Com’era bello, il mercato. È stata una straordinaria invenzione. Diecimila anni fa – o forse anche prima.
Ancora oggi ci divertiamo, da turisti, quando in qualche paese straniero dove la tradizione sopravvive esploriamo un mercato in tutta la sua turbolenta vitalità. O quando, anche da noi, ne troviamo qualcuno che conserva la stimolante atmosfera d’altri tempi.
All’epoca in cui nascevano i mercati, viaggiare era difficile, lento e rischioso. Si andava a piedi, tutt’al più a cavallo o a dorso di cammello (o con una zattera o una canoa lungo un fiume – i più coraggiosi si azzardavano ad attraversare un po’ di mare).
Da parecchi millenni l’umanità aveva imparato che non tutti sanno fare bene tutto, non a tutti si possono insegnare tutti i mestieri, è meglio dividersi i compiti e collaborare. Poi si scoprì che è ancora più vantaggioso se, invece di restare nei limiti della tribù o del vicinato, si allarga lo scambio ad altri, che sanno dove trovare, o come fabbricare, qualcosa di diverso.
Era nata la fertile economia del baratto. Ma c’era di più e di meglio. Allo scambio di oggetti (e delle conoscenze tecniche per farli e usarli) si univa la curiosità degli incontri. Presto si aggiunsero teatranti e saltimbanchi, giocolieri e buffoni, artisti e musicisti, cantastorie e portatori di notizie o leggende su luoghi e personaggi reali o immaginari.
Con feste e danze, giochi e scherzi, corteggiamenti e seduzioni, in cui si intrecciavano amori, tresche o avventure che contribuivano all’esigenza biologica di arricchire la diversità genetica (anche se nessuno conosceva le leggi dell’evoluzione) ...

