giovedì 11 agosto 2016

Il sionismo non è l'ebraismo

di Ariel Levi di Gualdo
(intervento pubblicato sul Quotidiano La Sicilia del 27.07.06)

Il Sionismo non è l’Ebraismo, è un moto politico nazionalistico nato a fine Ottocento da profughi in fuga desiderosi di sottrarsi alle persecuzioni degli ebrei dei paesi slavi e della Grande Russia. 

Agli ebrei della Russia zarista e poi comunista non bastava più sognare, avevano bisogno di mettersi in salvo dalle angherie.

Non si può parlare di Sionismo senza partire da corretti elementi storici, né questi può fondersi all’occupazione dei Territori palestinesi. Si tratta di due elementi originati da problemi diversi, anche se decenni dopo l’ideologia sionista e il dramma palestinese risulteranno connessi.
Il Sionismo oggi dovrebbe essere morto alla stregua del Comunismo, tanto per ricordare un altro movimento che accese d’illusioni masse oppresse. Il ciclo del Comunismo si chiuse a fine anni Ottanta attraverso tre tappe: la passione rivoluzionaria, il consolidamento ideologico, il pervertimento politico nato da un’utopia dogmatica, aggressiva e cristallizzata. Dopo vari ictus il Comunismo morì per arresto cardiaco.

La fase ciclica del Sionismo è identica, ma con una differenza: agli inizi del Terzo Millennio si trova nella fase del pervertimento politico generato da un’utopia dogmatica, aggressiva e cristallizzata. Quel che fa sorridere è che la fallimentare ideologia sionista sia protetta da quei paesi liberali che per decenni combatterono la fallimentare ideologia marxista, Stati Uniti in testa a tutti....



La confusione seguita a trascinarsi sui giornali 
tramite pericolosi giochi semantici: 
lo Stato ebraico... i soldati ebrei... le milizie ebraiche. 

Non solo lo Stato d’Israele usurpa l’antico nome biblico di una storia, di una tradizione e di una fede che è anche patrimonio di cristiani e mussulmani, c’è di peggio: il Sionismo ha finito per equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, usando all’occorrenza la Shoa come randello sul tavolo della politica internazionale. Di fronte al dramma della Shoa, a molti non è facile esprimere neppure l’evidenza solare: lo Stato d’Israele è una nazione dove i non ebrei sono discriminati e relegati a rango di cittadini di terza classe.


La politica degli Stati Uniti in Iraq è stata devastante. Solo George Bush poteva credere che tre bombe intelligenti riempite di polvere democratica avrebbero salvato i nostri interessi petroliferi. Oggi siamo dinanzi al naturale epilogo: il Medio Oriente è scoppiato e la Terza Guerra Mondiale potrebbe essere alle porte.

Allo Stato d’Israele sono state concesse nel tempo immunità scandalose, mentre per meno altri paesi si facevano decenni d’embargo. La soluzione palestinese rimasta irrisolta ha fatto sì che le peggiori dittature arabe soffiassero sul fuoco stimolando odio verso l’Occidente, dando vita a fanatici religiosi, terroristi e kamikaze. Anziché imporre una soluzione e dare uno Stato ai palestinesi, anche di fronte alla durezza della Destra israeliana, anche di fronte alla cecità dei dirigenti palestinesi divenuti vittime volontarie delle frange terroriste, siamo andati a scoperchiare la pentola afgana e quella irachena. Poi abbiamo iniziato a tuonare contro l’Iran che non doveva avere l’atomica perché Stato cattivo.

Qualcuno potrebbe obiettare che lo Stato d’Israele è armato fino ai denti, ma questo non vuol dire nulla, lo Stato cosiddetto “ebraico” ha la patente di buono. E chi dà le patenti, in questo mondo dove tutto si compra e si vende nei più lordi mercati? Abbiamo fatto in pezzi le sovranità nazionali, ci siamo arrogati il diritto di stabilire chi è civile e incivile, abbiamo usato la parola democrazia non per proteggere i deboli, ma per fare gli interessi delle multinazionali del petrolio in danno dei popoli oppressi.
E oggi siamo qua col Medio Oriente in fiamme, ad illuderci che con una conferenza di pace sotto le tette dell’antica lupa romana sarà sistemato anche questo bordello.

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