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giovedì 4 gennaio 2018

Feuerbach e Kant a confronto sul rapporto tra felicità e virtù

È possibile essere felici vivendo secondo virtù? 
Diverse sono le risposte che i filosofi hanno dato nel corso dei secoli. 

La questione infatti chiama in causa non solo la sfera etica ma anche la natura umana. Secondo alcuni infatti l’uomo è felice solo quando asseconda i suoi istinti. Secondo altri, invece, ciò non basta a realizzare la felicità, che deve comunque tener conto della componente morale per concretizzarsi. Cerchiamo di capire quali sono le ragioni che Kant e Feuerbach adducono a sostegno della loro teoria.

Dall’eudemonismo antico al sommo bene kantiano

Eudaimonismo deriva dal greco eu-dàimon e significa letteralmente “buono spirito”. In senso lato potremmo dire che l’espressione porta con sé l’idea che, essendo la felicità un bene insito nell’uomo, vi sia perfetta coincidenza tra moralità e felicità. Questa dottrina etica è stata al centro di molti dibattiti e prima di Feuerbach è stata sostenuta da importanti filosofi antichi. Secondo Socrate, ad esempio, l’uomo commette il male solo perché ignora il bene. Sebbene con sfumature diverse anche Aristotele ritiene che la virtù e la felicità vadano di pari passo. Per capire in che prospettiva, invece, Feuerbach ripensa l’eudemonismo, bisogna considerare in che modo Kant interpreta il rapporto tra felicità e moralità. Sicuramente il contributo che il filosofo dà alla questione etica è di rilevante importanza, ma cozza inevitabilmente con le concezioni che abbiamo finora esposto...