- Psicologia e sentire comune di chi rifugge ogni complotto -
La premiata e indimenticata coppia Gaber/Luporini, ormai più di vent’anni fa, lo chiamava il conformista. Oggi, sebbene l’epiteto non possa certo dirsi passato di moda, dal conformismo (culturale, etico, sociale e finanche politico) s’è declinata una nuova figura, pittoresca quanto sublime: l’ingenuista.
L’ingenuismo peraltro è un neologismo utilizzato raramente, del tutto sbilanciato a favore del ben più noto e celebrato complottismo, dalla cui categoria discende un florilegio di personaggi sinistri quanto disdicevoli, rispetto ai quali i media (ma concedetemi la preferibile dicitura “i padroni del discorso”) hanno mostrato acume immaginifico non da poco: no vax, no mask, bufalari, terrapiattisti, negazionisti e via dicendo.
Insomma, una serie di loschi figuri la cui esistenza sembra minare le fondamenta stesse della società e del vivere civile. La tua libertà finisce dove inizia la mia, è l’espressione più aggraziata che può capitare di leggere in quella cloaca a cielo aperto che sono divenuti i social: sempre a causa dei comportamenti deliranti del complottista, naturalmente.
Eh sì, perché i tratti paranoidi di costui, da bizzarro e compassionevole disturbo, sono ormai ascesi allo status di spauracchio suicidario da reprimere a ogni costo ...
