteratura

Un’idea simile è venuta nel 1837 al pioniere del computer Charles Babbage: nel suo saggio “Ninth Bridgewater Treatise”, fra le altre cose, espone la teoria secondo cui gli oggetti attorno a noi potrebbero su scala atomica e molecolare portare in sé le impronte delle vibrazioni delle nostre parole.

Nel racconto di James Ballard “The sound sweep”, in italiano “Lo spazzasuoni” (1960) il protagonista, Mangon, è un ragazzo sordo e muto che ha la capacità di sentire con il suo orecchio i suoni del passato. Il suo lavoro consiste nel ripulire gli ambienti dai rumori lasciati dal traffico, dalle urla, eccetera. Innamoratosi di una cantante d’opera morta da tempo la aiuta a calcare le scene per un’ultima volta, poi torna al suo lavoro.

Di questo tema ne parla anche Arthur Clarke in un saggio comparso nel suo libro "Profiles of the Future: An Inquirey into the Limits of the

Possible” (1962), in cui cita che il suono più facile da captare in un vaso è, ovviamente, quello del tornio del vasaio.

Risale al 1979 il racconto breve “Time Shards” (apparso nell’antologia “In alien flesh”) di Gregory Benford, dove un ricercatore tenta di ascoltare le conversazioni tra un vasaio e il suo assistente.

Lo scrittore di fantascienza Rudy Rucker nel 1981 scrive una storia simile, “Buzz”, in cui dal “solito” vaso di terracotta viene recuperata una traccia audio di epoca egizia.

In un episodio del 1955 di una serie TV americana, “Science Fiction Theater” intitolato “The frozen sound” due scienziati inseriscono in una macchina un pezzo di lava del Vesuvio risalente all’eruzione di Pompei, e vengono udite le urla e i lamenti della gente sepolta dall’eruzione.

In un episodio di X-Files, “Hollywood A.D.”, messo in onda nel 2000, i due protagonisti riescono a udire nientemeno che la voce di Gesù, grazie a un fantomatico reperto, il “Lazarus Bowl”. Infatti, la zia di Lazzaro nel momento in cui Gesù avrebbe resuscitato suo nipote stava giusto plasmando quel vaso sul tornio, per cui le parole che aveva pronunciato Gesù per resuscitare Lazzaro sarebbero rimaste incise nell’argilla. Estrapolata la “registrazione” un esperto in aramaico avrebbe tradotto le parole con "I am the walrus. I am the walrus. Paul is dead. Coo-coo-ca-choo.", parole che guarda caso coincidono con quelle della famosa e surreale canzone “I am the walrus” dei Beatles. Il brano riprodotto aveva, come le parole originali di Cristo, il potere di risvegliare i morti. Difficile immaginare una sceneggiatura più demenziale e dissacrante.

In un episodio della serie CSI intitolato “Committed” (2005), ambientato in un manicomio criminale, un investigatore sfrutta l’idea dell’archeologia acustica, riuscendo ad estrarre delle parole da un vaso che era stato tornito da un paziente psichiatrico.

In un episodio della serie “Fringe”, "The Road Not Taken" (2009) un microscopio elettronico viene usato per riprodurre suoni che si trovavano in una finestra parzialmente sciolta.

Nella sceneggiatura del videogioco “Amber: Journeys Beyond” (1996) compare l’archeoacustica, qui definita come “stone tape theory”

Conclusioni

Personalmente direi che la probabilità di trovare tracce integre e “ascoltabili” su un reperto archeologico è molto piccola, anche se non nulla. Questo soprattutto parlando dei vasi. In primo luogo, l’argilla messa sul tornio viene in genere plasmata e rifinita con le dita. Il solco stile grammofono si formerebbe solo quando l’artigiano utilizzasse una punta, una dima o un attrezzo consimile. L’oggetto non dovrebbe essere più toccato fino a cottura avvenuta affinché non si rovini il solco sull’argilla cruda.

In secondo luogo l’oggetto dovrebbe essere lasciato grezzo, non colorato né verniciato: il pigmento o la vernice con ogni probabilità intaserebbero il solco e lo renderebbero inascoltabile.

Per quanto riguarda la tecnica di estrazione sonora, l’uso della puntina non è certo ottimale. La creta non è il vinile dei dischi, e il bordo del solco è facile che sia ricco di sbavature. Inoltre bisogna considerare che, ammesso che il solco sia quello giusto, per la vecchiezza del materiale la traccia con ogni probabilità si rovinerebbe al primo passaggio della puntina.

E credo che pochi musei sarebbero disposti a far mettere i propri preziosi reperti su una sorta di giradischi.

Molto più promettente è la scansione ottica, che sfrutta una sorgente laser. Il progetto IRENE, citato sopra, indica che questa è certamente una strada vincente.

In ogni caso perché una sottilissima traccia si conservi fino ai nostri giorni, nonostante la robustezza della terracotta, sono necessarie condizioni di bassa umidità e di corrosione nulla, cosa che in un oggetto rimasto ad esempio nella terra è improbabile. Solo oggetti trovati in tombe egizie o simili potrebbero essere idonei al nostro scopo.

Le tracce ricavate dai dipinti a olio o da disegni al tratto sembrano leggermente più adatte. In questo caso, non essendo ovviamente possibile l’uso della puntina, bisogna utilizzare la tecnica ottica. La scansione dovrà però avere una risoluzione estremamente alta, essendo le oscillazioni impresse allo strumento da disegno molto piccole.

Anche il tipo di colore utilizzato può influire molto sulla pulizia della traccia: non bisogna dimenticare che la vernice o l’inchiostro sono liquidi e tendono a spandersi, per cui ritengo molto improbabile che da un dipinto si possa trarre qualcosa di utile.

Il tratto a matita mi sembra il migliore tra i vari strumenti da disegno: lascia un segno sottile e soprattutto pulito. Ma anche qui dobbiamo considerare come la carta non è una superficie ideale, infinitamente liscia, ma è più o meno scabra, a seconda della fibrosità della carta: bisognerebbe fare dei test, ma sono certo che dalla carta più grezza (quella che peraltro costituisce i documenti più antichi e più interessanti) è difficile ricavare qualcosa.

I reperti più interessanti in assoluto potrebbero essere quelli metallici, lavorati con punte e bulini vari. Se ben conservati ci fornirebbero le tracce più simili a quelle di un grammofono.

Difficilmente carpiremo mai un lungo discorso filosofico di 5000 anni fa, ma cogliere anche qualche sillaba o una parola pronunciata da un vasaio o da un fabbro (quasi certamente un’antica parolaccia) ci fornirebbe ad esempio preziosissime indicazioni su come venivano pronunciata la sua lingua nell’antichità.

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