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lunedì 23 maggio 2022

Il liberalismo è una causa persa?

di Jeffrey Tucker

Alcuni anni fa fui invitato a tenere una conferenza universitaria sull'importanza della libertà di parola. Feci una presentazione buona, ma mancava di passione, non perché non ci credessi ma perché non vedevo bene la minaccia o l'urgenza di affrontare l'argomento. La libertà di parola è sempre stata nella mia vita un principio non negoziabile.

Lo stesso vale per la libertà di stampa e di religione. Solo psicopatici squilibrati e pericolosi fanatici ideologici li metterebbero in discussione.

Quello che non avevo capito all'epoca era quel qualcosa che era diventato una parte quotidiana della vita nella maggior parte delle grandi università: la punizione del dissenso, la limitazione delle idee, la museruola agli studenti, l'intimidazione della facoltà e amministratori determinati a cancellare alcune opinioni in modo che altri potessero scalare i ranghi accademici.

Quello che gli studenti e i professori stavano sperimentando era il trionfo della visione di Herbert Marcuse: ciò che la gente chiama “libertà di parola” è la maschera borghese dei rapporti di potere e di sfruttamento. Il suo saggio del 1969, "Tolleranza repressiva", andava oltre, deridendo e dichiarando fraudolenti tutti i postulati consolidati del liberalismo. Sosteneva che l'unico percorso per una vera emancipazione era una "lotta contro un'ideologia di tolleranza".

E quello che disse sulla libertà di parola lo disse anche su ogni altro postulato della teoria liberale: libertà commerciale, diritti di proprietà, associazioni di volontariato, diritti umani, libero scambio, tolleranza religiosa e tutto il resto. Era tutto un gigantesco complotto per generare una falsa coscienza della realtà sotto l'egemonia borghese ...