lunedì 4 giugno 2018

Com’è cambiato il destino degli animali nella ricerca?

Dal 1957 ad oggi, sei decenni di sofferenze, ma anche di progressiva crescita di etica e coscienza. 
Il rapporto uomo-animali evolve, grazie all’impegno di migliaia di volontari in difesa di elefanti schiavi, orsi ridotti a peluche da selfie, quadrupedi sottratti al macello o cavie da laboratorio.

di Maria Grazia Filippi

Sul sito «Space X dogs on Mars» si propaganda un progetto di colonizzazione canina del Pianeta Rosso ancora inesplorato, offrendo la possibilità di scegliere (vedi foto) quale, tra cinque malcapitati quadrupedi, verrà lanciato in orbita con il consenso dei padroni e la concreta possibilità di fare la fine della tristemente famosa cagnetta Laika.

Proprio sessanta anni fa, il 3 novembre 1957, l’animale ebbe in sorte l’atroce morte a causa di insufficiente isolamento termico della «Sputink 2», la capsula spaziale dentro la quale era stata legata dai russi alla ricerca di plauso internazionale e di primati nello spazio a danno degli americani ...


Novembre 1957, agonia nella capsula

Lo straordinario video della Bbc (sfiora l’icona blu per leggere) ce la mostra così: bianca e nera, sola nello spazio profondo, bloccata nei movimenti e con lo sguardo spaesato di chi non capisce cosa accade, morta assiderata dopo 10 ore di volo, in nome di una scienza che vedeva gli animali oggetti privilegiati — in quanto viventi — per ogni tipo di sperimentazione. Chi tra Bodoni, Max, Buddy, Rudy e Tucker potrebbe affrontare la stessa triste, e non richiesta, sorte nel viaggio verso Marte? Per ora il canetto di 24 chilogrammi Bodoni, di origini indiane, è in prima posizione con oltre 35 mila preferenze, ma la votazione è aperta e il finale non scontato. Quello che sembra più scontato, invece, è la massa di critiche che Elon Musk e la sua iniziativa si tireranno dietro. Perché a distanza di 60 anni, sono stati in molti a ricordare la fine di Laika, criticando ferocemente l’idea che un animale possa essere sacrificato, anche in nome della scienza.

Una nuova sensibilità animalista

La novità, però, è che non si tratta solo delle frange dell’animalismo più estremista. Da quando gli animali d’affezione sono diventati parte integrante delle famiglie e da quando, contemporaneamente, si è riconosciuto loro non solo un corpo ma anche la dignità di esseri senzienti da rispettare prima ancora che da amare, molto è mutato nel modo di considerarli e di considerare lecito o illecito ciò che si può fare loro anche in nome della ricerca scientifica.

Cosa è cambiato da sessant’anni ad oggi? Molto. Ma come si è arrivati a considerare un animale degno di rispetto e soprattutto non sacrificabile in nome dell’esclusivo benessere umano? I movimenti d’opinione sono cresciuti enormemente. I social, poi, negli ultimi anni hanno fatto da cassa di risonanza e le associazioni a difesa degli animali si sono moltiplicate insieme alla consapevolezza che non bisogna essere per forza antispecisti per volere che gli animali non siano manipolati, torturati, vivisezionati, maltrattati, sfruttati e umiliati in nome della scienza.


Addio a tradizioni centenarie come la corrida

Tradizioni centenarie come la corrida o come i cosiddetti «tori di fuoco» — una arcaica festa spagnola che vuole il toro torturato a morte con il fuoco davanti ad una folla che lo circonda minacciosa pungolandolo per farlo infuriare — sono ormai oggetto di quotidiane petizioni per la loro abolizione. L’ultima, proposta da Leal Lega Antivivisezionista onlus, vuole portare al Parlamento europeo quante più firme possibile per l’abolizione della corrida e per l’eliminazione dei finanziamenti dell’Unione Europea a favore dell’allevamento di tori da combattimento.


Verso la riduzione dei delfinari

In molti non tollerano più i delfinari, dove i tursiopi sono ridotti a marionette che saltano per un pesce a suon di musica in vasche di plastica invece di nuotare liberi per almeno dieci chilometri al giorno come farebbero in natura. E proprio oggi Animals Asia annuncia che la lunga battaglia cominciata nel 2015 per impedire l’apertura di un gigantesco delfinario nella città vietnamita di Danang ha dato i suoi frutti, e il delfinario non verrà costruito.

In tanti iniziano a considerare diseducativi gli zoo, o affini, che mascherandosi dietro la conservazione e la ricerca scientifica, imprigionano spesso a latitudini innapropriate animali fieri e selvaggi, catturati ancora cuccioli o figli della cattività che non hanno mai goduto della loro libertà. Mentre i circhi, a dispetto della tradizione circense, iniziano davvero a non piacere a molti: quelle tigri che saltano nel fuoco, quegli elefanti umiliati ritti su due zampe, quelle scimmie ridotte a clown che ballano, suonano e fumano sigarette, sono davvero lo spettacolo da offrire ai nostri figli per farli divertire?

Gli oranghi sono tra le prime vittime dei disboscamenti delle foreste indonesiane tramite incendi

L’olio di palma e la sorte degli oranghi

I movimenti d’opinione, i social e il web hanno fatto la differenza Negli ultimi anni, grazie anche alla trasversalità dei social, dei siti online e all’accresciuto potere di penetrazione dell’informazione alternativa, la questione della diffusione massiccia dell’uso di olio di palma, che ha reso necessario l’abbattimento di una larga parte di foresta indonesiana per far posto alle nuove piantagioni con la conseguente distruzione degli habitat naturali in cui vivono gli oranghi (destinandoli a morte certa), ha scatenato una rivolta popolare tale da costringere aziende produttrici da milioni e milioni di euro di fatturato a far marcia indietro sull’uso di quest’olio. Il risultato è in qualunque scaffale di supermercato: la stragrande maggioranza di biscotti e di dolciumi, espone ormai in bella vista la scritta: senza olio di palma. Vittoria o sconfitta?


Mamma orango e il suo cucciolo salvati da morte per denutrizione


Anche i turisti contro il bracconaggio

Fatto sta che la lotta al bracconaggio che stermina elefanti e rinoceronti in Africa per appropriarsi delle loro zanne e dei loro corni, è sempre più estesa a livello istituzionale e grandi siti di informazioni turistiche, Tripadvisor in testa, sono stati costretti a vigilare meglio su tutte quelle «attrazioni turistiche» che mascherano lo sfruttamento animale come divertimento per i viaggiatori.


Che siano gli elefanti addestrati a portare a spasso turisti, giocare a pallone o a dipingere quadri dell’isola di Pukhet, o i cosiddetti «selfie bears» dell’Albania e dell’ex Jugoslavia martoriati con una catena infilata nelle narici del naso e imprigionati in gabbie arrugginite nei cortili dei ristoranti, si diffonde la convinzione che gli animali non sono oggetti da sfruttare ma compagni delle nostre vite.

Gli animali selvatici a rischio abbattimento

E non si tratta solo di animali domestici: Djurens Rätt («Diritti degli animali»), associazione animalista svedese, ha raccolto in un solo giorno 51.388 firme con le quali ha concretamente salvato la vita ad un alce albino di straordinaria potenza che la polizia di Värmland aveva deciso di abbattere perché si era mostrato aggressivo nei confronti di umani con i quali era entrato in contatto. E allo stesso modo si moltiplicano le associazioni che, in tutto il modo, mettono in salvo in ampi territori animali liberati da varie forme di schiavitù. Elefanti, tigri, orsi, leoni ma anche vitelli, mucche e tori, finalmente liberi da una cattività imposta a fine di sfruttamento, riescono così a trascorrere una vecchiaia serena e lontana dalle torture quotidiane con cui sono stati vessati per anni, quando non per decenni.

È il caso di Animals Asia che, in Vietnam e in Cina, ha ridato dignità (fino ad una morte compassionevole, in due meravigliose riserve tra i monti) a centinaia di orsi sfruttati in modo atroce per anni e anni: li catturavano per sottrarre loro la bile prodotta dal fegato, tanto ricercata per i suoi presunti poteri curativi quanto inutile per gli uomini.


Il caso di Soi Dog a Phuket

È anche il caso di Soi Dog a Phuket e dei suoi fondatori Jill e John Dalley, che hanno dedicato la loro vita a salvare i cani e i gatti randagi del sud asiatico — imprigionati (foto sotto) per poi essere mandati al macello e venduti come carne commestibile — costruendogli un rifugio ad un passo dalle spiagge orlate di palme dell’isola. È il caso di un piccolo gruppo di ragazze albanesi che dedica il proprio tempo libero a individuare e trasferire in riserve accoglienti fra le montagne balcaniche, decine di bellissimi orsi costretti per anni alla catena per permettere ai turisti banali fotografie ricordo. Questa lunga trasformazione di idee e di pensieri che ha cambiato la percezione del ruolo degli animali nella società, lentamente ma inesorabilmente, ha trovato spazio anche nella ricerca scientifica, portando frutti che fino a poco tempo erano assolutamente inconcepibili nei più diversi campi.


La rivolta contro i Beagle cavie alla Green Hill

Il momento del non ritorno è rappresentato dalla lotta per liberare i beagle di Green Hill destinati alla sperimentazione, che molti considerano pura vivisezione. Dal 2012 il movimento di protesta ha portato ad una recentissima condanna in Cassazione ad 1 anno e 6 mesi a Renzo Graziosi, veterinario della struttura all’epoca dei fatti, a Ghislene Rondot cogestore di Green Hill, e ad un anno l’allora direttore dell’allevamento Roberto Bravi, accusati di «maltrattamento e uccisione di animali», ed è stata celebrata dal sostituto procuratore Ambrogio Cassiani, che nel 2012 aveva disposto il sequestro della struttura e dato il via al processo, «una battaglia culturale prima che processuale dall’esito per nulla scontato, accertando condotte penalmente rilevanti, ma anche l’affermazione di principi di civiltà».

Il mondo è sembrato svegliarsi di fronte alla consapevolezza che non tutto è giustificabile, che il dolore inflitto agli animali per il nostro tornaconto di umani non è difendibile sempre, senza se e senza ma. Che anche moda, cosmetica, arte, cultura e — non ultima — letteratura, non potevano non fare i conti con l’uso consapevole di ciò che arriva dal mondo animale.


La prima scimmia «sparata» nello spazio

Se dopo Laika, toccò a Miss Baker, la prima scimmia «sparata» nello spazio ad una velocità di oltre 16 mila chilometri orari nel razzo «Jupiter» del programma spaziale americano insieme al macaco Rhesus di nome Able nel ‘59, e poi ad Ham (nella foto con un elmetto della Nasa) che il 31 gennaio 1961 divenne il primo scimpanzé «astronauta» a bordo della capsula «Mercury» del razzo Redstone, adesso la ricerca scientifica sembra orientata ad un maggior rispetto per gli animali, che iniziano ad essere considerati parte dell’ambiente da salvaguardare.

Far progredire la scienza senza crudeltà

Il progetto Csmon-Life, i cui risultati sono stati presentati pochi giorni fa, ha portato — grazie ad un cofinanziamento dell’Unione europea — alla raccolta, attraverso l’intervento di 15 mila volontari, di 25 mila segnalazioni di animali e piante cosiddette specie aliene. Una di queste specie individuate, l’insetto di origine americana Zelus renardii è stato segnalato dagli utenti di Csmon-Life nel territorio romano: così è divenuto potenziale candidato per l’utilizzo, come agente di controllo biologico dell’insetto Philaenus spumarius (comunemente detto sputacchina dei prati), pericoloso vettore di un batterio che danneggia gli ulivi.
Quella sulla lotta biologica ai parassiti è una ricerca scientifica alternativa e non crudele. Grazie all’idea, fino a poco tempo fa inaccettabile, che una ricerca scientifica che non utilizzi i test sugli animali è possibile (oltre che auspicabile) e che i suoi frutti sono un valore aggiunto nei campi più disparati dello scibile umano, anche il mercato economico sta lentamente ma inesorabilmente iniziando a tenere conto che una fetta sempre in crescita di acquirenti sposta l’asticella dell’etica della compassione in alto.


Anche la moda schierata per fermare il sangue animale

I brand di moda che rifiutano l’uso di elementi che provengono dal mondo animale è in continua crescita. Se la pioniera nell’abbandonare pelli e pellicce, fu Stella McCartney’s, ora marchi come Gucci, Tiziano Guardini e Yoox sono tra i vincitori dei Peta Fashion Awards, i premi che celebrano i brand di lusso, i giovani stilisti e i marchi indipendenti che hanno fatto la differenza per gli animali. «Vestirsi con coscienza non è mai stato tanto di moda quanto ora — dichiara il direttore dei programmi internazionali della Peta, Mimi Bekhechi —.

Gli stilisti di oggi stanno accogliendo materiali etici e rispettosi dell’ambiente perché il futuro della moda è chiaramente orientato verso l’abbigliamento compassionevole». Ma non si tratta solo di non utilizzare pelle e pelliccia: si tratta proprio di puntare ai frutti di una ricerca scientifica che non vuole sfruttare gli animali e che quindi produce, in alternativa, capi in «eco-pelle» vegan; materiali vegani, naturali e riciclati; pelle che proviene dagli scarti del vino, o il Bionic, un innovativo poliestere riciclato che Rooney Mara ha indossato alla festa degli Oscar di Vanity Fair. Accessori vegani, giacche senza piume, senza lana, scarpe vegane realizzate con materiali di origine non animale (ma non di plastica perché lo scotto da pagare in termini di inquinamento ambientale è troppo alto), sono ormai disponibili e accessibili ovunque.

L’impegno per la cosmetica «compassionevole»

Stesso discorso per la cosmetica «compassionevole». Il brand Lush, ormai presente in tante città italiane, che produce cosmetica naturale rigorosamente non testata sugli animali con un’impronta «fashion» che la rende appetibile e molto di moda, ha istituito un premio annuale come contributo alla fine dei test sugli animali e Lav, la Lega Italiana Antivisezione, attivissima sul questo fronte, finanzia con borse di studio la ricerca alternativa a quella che utilizza la sperimentazione.
Le ultime due, destinate a due studentesse dell’Università di Genova, hanno finanziato gli studi sulla creazione di cellule di qualità che possano essere utilizzate nelle ricerche. La «V» di vegan — che certifica il superamento di una verifica che garantisce che rossetti, mascara e smalti per le unghie non provengano da elementi animali e che non siano stati testati provocando sofferenze a ratti, cani e conigli — è sempre più utilizzata e, soprattutto, sempre più in vista sui prodotti di aziende che scelgono una produzione etica.

Investire di più nella ricerca scientifica etica

E crescono le iniziative di raccolta fondi, dalla vendita delle uova di Pasqua per la strada alle grandi fundraiser che lavorano sul web, per finanziare questa ricerca. Aumentando di pari passo in molti la consapevolezza che la sperimentazione sugli animali per produrre medicinali, cosmetici, prodotti per la pulizia della casa, sia un metodo che può essere superato se gli investimenti su una ricerca capace di trovare un’alternativa aumentassero e non finissero, come accade ancora, nella stragrande maggioranza, ad alimentare una ricerca scientifica che molti, oltre a trovare obsoleta, considerano non etica. Insomma, se un’alternativa esiste, vale la pena di trovarla investendoci dei soldi. Molti più soldi di quanto non si sia fatto fino ad ora.


Le battaglie antivivisezioniste

A sostenere questa posizione la Leal Lega Anti Vivisezione che da quasi 40 anni si muove in difesa degli animali. «Abbiamo cominciato negli anni Ottanta a finanziare borse di studio per ricercatori che non usano il modello animale — spiegano — portando avanti la tematica dei metodi sostitutivi insieme alla lotta al maltrattamento e allo sfruttamento animale».

L’ultima campagna li vede protagonisti di una raccolta di firme per chiedere la chiusura dello stabulario dell’Università di Ferrara dove, da anni, sono rinchiusi in pessime condizioni un gruppo di macachi destinati alla sperimentazione. A gennaio inoltre hanno lanciato la campagna «L’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale è un diritto», che fa riferimento alla legge n. 413 del 12 ottobre. Offre a medici, ricercatori, studenti e personale sanitario la possibilità di rifiutare di svolgere attività che implichino la sperimentazione animale. 

Anche la Lav dà battaglia da quarant’anni contro la sperimentazione animale, partendo dall’assunto che «nessun animale può considerarsi un modello di “uomo semplificato”, mentre esistono centinaia di metodi alternativi alla sperimentazione animale che vanno dai modelli informatici, alle analisi chimiche, alle indagini statistiche (come l’epidemiologia e la metanalisi), agli organi bioartificiali, ai microchip al DNA, ai microcircuiti con cellule umane». E cita il lavoro realizzato da «un gruppo di ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma che ha ricreato la complessità del fegato in un chip, ottenendo un modello in grado di simulare ciò che avviene nell’organo umano, senza usare fuorvianti e fallaci test su animali».

Foer: «Se niente importa, non c’è più niente da salvare»

Jonathan Safran Foer, autore di best sellers internazionali come Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino, è stato forse l’autore che ha saputo sintetizzare meglio di tutti la motivazione forte, profonda che spinge a non abusare degli animali. Lo ha fatto nel suo libro dedicato alla sua scelta di rinunciare alla carne e diventare vegetariano: Se niente importa infatti spiega, con dolcezza e semplicità, tutto quello che c’è da spiegare: «Se niente importa, non c’è più niente da salvare». Sembra che anche la ricerca se ne sia accorta, anche se l’obiettivo finale è ancora molto lontano.

4 commenti:

  1. An attention-grabbing discussion is value comment. I think that you should write extra on this topic, it won't be a taboo subject however typically people are not enough to talk on such topics. To the next. Cheers play casino

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  2. Da vegana animalista e attivista che ha partecipato e fino a qualche anno fa organizzava con dei gruppi a manifestazioni contro la caccia, contro la vivisezione e contro i macelli, sogno ovviamente che gli animali possano essere finalmente considerati creature viventi con diritti di base pari a quelli dell'essere umano (lo so, ci sarebbe da discutere un bel po' sui diritti umani negati), perché come mi sforzo da anni e anni di far comprendere ai tanti, troppi indifferenti e ahimè arroganti, il diritto all'esistenza un topo ce l'ha al pari di me, e il fatto che gli animali non abbiano il cervello strutturato come il nostro e non producano scoperte o cultura (ma non fanno manco guerre, non sono cattivi, o avidi, o manipolatori) non li rende inferiori nel loro diritto intrinseco a vivere.
    Ho sempre sostenuto che chi crede che gli animali meritino di essere uccisi o mangiati in quanto "inferiori" nella scala evolutiva è un nazista che vuole sostituirsi a un dio che nemmeno esiste decretando chi deve vivere e chi deve morire.
    È altresì ormai risaputo che i test sugli animali non danno i risultati degli stessi sugli umani.
    Quanti sanno ad esempio che molte specie animali sono immuni alle radiazioni di alta intensità che invece uccidono noi in pochi istanti o minuti? E che i cani ad esempio hanno delle pareti intestinali che triturano anche il vetro e i sassi ma rischiano seriamente se gli dà la cioccolata?

    Insomma dobbiamo arrivare alla fine dell'uso e dello sfruttamento a carattere economico, commerciale, di intrattenimento di creature senzienti con un cuore che batte e un sistema nervoso complesso, che provano amore e dolore come noi.
    Stiamo lottando noi associazioni vegan- animaliste, e vinceremo per chi non ha voce, perché gli animali non sono oggetti e non sono stati creati per essere fatti soffrire e morire per mano dell'uomo.
    Non siamo più nell'età della pietra (ma ci siamo mai stati?), non c'è più bisogno di cibarsi e vestirsi con prodotti animali, e possiamo curarci in modo naturale, il nostro corpo e il nostro spirito ringrazieranno!

    A.

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    1. Grazie per le tue precisazioni e per aver ribadito il fatto che gli esperimenti sugli animali non sono mai stati affidabili al 100% in quanto, appunto, assai diversi da noi.
      Una pecora può ingerire arsenico senza problemi (anche i topi se ricordo bene!), un riccio l'acido prussico, una capra la belladonna, ;) .
      In realtà gli esperimenti veri vengono fatti effettivamente e direttamente sulle persone, quando ormai il principio attivo di una sostanza, pur non avendo avuto riscontri incontrovertibili, è stato dichiarata "valido"!
      Oltre l'inganno e la crudeltà.. anche la beffa! (sigh)

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    2. Grazie di cuore a te Catherine per questo spazio che ci offri per continuare a porci domande che allarghino sempre di più anima, mente e cuore!
      Trovo questo blog molto bello e pervaso da una forte energia di amore, le vibrazioni sono alte qui e spero che ogni nostro piccolo contributo possa servire a guarire questo pianeta.

      Buon lavoro!
      A.

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