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lunedì 28 febbraio 2022

La fine di un'era?

 

Nel saggio del 1795 "Verso la pace perpetua " il filosofo illuminista Immanuel Kant sostiene sei principi primari, uno dei quali è che "nessun debito nazionale deve essere contratto in relazione agli affari esterni dello stato":

Un sistema di credito, se usato dai poteri centrali come strumento di aggressione l'uno contro l'altro, mostra il potere del denaro nella sua forma più pericolosa. Perché mentre i debiti così contratti sono sempre garantiti contro le richieste attuali (perché non tutti i creditori chiederanno il pagamento allo stesso tempo), questi debiti continuano a crescere indefinitamente. Questo ingegnoso sistema, inventato da un popolo di mercanti nel presente secolo, fornisce un fondo militare che può eccedere le risorse di tutti gli altri stati messi insieme. Può essere esaurito solo da un eventuale disavanzo fiscale, che può essere prorogato per molto tempo dallo stimolo commerciale che l'industria e il commercio ricevono attraverso il sistema creditizio. Ciò facilità la guerra, insieme all'inclinazione bellicosa di chi è al potere (che sembra essere una caratteristica integrante della natura umana).

Kant ha in un certo senso previsto l'egemonia del dollaro. Con la sua tesi in mente, un vero gold standard avrebbe scoraggiato la guerra in Vietnam? Semmai sembra certo che un tale standard avrebbe reso la guerra molto più breve. Lo stesso, ovviamente, si può dire per la prima guerra mondiale, le guerre napoleoniche ed altri conflitti in cui i belligeranti hanno abbandonato il gold standard.

"La capacità unica del governo degli Stati Uniti", dice Hudson, "di prendere in prestito dalle banche centrali straniere piuttosto che dai propri cittadini è uno dei miracoli economici dei tempi moderni".

Ma il "miracolo" è negli occhi di chi guarda. È stato un miracolo per i vietnamiti, gli iracheni o gli afgani? ...

giovedì 4 gennaio 2018

Feuerbach e Kant a confronto sul rapporto tra felicità e virtù

È possibile essere felici vivendo secondo virtù? 
Diverse sono le risposte che i filosofi hanno dato nel corso dei secoli. 

La questione infatti chiama in causa non solo la sfera etica ma anche la natura umana. Secondo alcuni infatti l’uomo è felice solo quando asseconda i suoi istinti. Secondo altri, invece, ciò non basta a realizzare la felicità, che deve comunque tener conto della componente morale per concretizzarsi. Cerchiamo di capire quali sono le ragioni che Kant e Feuerbach adducono a sostegno della loro teoria.

Dall’eudemonismo antico al sommo bene kantiano

Eudaimonismo deriva dal greco eu-dàimon e significa letteralmente “buono spirito”. In senso lato potremmo dire che l’espressione porta con sé l’idea che, essendo la felicità un bene insito nell’uomo, vi sia perfetta coincidenza tra moralità e felicità. Questa dottrina etica è stata al centro di molti dibattiti e prima di Feuerbach è stata sostenuta da importanti filosofi antichi. Secondo Socrate, ad esempio, l’uomo commette il male solo perché ignora il bene. Sebbene con sfumature diverse anche Aristotele ritiene che la virtù e la felicità vadano di pari passo. Per capire in che prospettiva, invece, Feuerbach ripensa l’eudemonismo, bisogna considerare in che modo Kant interpreta il rapporto tra felicità e moralità. Sicuramente il contributo che il filosofo dà alla questione etica è di rilevante importanza, ma cozza inevitabilmente con le concezioni che abbiamo finora esposto...