martedì 4 luglio 2017

Morte cosa sei?

La Vita INFINITA - la vita Terrestre - La Vita oltre la vita...
La MORTE nel pensiero Umano

La morte viene "mostrata", ma non affrontata dal $istema e da coloro che ne sono indottrinati – il $ist€ma (religioso, politico e finanziario) attuale si regge sul crimine, la frode, la falsità, la guerra, il terrorismo, generando schiavitù e paura negli abitanti della Terra e quindi tanto dolore, per mancanza dell'attuazione pratica della Legge dell'AmOr - per uscire da questo "matrix" (sistema criminale di schiavitù totale) vedi: Sovranità Individuale

Mostrare la morte, ci dicono, rende le persone ancora più impaurite ed attaccate alle poche certezze che hanno. Ma nonostante ciò, non se ne parla mai in modo approfondito. In genere le persone NON la affrontano, anzi la sfuggono, magari facendo le corna…

In realtà la vita vissuta (il passato) è già parte della nostra morte personale, quindi da quando nasciamo, stiamo già morendo a poco a poco, non solo come esperienza di vita, ma anche come fisico, invecchiamo a poco a poco fino a morirne....


Sull'argomento e la parola "Morte" i popoli antichi avevano un concetto abbastanza diverso da quello delle popolazioni dette civili odierne, essi l’accettavano molto più facilmente o lo subivano come un fatto inesorabile, doloroso, della vita, ma quasi tutti avevano delle credenze religiose che li aiutavano ad accettare quest’avvenimento; essi credevano che i morti andassero in un qualche luogo ben preciso, che variava a seconda del tipo di filosofia religiosa in cui essi aderivano; essi davano dunque alla parola "morte" il suo GIUSTO significato di "Trapasso" = "fra e con i passi" = Attraversare = Trapassare = Passaggio da un luogo ad un'altro.

Anche i moderni religiosi, quelli credenti fermamente nell’al di là (luogo ove essi pensano si rechino le "anime" dei morti), riescono a superare più facilmente le sensazioni di angoscia che essa tende a produrre nell’animo umano; altri al contrario si disperano e si creano molti problemi personali, non accettando l’avvenimento si lasciano prendere dalla disperazione; pochi comunque riescono a comprenderla bene e quindi a “viverla come una nuova fase della vita”; a parte la fede religiosa, se superiamo le sensazioni che questa parola evoca e le analizziamo da un punto di vista non emotivo per mezzo della ragione, ecco che la sensazione di malessere viene ad essere cancellata e ad suo posto nasce una nuova e bellissima visione sulla VITA e sulla Morte stessa.
Questa parola ha comunque e da sempre evocato nei suoi uditori, rispetto e timore nella stragrande maggioranza degli esseri umani, ma sopra tutto per gli uomini occidentali dell’ultimo secolo, essa genera facilmente sensazioni di paura, angoscia, terrore.

Vi proponiamo quindi una diversa analisi sulla parola “Morte”; vediamo di esorcizzarla anche con un’analisi semantica della parola stessa.
Ovviamente le definizioni che noi oggi diamo a questa parola sono strettamente legate al concetto che abbiamo della parola Vita; onde per cui se modifichiamo i nostri concetti sulla morte, dovremo necessariamente modificare quelli che abbiamo sulla Vita.
Parola Morte, dal Dizionario di Italiano, rileviamo questa definizione:
“Cessazione della vita, di uomo, animale, pianta”; etimo latino: “mors, mortis”.
Questa definizione è estremamente incompleta, in quanto NON tiene conto del significato degli etimi più antichi e delle radici primarie che hanno prodotto nel tempo questo suono, parola, segno.

Prima di iniziare l’analisi delle definizioni che i nostri antichi progenitori davano a questa parola, dobbiamo ricordare che le antiche lingue Akkadico, Eblaita, Fenicio, Egizio, Ebraico, Arabo, hanno delle caratteristiche inesistenti nelle lingue moderne; le lettere dei loro alfabeti sono segni, glifi, simboli, che indicano ognuna delle idee, concetti, ben precisi; il compositore delle parole, le formava tenendo conto del significato delle singole lettere; ecco come mai dopo migliaia di anni, possiamo ricostruire, attraverso l’analisi delle radici e delle singole lettere formanti la parola da analizzare, il senso nascosto che l’autore di quella grafia, suono, parola, aveva in mente mentre scriveva.
vedi Autiut = Alfa-Beit.

Morte fisica e morte metafisica

In un precedente articolo ho accennato alla difficoltà dell’uomo contemporaneo di affrontare il tema della morte. Qualcuno mi ha fatto notare come ciò non sia sempre vero, in quanto numerosi soggetti affrontano regolarmente questo argomento: il medico, il biologo, il demografo, lo psicologo, ecc.. È vero, la morte è oggetto di studio tanto della medicina quanto della teologia, tanto della demografia quanto della psicologia, ecc..; diversi approcci disciplinari, ciascuno con proprie caratteristiche e peculiarità.

Occorre però mettere in luce e tenere ben presente una importante distinzione: quella tra un approccio empirico e uno meta-empirico alla morte, in corrispondenza rispettivamente del suo significato biologico e di quello simbolico. È evidente a tutti che tra una visione della morte in senso fisico e una sua considerazione in senso metafisico ed esistenziale, c’è una bella distanza: interpretata sul versante fisico, dalla scienza positiva, la morte offre un’immagine di sé ben diversa da quella risultante da una sua considerazione svolta a livello filosofico, teologico, morale.

Dal punto di vista della scienza biologica e medica, ad esempio, la morte è un problema come un altro. In quanto evento appartenente all’ordine naturale, essa è la semplice cessazione dell’attività vitale: è quel processo che ha inizio con la perdita delle funzioni vitali più importanti e che si conclude quando tutte le cellule sono morte. Già qui possiamo notare una curiosa contraddizione, segnalata anche dallo storico della scienza e della medicina, Mirko Grmek: se sul versante ontologico, infatti, la morte non può che essere un evento, dal punto di vista medico e biologico invece la morte non è, evidentemente, un evento istantaneo, ma un processo, che si sviluppa in diverse e distinte fasi.

Al di là comunque di questa differenza, è alquanto evidente che nell’ambito delle scienze mediche - le quali hanno a che fare semplicemente con la morte come decesso - non possa trovare spazio alcuna mitologizzazione della morte né alcun significato meta-empirico di essa. Anche la morte umana - essendo l’uomo un organismo biologico – è ridotta ad un insieme di eventi e processi fisici; come tale, essa si iscrive nelle condizioni e nelle leggi che governano l'organismo.

Il punto di vista che stiamo qui adottando vuole distinguere il semplice approccio empirico alla morte da uno meta-empirico, che ne consideri cioè gli aspetti metafisici ed esistenziali. Da questo punto di vista credo si possano fare alcune interessanti osservazioni anche sull’approccio tanatologico della scienza biomedica. Ma di ciò parleremo alla prossima occasione.

La morte e la scienza medica

A proposito dell’approccio della scienza medica al tema della morte (vedi articoli correlati), credo si possano fare almeno due osservazioni generali. La prima. La cornice di riferimento concettuale sottesa alla pratica medica contemporanea sembra radicarsi nella scissione cartesiana fra mente e materia. È nota a tutti la distinzione operata da Descartes tra "res cogitans" e "res extensa", cioè tra spirito pensante (identificabile con il pensiero) e corpo, inteso come macchina, come meccanismo perfetto in grado di funzionare autonomamente. Ovviamente, nessuno vuole sostenere che la teoria e la pratica contemporanee della medicina sottovalutino la fondamentale interconnessione di mente e corpo; pare però che il dualismo antropologico cartesiano – al quale va riconosciuto il merito di aver dato un enorme impulso alle ricerche fisiologiche e anatomiche – possa spiegare, almeno in parte, la concentrazione quasi esclusiva della scienza medica sugli aspetti fisici della salute e la sua tendenza a considerare la morte come la banale interruzione della funzionalità di una macchina.
Una volta separata la "res cogitans" dal corpo, inteso come macchina naturale, la morte diventa semplicemente il totale arresto di questo corpo macchina. Anche da qui deriva, dunque, per l’orizzonte di senso della medicina, l’estraneità a qualsiasi qualificazione della morte in termini filosofici, esistenziali, ecc..

La seconda osservazione riguarda il fatto che per la scienza medica in generale oggetto di indagine non è mai propriamente il che cosa della morte, ma semplicemente il suo come; e forse non potrebbe essere altrimenti. L’indagine medica non riguarda tanto l’essenza della morte (sia pure in senso fisico), quanto i processi e le modalità del morire, i segni della morte.
Se ponessimo ad un biologo la domanda “che cos’è la morte ?”, questi non soltanto potrebbe cavarsela con una semplice risposta del tipo: “La morte è la cessazione dell'attività vitale negli organismi animali e vegetali”, ma probabilmente comincerebbe a parlare di cessazione dei movimenti respiratori, di arresto del battito cardiaco, di scomparsa dell'attività riflessa, ecc.
In sostanza, cominciando ad articolare la sua risposta, lo scienziato biologo non risponderebbe più alla domanda originaria (Che cos’è la morte ?), ma ad un'altra, e cioè: “Quali sono i segni della morte ?”. Insomma, il vasto mondo della medicina moderna non sembra occuparsi propriamente della morte.
Fa eccezione, ovviamente, la figura del medico legale, il quale, com’è noto, è costretto non solo ad occuparsi dell’accertamento del decesso, ma spesso è chiamato anche a valutarne l’ora, sulla base di parametri, quali lo stato generale del cadavere, la comparsa delle macchie ipostatiche, lo stato di rigidità cadaverica (che inizia 4-6 ore dopo il decesso, a partire dai muscoli del capo per concludersi nell’arco di 48 ore), ecc..

In ogni caso, il quesito al quale la scienza medico-biologica può tentare di fornire una risposta è soltanto:
“Di che cosa si muore ?”. La domanda invece di gran lunga più radicale per l’uomo è quella inerente il senso della morte (perché si muore ?) piuttosto che la causa; e questa domanda per la medicina non è pertinente.

Insomma, è innegabile che molti aspetti della morte siano di dominio quasi esclusivo della scienza medico-biologica: la nostra condizione generale di esseri viventi non ci consente, infatti, di ignorare neppure per un attimo la connotazione biologica della morte. Allo stesso tempo però è altrettanto evidente che c’è una bella differenza tra la morte oggetto della medicina, della fisiologia o anche della demografia, della sociologia, e la morte ‘vissuta’.
Come scrisse Vladimir Jankélévitch (Pensare la morte ?, Raffaello Cortina, Milano, 1995), "Per il medico, la morte diventa molto rapidamente qualcosa di banale. Un morto è presto sostituito: la vita man mano richiude i vuoti. Tutti sono sostituibili: qualcuno scompare, un altro occupa il suo posto". Da questo punto di vista si tratta di un problema come tanti altri.

La morte e il morire nella civiltà tecnologica
“Dammi ancora del tempo” dice il Cavaliere Antonius Block alla morte che è venuta a prenderlo. “Tutti lo vorrebbero” – risponde lei – “ma non concedo tregua” (da Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, nella foto). Da sempre il problema della morte incombe su ogni essere pensante; in ogni tempo e in ogni tipo di società l’uomo ha tentato di rappresentarsi la morte, di immaginarla, di comprenderla intellettualmente, riflettendo sulla sua origine, sul suo significato, sulle sue conseguenze, ed escogitando diversi sistemi di credenze e varie strategie di comportamento per proteggersi dall’angoscia nei suoi confronti.

Anche quando non sembra suscitare una attiva e consapevole riflessione, il pensiero della morte non è per questo assente: agisce nascostamente negli uomini, influenzandone comportamenti, usi e costumi. L’uomo è quasi di continuo accompagnato da questa invisibile e muta compagna, che opera a vari livelli di consapevolezza; essa si rende presente in modo fulmineo in quel senso di vertigine che coglie l’uomo quando di tanto in tanto si sorprende a pensarsi mortale, a pensare, con rinnovato stupore, il proprio annientamento totale e irreversibile. È l’interazione immaginaria con questa inquietante compagna che attribuisce una tonalità emotiva particolarmente nostalgica all’esperienza vissuta. Insomma, la presenza della morte sovrasta – in maniera manifesta o latente - i sentimenti più profondi di molte persone.

Qualcuno forse si stupirà del desiderio di scrivere su un argomento del genere; un argomento certo importante e complesso, ma dai più giudicato triste e lugubre. In realtà, fondamentale oggetto di interesse di chi scrive è l’uomo e la sua vita, ma dato che l’immagine della morte influisce sull’immagine di sé e sull’interpretazione della propria condizione esistenziale, qualunque riflessione che voglia avvicinarsi alla comprensione dell'uomo si vede obbligata ad un confronto più o meno esplicito con la problematica tanatologica. Riflettere sull’atteggiamento attuale di fronte alla morte può contribuire a farci capire come l’uomo contemporaneo pensi a se stesso, come interpreti la propria condizione umana.

Eppure, nonostante negli ultimi cinquant’anni si siano moltiplicati gli studi su questo tema, parlare oggi della morte, tentando di farla rientrare nei discorsi sulla vita, rimane ancora piuttosto difficile. Ciò sembra dipendere da quell’atteggiamento di “rimozione collettiva” della morte che proprio i numerosi studi della letteratura socio-antropologica indicano concordemente come tratto culturale distintivo della nostra epoca. Del resto, basta l’evidenza empirica per farci constatare come per la generalità degli uomini moderni la morte sia sempre lontana, perennemente rimandata in un tempo futuro e occultata con ogni mezzo. Prevalendo l’impulso individuale e sociale alla rimozione, il pensiero sulla morte viene sospinto sempre più ai margini della riflessione: la morte è, per quanto possibile, negata, rifiutata, nascosta.

La MORTE - Riflessioni

Gli storici delle religioni e gli etnologi hanno quasi sempre ritenuto che la morte di un individuo sia, soprattutto nelle culture arcaiche e primitive, un “fatto sociale”, un avvenimento che determina una crisi, non soltanto nel gruppo familiare, ma anche in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan, della tribù; e che per questo le strutture sociali reagiscono alla morte attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducono gli individui a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società.

Morte, vendetta, aldilà.

La morte viene interpretata dagli etnologi e antropologi come una crisi del gruppo che, per il sovrapporsi delle motivazioni mitiche e rituali che l'accompagnano, determina reazioni contrastanti ma, in fondo, logiche: il dolore, la perdita - attribuiti a un nemico ad un avvenimento eccezionale che ha turbato l'ordine - inducono di conseguenza a tentare azioni concrete di vendetta per stabilire la normalità. Intendendo la morte come evento innaturale, il gruppo tende a individuarne le cause con i metodi divinatori propri delle singole culture. Conoscere il motivo della morte serve a riprendere in qualche modo il controllo della situazione e a stabilire quali siano le azioni da compiere, dato che le responsabilità dell'evento luttuoso possono ricadere sul defunto stesso (per la violazione di un tabù, per un peccato o una mancanza nei confronti di un rito), oppure su altri membri del gruppo (familiari, nemici o avversari del morto) che abbiano agito direttamente o attraverso operazioni di magia nera o di stregoneria.

La diagnosi propone alla famiglia o al gruppo un dovere di vendetta, da realizzarsi materialmente o magicamente contro il responsabile. Le testimonianze etnologiche sui processi divinatori sono molto numerose. Gli aborigeni australiani, per esempio, fanno un'inchiesta quasi in ogni caso di morte (A.P. Elkin, Gli aborigeni australiani, 1938), e sempre quando il defunto sia un giovane adulto di sesso maschile (il che si spiega facilmente perché in realtà il gruppo è formalmente costituito dagli adulti maschi, iniziati, e la morte di uno dei membri colpisce quindi il gruppo come se fosse stato mutilato o messo in pericolo nel suo insieme). In molti casi la persona che viene sospettata per prima è la moglie del defunto, sia perché appartiene, laddove vige la norma esogamica, a un gruppo estraneo, e quindi in qualche modo potenzialmente ostile, sia perché si ritiene che abbia l'occasione - anche soltanto con la non osservanza del tabù mestruale - di provocare la morte del marito (Marilyn Strathern, Donne al bivio, 1972).

Una volta accertato con vari metodi chi è l'assassino, la vendetta viene praticata direttamente sul responsabile o sul gruppo cui appartiene; mentre se la responsabilità risale al defunto stesso in quanto ha violato qualche norma rituale, allora si ha il caso della «malamorte», decesso improvviso e terribile che colpisce il violatore (numerosi sono gli esempi di questo genere riportati da H. Webster, Il tabù, 1942).

La morte non è vista, tuttavia, come fine dell'esistenza dell'individuo, il quale va a far parte di un mondo di-là, che è sentito come “potente”, che crea timore, e che quindi conferisce al morto una virtuale aggressività o, al contrario, una forza benefica.
Trasformato in “doppio”, in “fantasma”, in “ombra”, in “spettro”, il morto diventa temibile perché è stato strappato da una pienezza vitale, alla quale resta attaccato. Si costituisce, cosi, un particolare rapporto fra il morto e i sopravvissuti, i quali sono tenuti a sostenere, ad alimentare con offerte, a placare la sete di vita che ancora è presente nel “doppio” o “fantasma”, col rischio di esporsi alle sue violenze malefiche o distruttrici se non vengono adempiuti gli obblighi prescritti.

Nella maggior parte dei casi il mito e il rito mirano a indebolire la personalità del defunto, che si manifesterebbe soprattutto nel periodo immediatamente successivo al decesso. Nasce da qui anche l'usanza dei vari e successivi tipi di sepoltura. In molti casi il defunto diventerà l'antenato, destinato a proteggere il suo gruppo e la sua dinastia; oppure verrà cancellato dalla memoria, come avviene, per esempio, con l'abbandono del cadavere, o addirittura talvolta con l'abbandono e la messa a fuoco di tutto il villaggio.

Per quanto riguarda le donne, è quasi certo che raramente si trasformano pienamente in antenate (anche se l'uso comune del plurale maschile da parte degli etnologi rende difficile stabilire i casi particolari); ma nella società dei vedda (isola di Ceylon) esiste un termine particolare femminile per indicare l'antenata potente yakini, accanto al termine yaka per quello maschile: presso queste popolazioni gli spiriti femminili appaiono spesso come malefici, disposti a rapire bambini e a ucciderli, mandando loro malattie, mentre quelli maschili sono sempre benefici (C.G. Seligman, I vedda, 1911).

Origine e figurazioni della morte.

Essendo la morte ritenuta un fenomeno estraneo all'originaria natura dell'uomo, sono numerosissimi i miti che spiegano in qual modo sia entrata la morte nel mondo mutando una condizione primordiale di pienezza vitale. Tale mutamento dipende dal peccato (come nell'ebraismo e nel cristianesimo) o dalla violazione di un tabù posto all'origine, o infine da alcuni avvenimenti mitici che introducono la morte nel mondo indipendentemente dalla volontà, o dalla responsabIlità, degli uomini. Nel mito si tende ad accertare non tanto il perché dell'origine della morte in rapporto alla colpa umana, quanto il come e il quando la morte fu introdotta.

Molto spesso lo strumento attraverso il quale la morte è entrata nel mondo è la donna, oppure la morte stessa è vista come un'immagine femminile. Questa concezione, estesissima in diverse aree culturali, è connessa alla particolare fisiologia femminile, che viene interpretata come segno che la donna è al limite, al confine fra la “natura” e l'aldilà, un aldilà che esiste sempre come mondo dei morti, come mondo prima della vita e dopo la morte. Presso i cagaba, per esempio, popolazione amerinda della Sierra Nevada de Santa Marta, è la dea Gautèovan, la Madre originale, che crea con il suo sangue mestruale prima il sole, poi tutte le altre cose, compresi gli spiriti della malattia e della morte (J. Curtin, Miti di creazione dell'America primitiva, 1899). In tutta l'area indoeuropea la Dea Madre è connessa con la morte e con il mondo dei morti. Presso i greci, Ecate, divinità degli Inferi, regina degli spettri e delle ombre, appare come una particolare epifania lunare di Artemide, divinità nefasta e vendicatrice. Artemide colpisce a morte con le sue frecce, ed è la padrona della morte improvvisa. Anche Persefone, la fanciulla del mito di rapimento che è alla base dei culti di Eleusi, è una figura di morte, strumento di comunicazione e di passaggio col mondo degli Inferi. Sempre in Grecia, le Erinni, divinità infernali, sono raffigurate in forma di serpenti, poiché il serpente simboleggia gli spiriti della morte (G. Thomson, Eschilo e Atene, 1940). La trinità delle Moire, che appare per la prima volta in Esiodo (Teogonia), sovrintende al destino dell'uomo stabilendo il momento della morte. Il concetto di Moira, come divinità che tesse il filo della vita e vi pone fine troncandolo, è comune anche ai romani e ai germani (presso i quali le Moire compaiono sotto il nome di Parche e di Norne). Nell'ambito dell'ebraismo é attraverso Eva che l'uomo é stato condannato alla morte: così pure in moltissimi miti indoamericani spesso la morte si introduce nel mondo per il gesto sconsiderato di una donna.

La connessione fra la morte e la donna risulta anche dall'aspetto femminile dell'immagine della morte, che è presente in molte aree culturali. Presso i bambara dell'Alto Niger, la morte è una “donna”, oggetto di unione sessuale, perché è nel coito che risiede l'enigma del dolore (D. Zahan, Società di iniziazione bambara, 1960). La femminilità della morte è presente anche nella frequente connessione della donna con la Luna e nella bipolarità luce-tenebre; e, come ha notato V. Propp (Le radici storiche dei racconti di fate, 1946), anche la strega delle fiabe è un personaggio che viene dal mondo delle ombre e dei morti.

Significati della morte.

Nel modello mitico più frequente la morte assume il valore di un “passaggio”, a volte di una “prova” (A. Van Gennep), attraverso la quale si accede a una condizione diversa, ma che, comunque, assicura una continuità di esistenza in un'altra vita. Questa condizione può essere il ricostituirsi dell'integrità e della perfezione originaria, nella quale l'uomo godeva dell'immortalità come del suo stato naturale; oppure può consistere nel passaggio ad una nuova esistenza, più o meno corrispondente a quella terrena, di cui diventa la prosecuzione all'infinito (e l'uomo può vivere questa nuova vita, sia nella sua pienezza sia nella forma di ombra).

A volte la morte può rappresentare la liberazione dai limiti dell'individualità: di conseguenza l'uomo (non più individualizzato) o il suo spirito (liberato dai caratteri personali) viene assorbito nel tutto. Un'altra rappresentazione escatologica intende la morte come momento in cui si acquisisce una dimensione assolutamente differente da quella terrena, una dimensione libera dalla corruttibilità e dalla peccaminosità che è insita nella carne, con l'assunzione di un nuovo corpo glorioso o “pneumatico”. Infine vi può essere l'identificazione del defunto (o della sua anima o del suo doppio) con il dio, modello esemplare dell'immortalità, del senza tempo, del senza corruzione.

Spesso, nei casi in cui la morte è concepita come passaggio ad altro stato, è necessario uno specifico comportamento dell'uomo (osservanze rituali, purificazione dal peccato, innocenza ecc.), o anche una “rivelazione” di tipo iniziatico, che consenta all'uomo di conoscere la realtà centrale insita nella morte, la sua funzione determinante del nuovo ciclo di vite. Si hanno così varie concezioni che risolvono l'angoscia e la crisi connessa con la morte in una prospettiva escatologica, individuale o collettiva, la quale può realizzarsi una tantum, per i singoli morti o per i morti nella loro totalità (giudizio individuale e giudizio finale), proiettando questa prospettiva in un tempo remoto, indefinito; oppure concezioni religiose che si basano sulla credenza nella reincarnazione e nella trasmigrazione. e che fanno quindi della morte il passaggio a una nuova forma di vita.

Questa non costituisce ancora la liberazione dalla mortalità, e si esaurisce soltanto nel decorrere di un certo ciclo e nella consumazione di una certa carica di male e di negatività, anche morale (come per esempio nei misteri orfici).
Negli ultimi anni gli storici, soprattutto francesi, influenzati dall'antropologia, si sono rivolti allo studio della morte nella cultura occidentale, mettendone in luce aspetti di rimozione, di allontanamento, o, di contro, motivi di speranza in una rianimazione futura conseguibile attraverso le conquiste della scienza.

Tratto da: riflessioni.it/enciclopedia/morte.htm - Fonte: Enciclopedia Garzanti di Filosofia – 1990

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