di Davide Imeneo
Vi è mai capitato, leggendo l’email di un collega o ascoltando un intervento su Zoom, di pensare che le parole siano troppo perfette, quasi artificiali?
È il segno di una metamorfosi: noi iniziamo a parlare come i chatbot, mentre le macchine imparano a imitare le nostre fragilità.
Ci sono degli ospiti inattesi che si stanno infiltrando nel modo in cui parliamo e scriviamo: una contaminazione che sta modificando il tessuto stesso della comunicazione umana. Chi presta attenzione alle conferenze su Zoom o ai video accademici su YouTube può notare l’emergere abbondante di termini specifici, un tempo rari, che oggi fungono quasi da veri e propri marcatori di un’intelligenza non “biologica”.
Parole inglesi come delve (scavare a fondo, approfondire), meticulous (meticoloso), realm (regno, ambito) e adept (esperto) hanno registrato un’impennata nel loro utilizzo, arrivando fino al 51% nei diciotto mesi successivi al rilascio di ChatGPT...

