martedì 26 dicembre 2017

A Natale girano i Diavoli: perché? L’altro senso di una festa

"A NATALE GIRAN’ E’ RIAVOLI” ovvero a Natale circolano i diavoli diceva mia nonna

(di Sabato Scala)

E’ un antico detto campano che proviene da una atavica sapienza popolare e tiene in conto di un fenomeno evidentemente sempre esistito, che meriterebbe uno studio sociologico e psicologico specifico: l’amplificazione esasperata dei comportamenti e dei sentimenti negativi, sia personali che collettivi in contrasto con l’idea di un giorno in cui tutti dovrebbero essere “piú buoni”.

I vecchi fedeli, come mia nonna, avevano la loro infallibile spiegazione: era il demonio che, infastidito dalla festività con cui si ricorda la nascita del suo nemico , Gesú, e dal “giorno della bontà”, si ribella e conwquista più prede del solito tra i “deboli” ed i “poco credenti” .

In questo modo i vecchi mettevano un argine morale alla tristezza e ai sentimenti negativi, facendo credere a grandi e bambini che quel senso di fastidio che sentivano nel cuore, difficile da qualificare e da spiegare, aveva provenienza demoniaca e quindi andava tenuto lontano.

In ogni caso testimoni di un fenomeno che in maniera diretta o indiretta tutti noi sperimentiamo in questo periodo...


Se ci limitassimo alla questione meramente psicologica seguendo il modello junghiano potremmo dire che la saggezza popolare aveva ben identificato la sorgente dell’evento, l’inconscio.

Esso, infatti, corrisponde al “diavolo” nel modello associativo che deriva dalla educazione alla “scissione del Se” iniettato dalla teologia e dalla morale dei paradossi di matrice cristiana.

Mi spiego.

La morale cristiana indica l’origine del male in quei moti inspiegabili che vengono dal profondo e che, paradossalmente, si amplificano in misura proporzionale al tentativo di soffocarli con i “buoni sentimenti”.

San Paolo (ed i vari santi che sono seguiti), identificava questo fenomeno in quella che chiamò la Maledizione della Legge Ebraica e che tento di superare con la Legge del Nuovo Testamento in contrapposizione al Vecchio Testamento e alla Vecchia Promessa e Vecchia Legge.

Anche in questo caso Paolo fu estremamente preciso nella identificazione della “origine del male”, ovvero la Legge, ma non comprese la causa vera del male che è in ciò che intrinsecamente rappresenta ogni tipo di “legge morale”, e quindi anche la sua invenzione cristiana, ovvero il “suo” Gesù di more ed il corredo di corollari della Nuova Legge Cristiana.

Ciò che chiamiamo Male e sempre originato da una Scissione del Se, ovvero da un Paradosso che separa ciò che ci occorre e che ci viene dagli istinti di sopravvivenza che preservano e perpetuano la nostra vita e ciò che collettivamente , come gruppo di uomini, sarebbe necessario facessimo per preservare la collettività.

È da questa esigenza di mediazione tra gli interessi del singolo e della collettività che si genera la necessità della Legge Sociale.

Il contrasto tra l’interesse generale e collettivo genera la difficoltà di applicazione della Legge e rende necessaria la nascita di gruppi di “privilegiati” che definiscono in termini di legge, l’interesse collettivo, governino il popolo e faccendo rispettare la legge che essi delineano

Peccato che questi privilegiati vivano essi stessi il medesimo contrasto e, alla lunga, forti dei loro privilegi, creino leggi per cui la collettività viene obbligata a lavorare nell’interesse primario di questa casta.

Evidentemente una legge che opera a danno e a spese della collettività é indigesta e genera ribellione giustamente animata dal naturale istinto di sopravvivenza. Tale istinto si amplifica in misura del paradosso evidente tra l’interesse per la sopravvivenza individuale ed il doversi sacrificare, non nell’interesse della collettività, ma per quello di uno sparuto gruppo di parassiti privilegiati.

Ecco, quindi, che sorge la necessità di educare l’uomo ad alimentare un mirata paura interiore, ovvero una punizione che giunge inesorabile se non si “segue la legge” da parte di un essere invisibile che tutto vede e tutto giudica: Dio.

Di fronte alla evidente ingiustizia di questo essere in cui veniamo educati a credere fin da piccoli, che privilegia e difende alcune minoranze a danno di tutti, e di fronte alla evidenza che questo essere “giusto” ed “invisibile” opera solo perché il mondo sia schiavo di sparute minoranze, la ribellione per l’amplificarsi del paradosso interiore, si fa ancora più forte.

Nella impossibilità di mostrare la “giustizia e la bontà” un Dio che difende i privilegi e schiavizza il mondo facendo, con le sue leggi, in modo che pochi eletti vivano a scapito delle sofferenze degli altri serve un ulteriore motivazione interiore che spinga gli schiavi a rimanere tali. Occorre quindi creare la paura di punizioni enormemente peggiori ed eterne che ci toccheranno senza possibilità di scampo dopo la morte per esserci ribellati alla “Legge“.

Fin qui erano arrivati l’Ebraismo e l’Islamismo, colmando il paradosso con un piccolo compenso: la promessa che popoli fedeli a Dio, seppure schiavi di una élite di privilegiati, avrebbero dominato su tutti gli altri popoli della terra.

Qui si innesta, invece, il trionfo del paradosso di una nuova religione, nata sulla scia della filosofia stoica e machiavellica di Lucio Anneio Seneca, che trovo in Saul di Tarso, meglio noto come San Paolo, il suo più fervente ammiratore e colui che riuscì a dare a quella idea di religione funzionale al potere di Roma, la sua forma perfetta: il Cristianesimo.
Se è pur vero che occorrerà attendere Costantino perché le idee di Seneca, potessero manifestarsi in pieno nella nuova religione ideata da Saul di Tarso trasformata da etica a Legge dello Stato, oltre che Legge religiosa, é anche vero che i duemila anni successivi suggellarono un patto senza tempo tra Potere e Chiesa, mostrando che Seneca e San Paolo ci avessero visto lungo.

Ma andiamo a analizzare quale fu la grande intuizione di Seneca e soprattutto di Paolo ovvero : alimentare il sentimento autodistruttivo e masochistico nell’uomo elevandolo a virtù.

Se allo schiavo viene chiesta una vita di sottomissione all’ interesse della élite per la quale presta servizio, se si desidera lo faccia in maniera supina occorre elevare a virtù il suo sacrificio e le sue sofferenze al servizio del padrone di turno. Serve, quindi, trasformare l’ ingiustizia di una vita in povertà e sofferenza in trionfo che si sublima fino al sacrificio anche della vita per servire,dedicando, poi, le proprie sofferenze a Dio.

Qui, però, interviene il genio di San Paolo di Tarso: quale esempio di maggiore sottomissione si può fornire ad uno schiavo se non quello del proprio Dio che per amore di quello stesso schiavo sopporta sofferenze immani e dona la propria vita condannato ingiustamente?

Un esempio di un Dio che si incarna e muore, educando l’uomo al masochismo e al servilismo, alla inedia e alla prona sottomissione, però non è ancora sufficiente all’effetto desiderato: occorreva una motivazione forte che facesse leva su un profondo senso di colpa del fedele tale da farlo sentire costantemente inadeguato e non sufficientemente sottomesso ai suoi padroni.

Ed ecco che Paolo ebbe un grande colpo di genio ispirandosi all’ insegnamento di Seneca: quel Dio Incarnato muore sulla croce per i peccati degli uomini e quindi per i peccati di ciascuno degli schiavi.

Questi schiavi credenti, per sanare il loro debito di graditudine, non possono che ambire, quale massima aspettativa ed obiettivo della vita, alla “Imitazione di Cristo”.

Imitazione di Cristo è, infatti, il nome di un testo medievale che sublima e sintetizza questa educazione al paradosso interiore, all’auto svilimento, al perenne senso di inadeguatezza e all’eterno senso di colpa, alla sottomissione passiva e volontaria, all’amore malato inteso, non come condivisione, ma come capacità di sacrificio, in sintesi nella Imitazione di Cristo, massimo emblema descrittivo del vero cristiano, il credente viene invitato ad un esasperato ed autodistruttivo masochismo.

E’ a questo punto e su questa base che, necessariamente, il sentimento di ribellione interiore proveniente dall’istinto di autoconservazione viene proclamato: sentimento ” demoniaco“.

Con esso anche diviene “demonicaco” l’insieme dei moti dell’anima che portano in luce alla coscienza il paradosso di una vita di ingiusta sofferenza, vissuta seguendo una morale autodistruttiva imposta da leggi che privilegiano i “veri cattivi” e ci sottomettono a loro senza darci alcuna possibilità di ribellione, anzi invitandoci a chiedere ancora maggiore sofferenza.

Eccoci, quindi, giunti al punto da cui eravamo partiti e alla sottostante domanda: perché a “Natale girano i diavoli”?

A questo punto potete trovare da soli la risposta ponendovi queste domande:

In quale giorno dell’anno il paradosso tra il dovere di essere felici e l’esempio del masochismo elevato a virtù è più forte che in ogni momento dell’anno ?

Quando il mondo ingiusto ed il paradosso di un amore inteso come sacrificio e come motore unico del mondo stesso si scontra in maniera palese contro la realtà di un universo di ingiuste sofferenze, vissute solo perché pochi privilegiati vivano sulle spalle di tutti?

Quando viviamo su noi stessi con maggior vigore quel sordo senso di colpa per aver speso più di ogni giorno dell’anno, in regali e cene interminabili natalizie nello stesso momento in cui ci diciamoi “più buoni” pur sapendo che la maggioranza degli uomini nel mondo soffre la fame?

E per ricordarcelo quando, più che in ogni momento dell’anno, mentre sullo schermo televisivo passano a raffica coloro speculano su questa sofferenza chiedendo offerte e denaro in teoria per sanare queste situazioni ma, di fatto, alimentando i circuiti di mercato della sofferenza?

In quale giorno dell’anno anche i bimbi devono sentirsi in colpa perché un bimbo come loro, che ha amato il mondo, nasce ancora una volta in una mangiatoia ” al freddo e al gelo” sperimentando la cattiveria di chi non vuole dargli alloggio e senza che i bambini possano cambiare questa infelice storia?


Un bimbo a cui “tanto costò l’averci amato” ama noi, esseri immondi fin da piccoli, pieni solo di male nati già colpevoli di una colpa atavica, quella di Adamo ed Eva che si erano ribellati alla schiavitù del loro Dio, rinunciando alla prigione dorata del Paradiso pur di conquistare la loro libertà.

E allora non chiediamoci perché a Natale “girano i diavoli”, perché i diavoli dentro di noi li coltiva proprio questa stessa educazione religiosa patologica al masochismo, il cui fine é farci rassegnare ad una vita di schiavitù al servizio dei pochi parassiti che alimentano il circuito delle credenze religiose da secoli .

Se proprio vogliamo farci un regalo per il Natale, liberiamoci dalla prigione religiosa che ci hanno imposto e cominciamo ad aprire la gabbia della schiavitù ritrovando Dio, quello vero, non fuori ma dentro la nostra stessa essenza di individui con diritti e dignità.

Boh! Natale, ecco l’augurio riscritto che dovremmo farci per gli anni a venire augurandoci un quotidiano impegno alla “resurrezione e liberazione” dalle menzogne che ci rendono schiavi cominciando dalla quotidiana e costante lotta contro i parassiti su due gambe di questo mondo. 

In questo senso auguro a tutti di essere tanto, ma tanto più eroicamente cattivi contro coloro che vi chiederanno la guancia ancora una volta per un nuovo schiaffo. Puniteli senza pietà in modo che in futuro sappiano che gli andrà anche peggio se proveranno nuovamente anche solo a toccarvi e che non vi fermerete fino a quando non sarà “sanato” ogni affronto che vi è stato fatto.

E ora ditemi se, dopo questo augurio, non vi sentite più rilassati e sereni sapendo che avete preso con voi stessi questo impegno. Ecco il vero Natale.

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