mercoledì 29 novembre 2017

Medicando: macchina, farmaco, corpo.

Se condizione affinché la vita possa dispiegarsi in una qualsiasi forma specifica è innanzitutto – banalmente – il suo dover esserci, essa deve perciò, prima di tutto, perpetuarsi, fronteggiando tutto ciò che la può negare.

La vita richiede, perciò, cura. E quando, nonostante tutte le accortezze che la cura dispone, una minaccia rischia di farla soccombere, le strategie di salvezza dispongono azioni che, nel combattere il male, si configurano quali terapeutiche.

La nostra vita quotidiana, ma anche tutta la vita sociale, si organizzano, in tal modo, in gran parte attorno alla fondamentale e preliminare esigenza di mantener(si) in vita. Tutte le civiltà organizzano perciò dispositivi per salvaguardarsi, potenziando ciò che serve alla loro difesa e, quando i mali irrompono, alla guarigione da essi, per ripristinare quella salute in cui la salvezza consiste.

Abbagliati dalla volontà di vivere, e perciò innanzitutto di sopravvivere, fronteggianti perciò tutto ciò che minaccia di morte, i mortali agognano (tendenzialmente in tutti i modi, per cui anche e persino somministrando morte a ciò che può loro portare la morte) salvezza e, quando il male ha trovato un suo varco, cercano la guarigione ...



Da sempre perciò la magia – e quindi la medicina che in fondo non è che magia guaritrice efficace e adeguatamente avveduta – ha accompagnato la vicenda degli uomini, rinvenendo nell’esigenza umana del controllo e dominio delle cose – e quindi nella guarigione quando tale controllo è da un disfunzionamento ostacolato o impedito – il suo senso.

Tecniche di guarigione, dapprima guidate dal mito, poi da saperi epistemici, hanno sempre costituito perciò parte integrante dei saperi sociali che le culture hanno via via costruito e perciò tramandato.

In questo senso non è novità che la medicina – intesa nel senso lato che le stiamo attribuendo – si costituisca sin dalle origini come specifica tecnica: disposizione di procedure e mezzi opportuni e efficaci rivolti al conseguimento di un fine.

In questo senso la medicina, fin dai suoi primordi, è quindi sempre stata fondamentalmente legata alla tecnica e anche per questo – e sempre di più e più che mai oggi – la prassi medica e i saperi che la costituiscono e la guidano si sono sempre più coordinati in tecniche sempre più complesse, raffinate, avanzate. Perfettamente in linea con la logica terapeutica che guida i saperi medici, procedure rivolte alla maggiore efficacia possibile e mezzi sempre più adeguati allo scopo – ossia tecniche sempre migliori – pervadano così sempre più gli spazi, ossia i tempi e i luoghi, e le pratiche che attengono l’esperienza della malattia e della sua cura.

Ma ciò implica anche che sempre più, perciò, la cura e l’approccio in genere alla malattia tendano a strutturarsi in relazione alla specifica forma dei mezzi di cui dispone, adeguando cioè al loro specifico modo di funzionamento i protocolli, ossia le specifiche azioni che configurano concretizzandoli gli ambiti medici.

Nemmeno questa è novità nello spazio medico, teorico e pratico. Ma tale adeguazione dei protocolli ai mezzi tecnici di cui la medicina effettivamente dispone ha oggi tale preponderanza da portare la medicina ad assumere forme sotto molti aspetti inedite, producendo un salto qualitativo che riconfigura tutto l’ambito della terapia guaritrice. Nella direzione di quella mutazione antropologica profonda che, sotto molti lati e aspetti, è certamente in atto, anche l’esperienza che si dispiega nello spazio della malattia e la sua cura, si torce in uno spazio dove a dominare è la Tecnica.

Ennesimo tassello di nuovi tempi e del nuovo uomo (ancora uomo?) che si profilano, anche la medicina tende a essere sempre più puro momento dell’Apparato della tecnoscienza (sempre più robotica) che l’imminente quarta rivoluzione industriale consolida.

Due sono le figure fondamentali cifra di questa tendenza evolutiva della medicina. 

Pur già operanti da tempo (seppure secondo diverse scansioni anche cronologiche) nello spazio medico, sempre più si impongono come perni attorno cui la medicina oggi sempre più si va attestando.

La prima di queste è il farmaco.

L’altra la macchina.


La medicina oggi è cioè imprescindibile da farmaci e macchine. Senza di essi la pratica medica oggi non è pratica medica. Persino dal medico la medicina può oggi prescindere, ma non dalla macchina e il farmaco.

Si può cioè persino ipotizzare che il medico, quale diagnosta o manipolatore, possa (in una per ora, ma solo per ora, fanta-scienza) diventare superfluo, sostituito da lettori decodificatori automatici di diagnosi o da automi programmati robotizzati. Ma senza la macchina, senza le sempre più sofisticate attrezzature capaci di esplorare o manipolare il corpo, nessuna medicina efficace oggi è più concepibile. Senza le macchine la medicina non è più tale, ma è altra cosa (conforto, sostegno morale, palliativo…). Ma anche senza il farmaco la medicina non sarebbe più ciò che è. Gran parte delle azioni mediche sono infatti oggi farmacopea, prescrizione e somministrazione di farmaci, agenti interagenti chimicamente col corpo malato prodotti in industrie sulla base di conoscenze scientifiche e attraverso procedure tecniche.

In una profonda coerenza e solidarietà tra loro, il farmaco agisce meccanicamente e la macchina è finalizzata alla diagnosi e al beneficio cui il farmaco tende.

Senza farmaco e macchina oggi la medicina è cioè inconcepibile. 

Macchina e farmaco sempre più costituiscono non più solo i mezzi più efficaci per la diagnosi e cura del male cui la medicina è rivolta, ma sono anzi i paradigmi del sapere e della pratica medici.

Non è solo l’attività del medico che si dispone sempre più in relazione ad essi, nè è solo l’esperienza del paziente che viene a avere a che fare con essi.

Ma è lo stesso sapere medico e la configurazione della fondamentale articolazione esistenziale della cura che si riconfigura adattandosi ad essi. Al punto che in fondo è attorno a decisioni attinenti le macchine e i farmaci che si coagulano tutti i problemi della bioetica, sorti a fronte della sempre maggiore potenza sulla vita e la morte che farmaco e macchina comportano.

Anche se constatabile soprattutto a posteriori, è evidente cioè la tendenza che – nell’evoluzione storica delle tecniche di guarigione che l’uomo fin dai suoi primordi ha cercato di approntare – porta all’esito in cui la medicina occidentale tecnoscientifica odierna consiste.

Anche altri e diversi sono stati però gli snodi che hanno contribuito alla formazione della medicina occidentale, spesso controtendenti intenzioni rispetto alla medicina oggi imperante.

Quando nella polis greca, a un certo punto, in non casuale concomitanza con la nascita della filosofia, la malattia non verrà più trattata solo nello spazio sacro dell’acropoli, ma anche nell’agorà, allora il medico ippocrateo affiderà la sua arte a una razionalità calcolante fondata sull’osservazione attenta dei sintomi e sull’anamnesi. In questo modo la medicina, sottratta allo spazio magico del rapporto col dio e affidata a saper profani, si disporrà come una forma di relazione tra uomini, cooperanti al raggiungimento dell’equilibrio in cui la salute consiste.

Quando, sempre nello stesso contesto, il medico – nella formulazione di una prognosi oltre che di una diagnosi, quindi esercitando il suo sapere anche nella capacità di previsione di un eventuale cattivo esito del decorso della malattia – riconoscerà anche i limiti della sua capacità guaritrice (sottraendosi così all’impegno di una a volte impromettibile salvezza), disporrà il discorso e la pratica medica anche nel solco di ciò che è soltanto possibile e quindi della giusta misura, oltre ogni hybris. La prognosi può infatti prevedere la guarigione e i suoi tempi, ma può anche essere infausta. Nel formularla il medico rinuncia perciò all’onnipotenza della sua azione (seppure possa peraltro tendere proprio con ciò ad una tendenziale onniscienza)

Quando – a partire anche per questo aspetto dalla terapeutica anitca – la pratica medica si viene a configurare anche come occhio in attenta attesa del momento cairologico, soltanto nel quale l’intervento è efficace, la dimensione medica oltre che rivolta galenicamente alla ricerca dell’equilibrio, configura la medicina, nonostante la labilità dei confini tra sapienza medica e scienza, più come un’arte che come una tecnica.

Quando, poi, tra i rimedi che la medicina appronta, sempre più prendono corpo le farmacopee, non solo esse sono per lo più, inizialmente, erboristeria e quindi in qualche senso farmacologia naturale. Ma – poiché nello spazio medico poco importa che il farmaco sia prodotto dalla chimica o meno, in quanto ciò che davvero conta è la sua l’efficacia – altrettanto rilevante è il fatto che l’intervento farmacologico sia nella medicina antica spesso inscritto in una dimensione rituale e quindi sociale. Non solo il corpo dolente cura quindi sé stesso nella relazione con la natura assecondandone i tempi ed i modi, ma anche, quale retaggio sciamanico, il gruppo sociale nel rituale in cui il farmaco agisce prende cura di sè

Anche e persino nella chirurgia – in cui attrezzature, e quindi macchine, cominciano a trovare un loro spazio adeguato – un’idea-guida di fondo relativa al suo senso è la subordinazione dei mezzi di cui dispone all’estirpazione di uno squilibrio, in fondo assecondando le leggi della natura sulla consistenza dei corpi e la cicatrizzazione.

Anche altre istanze – oltre quelle dell’efficacia tecnica – hanno cioè contribuito, nella lunga fase precedente lo snodo decisivo della Rivoluzione Scientifica, all’istituzione della medicina occidentale.

Anche se ciò non significa che il prevalere dell’esito tecnologico non trovi anche nel quadro premoderno sommariamente descritto fattori decisivi per l’emergere di farmaco e macchina quali paradigmi eminenti dello spazio medico, tuttavia rende anche chiaro che decisivo per tale passaggio è altro elemento, rinvenibile solo a partire dal momento in cui si sviluppa il sapere scientifico su cui la potenza della tecnica si fonda.

Senza l’affermazione, infatti, della scienza moderna, le altre istanze controtendenti tale passaggio, presenti e operanti nella medicina che si sviluppa prima della rivoluzione scientifica, non sarebbero mai state subordinabili al paradigma vincente, perchè riferite a un oggetto di cura – l’uomo malato – non riducibile completamente ad oggetto del sapere calcolante su cui anche la medicina occidentale da sempre si fonda.

Passaggio decisivo perciò verso l’affermazione del modello oggi imperante sarà la concezione di corpo (e quindi di corpo sano o malato) che nel moderno sempre più viene ad imporsi. Concezione per cui corpo, farmaco e macchina saranno concepibili come sempre più congruenti.

Il passaggio decisivo è Cartesio, il quale nel “Discorso sul metodo” dichiara esplicitamente di cercare un sapere utile “per inventare una infinità di macchine che ci consentirebbero di godere senza alcuna fatica dei frutti della terra e di tutti gli altri beni che vi si trovano, ma anche e in primo luogo di conservare la salute, che è senza dubbio il primo di questi beni e il fondamento di tutti gli altri in questa vita”.

Per far ciò serve sapere capace di “liberarci da una infinità di malattie, sia del corpo che dello spirito, e forse anche dalla decadenza della vecchiaia” affidando alla medicina, quale suo ambito proprio, lo studio e l’intervento sul corpo umano, inteso quale pura estensione meccanicamente e deterministicamente configurata.

Alla medicina dunque il compito di mantenere efficiente, ma soprattutto riparare, quando serve, la macchina in cui il corpo consiste. Per far ciò, il corpo va inteso come res extensa regolata dalle leggi che regolano ogni altro corpo. Il corpo è cioè una macchina e la macchina si colloca nello stesso spazio ontologico ove è ciò su cui opera (il corpo macchina). Ma anche il farmaco allora è in fondo un corpo che agisce meccanicamente in un meccanismo (secondo le leggi meccaniche cui anche la chimica è riconducibile)

Macchina e farmaco sono allora ciò che perfettamente interagisce, producendo perciò efficacia, con la macchina corpo. 

La medicina oggi è quindi inconcepibile senza le macchine e il farmaco, In questo senso è sapere e pratica coerente con la tecnoscienza sempre più dominante.

Come ogni sapere, si regge su un’idea del suo oggetto che fondamentalmente riduce, a partire dall’era moderna, ad un corpo esteso che funziona come una macchina.

Ma in quanto è una pratica, essa abbisogna anche di un corpo su cui agire e applicarsi. Ciò significa che la medicina è concepibile solo se esiste il corpo su cui essa opera. Questo corpo è il paziente, il malato.

Senza individuazione di malattia, non c’è cioè medicina. Ma senza malato non c’è pratica che curi la malattia. Se la medicina ha però come suo spazio d’azione il corpo esteso e i suoi meccanismi, il malato sarà sostanzialmente ridotto al suo corpo ed i suoi meccanismi. Il corpo malato è dunque esso il centro attorno cui ruota la cura e in funzione del quale farmaco e macchina acquistano il loro valore. Il paziente, in quanto oggetto su cui il sapere medico si applica e su cui la pratica medica interviene, sembra dunque essere il fine che guida la tecnica medica. Ma lo è sempre più in una visione riduzionista del corpo malato, congruente alla sua riconduzione a spazio in cui e su cui efficacemente operano i meccanismi della macchina e il farmaco.

Tutto ciò però non funziona, né può funzionare, del tutto finché il paziente non è davvero ridotto al suo corpo inerte. 

Nessuno è però davvero così riducibile e perciò quanto della soggettività del paziente eccede l’ambito cui si applicano i saperi dell’estensione, non può venire ovviamente del tutto negato, anche perché si impone ed espone nell’esistenza dell’uomo dolente.

Perciò la cura, in quanto rivolta essenzialmente alla macchina in cui il corpo consiste, può anche considerare l’essere umano concreto (il malato specifico che è quella persona) come puro residuo interferente (positivamente o negativamente) sulla cura della malattia e sulla sua efficacia. Ma può anche magari, proprio per questo, includerlo quale oggetto d’attenzione anch’esso della pratica clinica, riconsegnando alla medicina in parte anche lo status di un arte e di una forma della cura del sé.

L’ultimo rischio che tuttavia qui si profila è che anche questo spazio residuo alla fine non sfugga alla subordinazione oggettivante della tecnoscienza. Se anche il residuo è infatti oggetto di cura, allora tutto può essere concepito come ambito medico (della medicina che è tecnica guidata da scienza) e può profilarsi (come sta accadendo) una tendenziale medicalizzazione di tutta l’esistenza, nel coordinamento dei saperi medici con quelli psicologici (per lo più sotto il segno della somministrazione del farmaco). 

Ogni disagio esistenziale, quindi, ogni qualsiasi fastidio, disturbo; ma anche ogni prestazione scadente, persino l’elaborazione di un lutto o una pena d’amore, vengono concepiti come malattie da curare.

Nessuna vera cura può però aspirare al controllo totale, se non riducendo la vita ai solo canoni che la rendono prevedibile perché misurabile.

In fondo prima di ogni strategia guaritrice, la cura è attenta accoglienza e disposizione alla giusta misura.
In questo quadro malattia è prima di tutto una forma che la vita può assumere, da gestire secondo elementari criteri di gioia e dolore. Mettendo al centro di essa il corpo vissuto e la relazione.



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