giovedì 22 febbraio 2018

Il falso mito del “volere è potere”. Non il volere, ma la consapevolezza è potere

VOLERE È POTERE?
No, è la stupidità dell’uomo moderno nevrotico!


Qui si parlerà del falso mito tanto propagandato da noi in Occidente, in ogni ambito, anche quelli purtroppo della cura mentale, dove necessaria – ancor prima del volere – è una sana predisposizione psichica che include e bada l’inconscio.

“Volere è potere” – almeno come lo si intende generalmente – di certo taglia fuori dalla questione l’elemento “inconscio”, che invece esiste, agisce e opera.

Già, perché il motto nevrotico del “volere è potere” (che ammetterei soltanto in specifici contesti di ambiti lavorativi, dove può svolgere il suo ruolo determinante), spesso osannato da Life-Coach e pseudo psicologi, non tiene conto affatto della realtà fondante che possa permettere realmente, e soprattutto non conflittualmente, il reale volere/potere: l’inconscio...


Come la scienza psicologica ci insegna con lo studio delle dinamiche psichiche, ancora prima dell’Io cosciente, ancor prima del “Io Voglio”, pre-esiste – e permette queste stesse affermazioni – l’inconscio, o in qualunque maniera si voglia chiamare la base su cui si fonda, e su cui sussiste, l’Io.

Dunque l’Io, quando afferma di “volere”, deve fare sempre i conti con questa base da cui è originato, sostentato, alimentato.

“Voglio e così posso”, certo… se l’inconscio e l’interezza della tua psiche – di cui l’Io ne è soltanto una parte – te lo concede fino a laddove è permesso, fino al momento in cui continuare a fare “volendo” e “potendo” non diventa così unilaterale da rovinare la vita, un destino, fino alla sicura insorgenza di disturbi psichici e psicosomatici.

C’è un reale “Volere”, una reale “libertà d’azione”, che sorge dalla congiunzione del Sè e dell’Io (asse Io-Sè), o dell’inconscio con l’Io.

Da questa coniunctio provengono atti, gesti, parole, creazioni, che cambiano una vita, anche nel quotidiano.
E il mondo cambia, la nostra vita si rinnova, si trasforma, proprio da qui: dal quotidiano.

Carl G. Jung - 1947

«L’unica cosa che ci rifiutiamo di ammettere è di essere in balia di «forze» che non siano riducibili al nostro controllo. […]

Il motto «Volere è potere» è la superstizione dell’uomo moderno.

Eppure l’uomo contemporaneo, pur di mantener viva questa fede, paga lo scotto di una grave mancanza di introspezione.

Egli resta cieco al fatto che, pur con tutta la sua razionalità e la sua efficienza, «forze» non controllabili lo tengono ancora in loro balia.

I suoi dèi e i suoi demoni non sono affatto scomparsi: hanno solo cambiato nome. 

Essi lo tengono in uno stato d’agitazione incessante attraverso vaghe apprensioni, complicazioni psicologiche, un bisogno insaziabile di pillole, di alcool, di tabacco, di cibo e soprattutto imponendogli un pesante fardello di nevrosi.

[…] All’uomo piace credere di essere padrone della propria anima. Ma nella misura in cui egli si dimostra incapace di controllare i propri stati d’animo e le proprie emozioni, o di prendere coscienza degli infiniti modi segreti in cui i fattori inconsci arrivano a insinuarsi nei suoi propositi e nelle sue decisioni, egli non è affatto padrone di se stesso.

Questi fattori inconsci debbono la loro esistenza all’autonomia degli archetipi.

L’uomo moderno cerca di evitare di prendere coscienza di questa spaccatura della sua personalità istituendo un sistema di compartimenti stagni. Certi aspetti della sua vita esteriore e del suo comportamento sono mantenuti, per così dire, in zone separate e non sono mai messi a confronto fra di loro.”
(C.G. Jung – L’uomo e i suoi simboli)

«La volontà cosciente non può raggiungere una tale unità simbolica, poiché la coscienza diventa in questo caso parte in causa.»
(C.G. Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, p.51)


«Quanto più forte e autonoma diventa la coscienza, e con essa la volontà conscia, tanto più l’inconscio viene relegato sullo sfondo, e tanto più facile diviene per il prodotto della coscienza emanciparsi dal modello archetipico inconscio.»
(C.G. Jung – ibidem. p.35)

«Casi analoghi di eccessiva unilaterale tensione del punto di vista conscio, e di conseguente reazione dell’inconscio (dello yin), interessano molto spesso la pratica neurologica in questi tempi di sopravvalutazione della volontà cosciente (“dove c’è volontà, c’è anche una via!”).

Sia chiaro che non intendo affatto sminuire l’alto valore morale della volontà cosciente. Possano coscienza e volontà continuare a essere considerate le più alte conquiste culturali dell’umanità!

Ma a cosa serve una morale che distrugge l’uomo? L’armonizzare volere e potere, mi sembra più importante che non la semplice morale. ‘Morale à tout prix’ non è forse un segno di barbarie?
Spesso mi sembra meglio la saggezza. […]

Comunque sia, sta di fatto che una coscienza potenziata a spese di un’inevitabile unilateralità, in tutti i casi si allontana talmente dalle immagini archetipiche da provocare un crollo.

E già molto prima della catastrofe si annunciano i segni dell’errore, come assenza di istintualità, nervosismo e disorientamento, invischiamento in situazioni e problemi impossibili e così via.

L’analisi del medico rivela subito un inconscio che, trovandosi in stato di completa ribellione contro i valori consci, non può dunque in nessun modo essere assimilato dalla coscienza; e il contrario è ancora più impossibile. […]

A questo punto ha inizio dunque quella via che fu percorsa dall’Oriente fin da tempi immemorabili.

È chiaro che il cinese poté percorrerla proprio perché non era mai stato in grado di separare gli opposti della natura umana in modo tale che andasse perduto ogni loro reciproco collegamento cosciente.»
(C.G. Jung – Commento all’antico testo cinese “Il segreto del Fiore d’Oro”, p.36)

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