lunedì 14 settembre 2026

Vuole la scuola che suo figlio si merita?


Salve, sono la scuola italiana. Scusi il fiatone.

Lei è? Ah, sì certo. Si accomodi.

Ho pensato che, con l’inizio del nuovo anno scolastico, forse era il caso che prima facessimo due chiacchiere.
L’ho vista in giro, l’ho letta sui social, e ho l’impressione che io e lei non ci siamo capiti bene.

Mi pare che lei nutra nei miei confronti delle aspettative confuse e vorrei approfittare di questo piccolo colloquio per chiarire qualche punto.
A scanso di equivoci, glielo dico subito: suo figlio non è speciale.
Sì, ho controllato. Sì, due volte.
No, non mi interessa cosa ha fatto durante l'estate. Non lo è.

Lo so che esiste una certa narrazione, alimentata da alcuni miei insegnanti che hanno visto un po’ troppe volte l’Attimo Fuggente e adesso pubblicano con Garzanti, che li vorrebbe tutti piccoli miracoli d’unicità. Mi dispiace, non è così.
Statisticamente ci sono ottime possibilità che suo figlio sia mediocre...


Ma non deve essere triste. È una bella notizia. La mediocrità è una skill particolarmente apprezzata nel mondo del lavoro e le posso assicurare che garantisce molte meno preoccupazioni dell’eccezionalità.

La cosa la fa un po’ arrabbiare? La fa un po' incazzare? Le lascio un momento per sfogarsi. Rompa pure il banco, non si preoccupi, tanto è già rotto. Vuole urlare contro un insegnante, magari contro un preside? Glieli chiamo? Nessun disturbo, stanno qua apposta.
Meglio? Benissimo, che dicevamo?… Ah sì, suo figlio non è speciale.

C’è un’altra cosa. Si regga forte: io non posso farlo diventare speciale.
Ora vorrei che lei si concentrasse mentre le elenco quello che posso fare:
a) posso insegnargli i greci e i romani.
b) posso farlo rimanere seduto per sei ore.
c) posso smorzare la sua naturale attitudine a rompere i coglioni.
Questo è più o meno quanto.
Come? Tutto qua? Lo so, un po’ poco. 
Lei cosa vorrebbe?
Vorrebbe che lo incuriosissi... 

Be’, sì sarebbe interessante. Magari che lo formassi, lo motivassi, che sviluppassi le sue ambizioni, coltivassi i suoi talenti, che lo spronassi a essere una persona migliore insegnandogli l’etica, la giustizia, la morale, la compassione, il fallimento, che mi sforzassi di trovare un linguaggio per parlare con lui aiutandolo a capire sé stesso e le persone che lo circondano. Che lo preparassi a trovare un posto lì fuori che non sia solo di lavoro.
Bello.
Ecco, no. Non posso farlo.
Perché?
Non ho i fondi, il tempo e la motivazione.

Vede, i miei insegnanti non hanno nessun incentivo ad approcciarsi in questo modo al proprio lavoro, anche perché le rare volte che quei tre o quattro psicopatici che ancora credono in sto mestiere ci provano, lei viene qui con le palle girate e ci spiega che a queste cose ci pensate voi. A casa. In famiglia.
Le assicuro che nessuno qui vuole rischiare il posto o una denuncia per far evolvere il suo angelo speciale da svapante scolapasta a persona vera.
Perciò greci, romani, rivoluzione francese e mano alzata per chiedere di andare al bagno.
Si aspettava di più?

Mi guardi. Guardi come sto messa. Guardi i miei corridoi, i miei soffitti, le mie aule, le mie finestre, i miei termosifoni, guardi i miei banchi, le mie mense, i miei laboratori. Guardi le facce dei miei insegnanti. Ci vede entusiasmo o ci vede rassegnazione? Ci legge ambizione o frustrazione? Eccellenza o mediocrità?

Le sue aspettative sono legittime, non mi fraintenda. Qualsiasi genitore vuole il meglio per i propri figli. Ma ecco il problema.
Lei non vuole il meglio.

No, non si offenda la prego. Risponda invece a una domanda.
Quand’è l’ultima volta che ha investito nella scuola?
Anzi no, gliela faccio ancora più semplice: quand’è l’ultima volta che ha votato qualcuno che volesse concretamente investire nella scuola?

Io la capisco, sa? Lei ha la sua vita, le sue priorità e fra queste priorità i figli non rientrano. Perché se rientrassero avrebbe già la scuola che vorrebbe, quella che mi ha descritto. E non c’è niente di cui vergognarsi ad ammettere che i suoi figli non rientrano fra le sue priorità. 
Si pensi che non rientrano neanche fra le mie. Le mie priorità sono una ragnatela burocratica che neanche si immagina. La mia priorità è lei, molto prima di suo figlio. La mia priorità è non trovarmela fra i coglioni a fine anno, la mia priorità è non deludere le sue aspettative, non quelle di suo figlio. La mia priorità è tutelarmi prima di tutelare lui.
Perché crede che riconosca così bene la mediocrità di suo figlio? Perché anch’io sono mediocre.
Non mi avete permesso di essere altro.

Vuole la scuola che suo figlio si merita? 
Ce l’ha già.

Vuole invece una scuola migliore? 
Si metta in gioco in prima persona e pretenda un cambiamento vero. Insegnanti strapagati, strutture all’altezza, programmi ambiziosi. 
Oppure ammetta che il futuro di suo figlio è solo qualcosa che vuole delegare ad altri col minor sforzo possibile.
Allora io le chiedo, visto che per trovare le ambizioni di un Paese basta cercare nelle sue aule, fra il suo corpo insegnanti, dentro i suoi programmi scolastici, se li guarda oggi che Paese vede?
Come?
Non ha capito la domanda?
Be’, suo figlio dovrà pur aver preso da qualcuno.

Nicolò Targhetta

Fonte: www.facebook.com
 

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