sabato 10 dicembre 2016

Finalmente svelati i segreti di Leonardo da Vinci. Il genio fuori di metafora

Intervista a Riccardo Magnani

Riccardo Magnani, nato a Lecco nel 1963, si laurea in Economia e Commercio. E' uno dei più affermati studiosi di Leonardo da Vinci e del Rinascimento.

- Riccardo Magnani,
come
 interpreta l'ultima rivelazione che vorrebbe lo sfondo della Gioconda di Leonardo da Vinci legata alla sua città, quella di Lecco, a motivo della somiglianza con il ponte Azzone Visconti?
Catherine 


- Intendo fare un po’ di chiarezza su quanto affermato in questi ultimi mesi in merito ai paesaggi che farebbero da sfondo alla Gioconda di Leonardo da Vinci, che qualcuno vorrebbe essere toscani, qualcuno umbri, altri ancora del pavese se non addirittura pugliesi.

“Nessuna cosa si può amare, né odiare, se non si ha piena cognizion di quella” scriveva Leonardo in uno dei molteplici codici a lui riconducibili, sparsi nei musei di mezzo mondo, e mai affermazione fu più azzeccata in associazione alle infinite amenità che si scrivono in merito alla sua eredità artistica.
Da anni mi dedico allo studio di Leonardo da Vinci e al suo legame con il nostro territorio, e l’ipotesi da me avanzata di un collegamento tra la città di Lecco e il sommo artista è nota ormai da diversi anni. Quello che è meno noto, sono le motivazioni storiche e culturali che hanno indotto Leonardo a indicare i paesaggi lecchesi nelle proprie opere; sì, al plurale.

Speculazione vuole, infatti, che ci si soffermi spesso a indicare un collegamento o con il ponte raffigurato, in questo caso individuato dal ponte Azzone Visconti di Lecco, oppure con la presunta identità della Mona Lisa stessa, insistendo dunque su una lettura puntuale e mai di carattere sostanziale, di quella che è l'opera forse più famosa di Leonardo da Vinci, la Gioconda, ignorando oltretutto totalmente il fatto che la maggior parte delle opere e dei disegni di Leonardo ritraggono la cittadina che fa da contrappunto al ramo comasco del Lario...


Senza comprendere il contesto storico e le vicende legate a ciò che accadde negli anni a cavallo della metà del XV secolo, infatti, è quasi impossibile dare una lettura compiuta alle opere leonardesche, men che meno agli sfondi impiegati. Quegli anni hanno visto un rifiorire delle arti tutte, e delle conoscenze di carattere filosofico, storico, scientifico, astronomico e geografico fino ad allora dimenticate dal mondo occidentale, quello che noi oggi chiamiamo vecchio mondo, in contrapposizione al nuovo mondo, rappresentato dal continente americano, approcciato ben prima di Cristoforo Colombo da Medici, Sforza e Malatesta, tra gli altri, e poi conteso a suon di Inquisizioni da Spagna, Portogallo, Vaticano e Germania.

La stessa Gioconda rappresenta il Rebis, ovvero la congiunzione tra elemento spirituale maschile e elemento femminile, motivo per cui nel volto dal sorriso enigmatico sono presenti il volto maschile e femminile di Leonardo stesso, per cui ogni tentativo di individuare nella Gioconda una figura femminile reale (Lisa di Gherardini, la madre di Leonardo, ora addirittura Isabella d’Aragona) è fuori da ogni lettura ortodossa dell’opera. Non mi dilungherò in questo ora, essendo la ragione di questa mia nota rivolto a meglio specificare le critiche a quanto asserito nell’articolo comparso oggi sul giornale, che forse, ad una più attenta verifica da parte del giornalista che l’ha firmato, avrebbe avuto una correzione in corso di stesura.

E’ vero quanto affermato, ovvero che gli sfondi della Gioconda non corrispondono ai territori toscani e umbri, men che meno del Montefeltro, in serrata contrapposizione politica col mondo mediceo di cui Leonardo faceva parte, ma corrispondono alla città di Lecco. L’errore sta però nel riconoscervi solo il ponte Azzone Visconti, come citato nell’articolo suddetto, e sarebbe bastata una verifica anche superficiale e immediatamente ci si sarebbe accorti di un legame molto più profondo, come racconto da anni in conferenze e libri. L’intero paesaggio lecchese, infatti, si staglia alle spalle della Gioconda, in una continuità inesistente tra parte destra e parte sinistra, a meno che, come detto, non se ne comprenda appieno il suo svolgimento.

In realtà il paesaggio si compone di sei diversi paesaggi, tre a sinistra e tre a destra. Fatta eccezione di quelli più in alto, che descrivono soltanto delle particolari formazioni rocciose posizionate in particolari punti delle nostre montagne, i due paesaggi di sinistra e i due paesaggi di destra descrivono il ramo orientale del Lario, in una descrizione visiva che va da nord a sud, come si evince dalle immagini a seguire:


1. Veduta dell’Adda da Calco/Brivio, dove il ducato Milanese nacque sconfiggendo le truppe veneziane, con evidente il monte San Martino sullo sfondo e la Rocca di Airuno sulla sinistra;
2. La parte terminale del ramo del Lago di Lecco, con il ponte Azzone Visconti e il Monte Barro sulla destra, il lago di Garlate, Olginate e la Brianza che si apre verso Milano, osservata dai Pizzini del San Martino, importanti perché chiaramente riconoscibili anche nell’Annunciazione del 1472;
3. Mandello, osservata dal Castello di Bellagio, allora sede di un castelliere fedele agli Sforza, oggi sede della Fondazione Rockefeller;
4. Le punte di Olgiasca, Dervio e Bellano così come osservabili da Gravedona, all’epoca importante sede di un presidio sforzesco.

Lo sfondo della Gioconda, dunque, non è affatto un casuale riferimento ora a quello ora a quell’altro paesaggio, come più volte storici dell’arte o improvvisati ricercatori tentano di individuare, ma ha delle motivazioni ben precise nel rimandare a un territorio un qualcosa di ben più ampio, che se vorrà affronteremo in un altro articolo.


A complemento di quanto sto significando, fermo restando, come dicevo, il fatto che la Gioconda rappresenti nel volto e in quel rimando al nome, “gioconda” (ovvero “gioviale”, contrapposta a “saturnino” in un rimando filosofico alle figure di Eraclito e Democrito, il filosofo che piange e il filosofo che ride, ovvero i caratteri saturnino e gioviale appunto), la Mona Lisa descrive con le innaturali balze del vestito il Triangolo Lariano, ovvero quella porzione di territorio compresa tra i due rami del lago (di chiara contrapposizione politica, l’uno guelfo e l’altro, quello lecchese, ghibellino), intuibile nella prima raffigurazione che ne fa il Giovio, poi stampata da Ortellius raffronta con l’immagine ottenuta da Pascal Cotte da una scansione del dipinto (intuibile anche a occhio nudo, sotto appunto i veli del manto).

C’è una lunga tradizione legata allo studio di Leonardo e alla città di Lecco, nella quale mi precedono figure illustri come il senatore Mario Cermenati e Luigi Conato, e anche solo per rispetto a queste figure sarebbe importante evitare speculazioni puntuali che non fanno altro che rendere ancora più nebuloso quello che invece è un chiaro lascito sapienziale e culturale leonardesco.

A ulteriore conferma di tutto quanto sto esponendo, si aggiunga una ulteriore implicazione, dettata da una particolare scoperta alla quale finora il suo stesso scopritore non aveva saputo dare una adeguata lettura e interpretazione

Sto parlando di Pascal Cotte, lo studioso francese a cui è stato concesso l’onore di analizzare la Gioconda con una particolare camera fotografica, in grado di cogliere i diversi strati di pittura sovrapposti, scomponendoli per livello; in realtà si tratta di una tecnica che la dott.ssa Letizia Amadori dell’università di Urbino, con cui mi pregio di aver collaborato in passato, attua da tempo, e che in futuro avremmo piacere, se il Louvre ci concederà le autorizzazioni, di eseguire assieme delle scansioni sulla Vergine delle Rocce di Leonardo per verificare alcuni particolari finora ignorati dagli studiosi.


Nello specifico, Pascal Cotte ha evidenziato attorno alla capigliatura della Mona Lisa degli spilloni, in numero di dodici, che ad occhio nudo sono quasi impercettibili, se non appunto dopo che lui li ha individuati con a tecnica descritta sopra e segnalati al grande pubblico.

Quello che però Pascal Cotte non ha associato, limitando l’annuncio alla presenza nel dipinto di questi spilloni, è cosa quegli spilloni rappresentano per la tradizione lariana e lombarda in generale.

Stiamo parlando della Spérada, o Corona Lombarda, che era costituita da una raggiera di spilloni, propriamente detti "spadine", molto ben lavorati e decorati, che tradizionalmente venivano regalati dal fidanzato alla propria ragazza quando si ufficializzava in pubblico il proprio fidanzamento, che a quei tempi era considerato quasi una cerimonia; da quel momento la ragazza era considerata "promessa sposa”.

E proprio ai Promessi Sposi non può che correre il nostro pensiero, ricordando la caratteristica pettinatura con cui Lucia Mondella è spesso raffigurata:



L’implicazione di questa evidenza, portata alla luce dal ricercatore francese con questa particolare tecnica di scansione e rilevamento, fa sì che trovi ulteriore conferma l’associazione del famoso dipinto di Leonardo, forse il più famoso dipinto al mondo, con i paesaggi lecchesi, come ho inteso significare con quanto descritto in precedenza.
E sarà proprio in emulazione di quanto dipinto da Leonardo e delle motivazioni che lo spingono a rappresentare Lecco nelle proprie opere, molti dei più importanti artisti del Rinascimento la raffigurano. Qui Raffaello:


A ulteriore conferma di quanto Le ho scritto, però, voglio aggiungere un paio di annotazioni importanti e a me particolarmente care, per meglio definire quale fosse il profondo legame tra Leonardo da Vinci e la città di Lecco e perché sia improprio speculare su un particolare di un solo dipinto, la Gioconda. La prima riguarda l’Ultima Cena. Tutti ormai sappiamo che Cristo è la riproposizione del culto solare del Sol Invictus, trasversale a pressoché tutte le culture religiose del pianeta prima dell’avvento dei monoteismi, e uno dei principali messaggi sottesi al dipinto presente nel Refettorio in Santa Maria delle Grazie è proprio relativo al posizionamento del sole nelle varie fasi dell’anno, con i discepoli, a gruppi di tre, a rappresentare le varie costellazioni di riferimento.

Quello che nessuno sa è che le tre finestre dietro il Cristo raffigurano i momenti di solstizio e equinozio, come sempre l’uomo ha inteso rappresentare nelle sue opere architettoniche, siano esse chiese, piramidi o templi, come si evince dall’immagine a sinistra.

Ma v’è di più: se noi osserviamo il posizionamento del dipinto all’interno del Refettorio di Santa Maria delle Grazie, ci accorgiamo che è perfettamente allineato con il Monte Resegone, importantissimo nel processo fondato celtico della città di Mediolanum e la cui veduta, dal centro di Milano, era difesa fino a metà del XIX secolo dal vincolo urbanistico della “servitù del Resegone”. Basta dunque mettere insieme le due informazioni per accorgerci che quel monte tanto caro al Manzoni è perfettamente descritto dalle sagome degli apostoli, nella continuità sostanziale di ciò che il dipinto racconta, NON in ordine all’episodio evangelico, bensì in ordine al culto solare, di cui Gemisto Pletone, il vero ispiratore del movimento rinascimentale e di Leonardo conseguenza, si faceva portatore.


La seconda annotazione riguarda la Vergine delle Rocce. Non starò qui a motivarLe le infinite prove che attestino perché la grotta in cui la Vergine viene collocata idealmente è quella detta di Giovanni Battista a Laorca, rione di Lecco, o perché gli infiniti speroni rocciosi che la contraddistinguono siano riconoscibili uno a uno nella Val Calolden che porta ai Piani dei Resinelli e alla Bastionata Segantini, caratteristico profilo della Grigna.


Voglio invece mostrarvi ciò che ogni volta mi emoziona, e che senza un intervento adeguato da parte del Ministero dei Beni Artistici e Cultrali, della Soprintendenza e delle autorità amministrative locali rischia di perdersi nel processo di erosione naturale della roccia calcarea in cui è scolpita, prima ancora che nell’incuria e nell’indifferenza umana, spesso, troppo spesso alimentata da una mancanza di cultura della conoscenza.

Ecco perché ho inteso aprire questa nota con le parole di Leonardo: “nessuna cosa si può amare, né odiare, senza piena cognizion di quella”. Il patrimonio artistico e la profonda tradizione culturale del nostro paese possono essere la via prima per un suo rilancio, posto naturalmente che lo si sottragga dalle speculazioni di parte, qualunque essa sia, e lo si riconsegni alle reali intenzioni con cui ci è stato consegnato."
Riccardo Magnani

- La ringrazio, anche a nome dei lettori, per queste preziose delucidazioni.
Catherine


Riccardo Magnani
(Il suo Profilo facebook)


BOLOGNA, 11 novembre 2016.
In mezzo a tante storie, fondate o presunte, e molteplici ricostruzioni di fantasia, anche cinematografica, questa conferenza vi aiuterà a vedere:



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