venerdì 22 aprile 2016

La neolingua del potere

Giuseppe D’Avanzo

LA DISTRUZIONE del linguaggio è la premessa di ogni futura distruzione. Se si ricorda il presagio di Karl Kraus, è indispensabile esaminare nei suoi esiti più radicali la semplificazione del discorso pubblico del governo che appare così vincente e convincente da far sostenere che «la democrazia contemporanea è più vicina a un format che a un complesso strutturato di regole»; che «la sinistra» deve darsi da fare, lungo questa strada semplificatoria, per sopravvivere nell’èra del «pensiero sbrigativo»; che «ridotta a format, l’offerta politica contemporanea fa riaffiorare mitologie che appartengono agli strati più remoti della rappresentazione del potere».

Credo tuttavia che il ragionamento sarebbe monco se non ci chiedessimo anche che cosa cova quella diluizione superficiale del linguaggio. Quale pensiero, potere e democrazia annuncia quell’alienazione della parola che, colonizzati dalla cultura televisiva, diciamo format? Quella lingua, che non riconosce alcuno statuto alla realtà, che riduce drasticamente ogni complessità (anche lessicale), è soltanto una mera tecnica di consenso o custodisce di più: una strategia e addirittura un destino politico? Temo che l’entusiasmo per le magie del marketing politico trascuri pericolosamente l’«Ospite Indesiderato» che, nascosto nel format, bussa alla porta della nostra democrazia. Desiderosi di consigliare a un’opposizione impotente e muta i modi di una «narrazione» efficace e spendibile al Mercato della Politica diventata Spettacolo e nuovo Leviatano, non scorgiamo – quando non ne ignoriamo – le implicazioni. Omettiamo l’essenziale. Non avvertiamo che la semplificazione brutale del linguaggio della politica cancella ogni spazio politico. Qui si potrebbe farla lunga. Citare Aristotele. Ricordare che l’uomo è animale politico perché parla. «L’uomo è zoon politikon, ma è tale perché echon logon. È animale politico perché linguistico: è la comunicazione a gettarlo nella polis. Imparare a parlare significa cominciare a obbedire alle leggi non scritte della città. Più precisamente, significa cominciare a prendere partito, ad appartenere e a escludere, a tracciare dei confini»...


È il parlare, dunque, è il linguaggio che ci consente di abitare nel «regno del politico». A quest’abitare, se libero, deve essere concesso di esitare. L’esitazione della risposta è la consapevolezza di chi parla della «posta in gioco». Implica una decisione. Dispone chi parla in uno spazio preciso del luogo comune. Risolve una relazione con gli altri che lo ascoltano. In questo senso, il linguaggio è un dono (munus) ma anche legame e obbligo perché come il dono, come il dovere, il linguaggio fonda la communitas. Quando la consapevolezza di chi parla, la sua libertà (svelata dall’esitazione) è eliminata a vantaggio di un riflesso automatico, «alla communitas si sostituisce la caserma, al socius il camerata». La semplificazione (il format), allora, non è soltanto una «tecnica» che evoca le «buone vecchie cose di un tempo» (la maestra, il grembiule di scuola fresco di bucato, l’impiegato operoso), è un modulo assertivo, mai dialogico, che dispiega una forza ingiuntiva, imperativa. È come un tic automatico. È un logo. Come ogni logo, attiva una memoria automatica, un riconoscimento senza immagine, un assenso senza riflessione, un consenso senza esitazione.

Questa modularizzazione del linguaggio, la sua meccanicità, presuppone la conoscenza come una maledizione, il registro del reale come irrilevante, il pensiero come un’infezione. «La profilassi comincia dal vocabolario» che s’impoverisce, rinsecca fino a diventare slogan come nella pubblicità, marchio come nella grafica. Chiunque di noi può combinare un catalogo dei «moduli» della neolingua del Berlusconi politico. Successo Comunisti Produttività Teorema giudiziario Efficienza Legittimità Decisione Mercato Italianità Sicurezza sono oggi loghi che attivano riflessi robotizzati. Appaiono «oggettivi». La loro necessità e il loro valore è fuori discussione. Costituiscono «le premesse assiomatiche della conversazione pubblica. E come accade ai principi primi di ogni dimostrazione, sono sottratti ab aeterno a ogni razionale discussione». Sono più o meno degli ordini che escludono ogni libero consenso o lecito dissenso. Eliminano un luogo comune e quindi ogni dubbio, esitazione, libertà, cancellando di fatto lo spazio politico. Sono «aut disgiuntivi»: o si è dentro o si è fuori; o si è incondizionatamente amico o incondizionatamente nemico; o si è per il bene o per il male.

Quando il linguaggio si semplifica fino a ridursi a riflesso che rimuove ogni pensiero pensante, a risposta che anticipa il tempo della riflessione soggettiva (non è diventato «criminale » un sinonimo di «immigrato»?) si finisce per annullare la dicotomia oppositiva assenso/dissenso che definisce i regimi democratici o autoritari. Il format, la semplificazione del discorso del governo non è soltanto una tecnica di marketing politico. Ci si può vedere senza sforzo qualcosa di peggio: una tendenza totalitaria. Nella fascinazione che suscita anche in spiriti liberi mi sembra di scorgere un offuscamento che inquieta, come un’oscurantista dipendenza a una deriva immaginaria che lavora a mano libera scenari posticci, che manipola il rapporto tra la realtà e la finzione (già realizzato e controllato dal potere ideologico e spettacolare della propaganda totalitaria del Novecento).

Come spiegare in altro modo la rappresentazione – non contestata da alcuno, se non sbaglio – di un uomo di 72 anni, già fiaccato nelle sue energie vitali da un cancro alla prostata e da un intervento chirurgico assai invasivo, come un immortale «padre totemico» che riposa tre ore a notte e fa l’amore per altre tre, prima di rimettersi al lavoro nelle altre diciotto per risolvere i problemi dell’Italia, le difficoltà dell’Occidente, la crisi del Milan? Come definire questo stato ipnotico che ci impedisce di scorgere il grottesco di questa scena? Il format che ci vieta di riderne pubblicamente non è «un’invenzione culturale», è un esercizio di potere che svela una vocazione totalitaria. È un dispositivo politico capace di rimuovere ciò che vediamo, sappiamo, conosciamo, tocchiamo. È la manifestazione di un potere che riscrive sotto i nostri occhi la realtà («il reale esiste»); distrugge il linguaggio riducendolo ad automaton incondizionato; ci sottrae l’esperienza e la capacità di prendere posizione.

Non dovrebbe essere una sorpresa il consenso anche vasto, anche «imbarazzante» che raccoglie. Sempre «il legame totalitario è la risposta paradossale ad alcuni bisogni, spesso indotti». Non c’è sempre bisogno di polizia e terrore, di violenza assoluta. Il lavoro sulla psiche è più efficace. È proprio di quel dispositivo creare il mondo e proporsi come il garante della sicurezza e della prosperità del popolo. Il processo di dipendenza tra psiche e politica è assicurato se si inventa una condizione perenne di insicurezza, uno stato permanente di emergenza (l’immigrazione, la giustizia, l’italianità minacciata, la scuola) per offrire una protezione totalizzante. Come accettiamo l’indistruttibile vitalità del «padre totemico», come accogliamo un grembiule come se risolvesse i problemi dell’educazione, acconsentiamo a quello scenario di finzione e alla moltiplicazione delle strategie di controllo e di prevenzione che seguono.

Prigionieri di un vocabolario impoverito – per profilassi – delle cose e del pensiero «infetto», finiamo per considerare il corpo sociale come un corpo malato e le decisioni del governo come una terapia finalizzata a restituirne la salute aggredita da una tossicità interna (l’opposizione, gli stranieri scuri di pelle, i magistrati, i fannulloni, il sindacato, l’informazione). Il linguaggio diventato logo e riflesso impedisce di vedere come quei «marchi» giustifichino sempre di più pratiche di controllo minuziose (i militari nel centro della città, i vigili urbani in armi); un esercizio del potere illimitato privo di trasparenza e contrappesi (decreti con forza di legge, immunità per chi governa, Parlamento servile, autorità indipendenti sospese nelle funzioni); un’invasività nel privato dell’azione disciplinare del potere (intercettazioni preventive, divieto di sesso a pagamento, divieto di trasportare mercanzia con sacchi di plastica, divieto di stendersi sull’erba di un prato in un parco). La semplificazione del linguaggio (il format) non è la chiave di un successo politico, magari da imitare come copione da recitare se la sinistra vuole chiudere con le sconfitte: è il presupposto che ridisegna il rapporto tra libertà e politica.

Proprio perché la distruzione del linguaggio è la premessa di ogni futura distruzione, mi chiederei allora che cosa sarà distrutto domani, dove la tentazione totalitaria ha cominciato a lavorare oggi. «Totalitarismo», lo so, è una di quelle parole espulse con disprezzo dal discorso pubblico e tuttavia se si guarda al dibattito filosofico e politico – discussione che si svolge a luci spente, lontano dal rumore dei media – interrogare le forme contemporanee dei totalitarismi post-ideologici nelle società a capitalismo avanzato non è per nulla indecente o fesso o volgare. Al contrario, è opportuno. È onesto. È urgente. È legittimo. Non si tratta, naturalmente, di «opporre – a una democrazia – un regime politico» o di considerare il totalitarismo «come mostro politico» perché «non esiste nessuna muraglia né giuridica né istituzionale, né tanto meno filosofico-culturale, che separa la democrazia dal regime totalitario»4. Il totalitarismo non minaccia dall’esterno la democrazia. È «l’indesiderato ospite che bussa di continuo alla sua porta», «è una risposta estrema alle questioni che la modernità politica pone e non può risolvere. Non solo allora il totalitarismo è un’esperienza moderna, ma è un possibile sbocco della democrazia. Una forma di società che reagisce alla debolezza costitutiva dell’invenzione democratica, alla sua indeterminatezza, alla sua apertura verso il vuoto, in una parola alla libertà».

Per comprendere se l’Ospite Indesiderato abita accanto a noi, dentro di noi, bisogna allora investigare le debolezze della nostra democrazia, le angosce della società italiana, l’insufficienza di equilibri e assetti (esistenziali, istituzionali, politici, culturali). È nello scarto tra la modernità dei problemi, lo smarrimento sociale che provocano, l’angoscia delle domande e l’inadeguatezza delle risposte collettive e politiche, che si aprono i varchi dove si fa largo e attecchisce una «mentalità totalitaria» e una tecnica di potere che, al contrario del Novecento, non ha più alcun contenuto ideologico.

Una verifica della presenza dell’Ospite nella nostra democrazia deve esplorare la relazione essenziale del totalitarismo con la libertà (e il linguaggio, abbiamo visto, ne è la prima vittima) perché è un totalitarismo che non si costituisce più esplicitamente, visibilmente, come violenza e terrore e distruzione dell’Altro, ma più occultamente «lavora»6 nel nesso tra vita umana e potere politico; nelle modalità del rapporto tra realtà e finzione; nell’assenza di strumenti idonei per orientarci tra il bene e il male, di definizioni, orientamenti, consapevolezze che oggi ci impediscono anche di riconoscerlo il male, di averne un’idea, un pensiero. Ora sono queste le dannate sfide che attendono la sinistra, non lo scimmiottamento del «padre totemico», della sua neolingua totalitaria.

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