Muntadhar al Zaidi era un oscuro cronista di un’emittente televisiva di Baghdad. Poi, nel 2008, è assurto agli onori dei media per aver tirato una scarpa a G.W. Bush, durante la conferenza stampa in cui il presidente USA, ormai in odore di licenziamento, affermava che l’Occidente aveva portato la democrazia e la pace in Iraq.
Condannato per il suo gesto a tre anni di prigione, al Zaidi è diventato l’icona della ribellione spontanea, non tanto dell’islamico contro l’occidentale, quanto dell’uomo comune che si rivolta contro un potere globale che spaccia il liberismo per libertà, la speculazione per capacità imprenditoriale, il consumismo per benessere, la guerra per azione di pace e non per quello che essa realmente è: portatrice di morte e miseria.
E poiché al vertice della piramide del potere mondiale si sono insediati gli Stati Uniti d’America, succede che il loro presidente incarni la perfetta icona contro cui indirizzare gli strali delle più articolate contestazioni...
Al posto della dea Minerva, che ha campeggiato tra le porcellane di Meissen, i vetri di Murano, i bronzi francesi e la marcassite fiorentina per tutto l’inverno, la primavera e buona metà dell’estate, la gentile signora ha messo un ritratto di Gary Cooper, nel suo periodo migliore, quello per intenderci di Mezzogiorno di Fuoco, o di La Fonte Meravigliosa.
Un primo piano che mette in risalto il volto maschio ma al tempo stesso delicato, rughe appena accennate, sguardo sorridente intenso non per sedurre ma per rassicurare, garantire una virile protezione mai disgiunta da una galanteria rispettosa, discreta.
Un’anima di ferro in un corpo da poeta rurale, magro e dinoccolato. I suoi gesti e modi, solo in apparenza rallentati dall’impaccio, in realtà fanno parte del repertorio comportamentale di un personaggio tipico dell’America della frontiera, quello dell’eroe silenzioso, che sa maneggiare altrettanto bene la Colt per far fuori Miller e soci quanto pizzicare il banjo per animare una ballata rustica intorno al fuoco del bivacco, o suonare con disarmante bravura il trombone, come nel film “ Johnny va in città”.
È stato questo il modello dell’uomo americano per decenni: generoso, protettivo, paladino della giustizia e del benessere non solo per i cittadini americani ma per tutti gli abitanti del pianeta.
Evocare il modello americano sembrava significare porsi sotto un ombrello di libertà e di garanzia costituzionale.
Lo sceriffo che mantiene l’ordine nella comunità di frontiera e l’aiuta a formare il tessuto sano e civile di una città è stato per decenni il paradigma dell’autorità ispirata ai princípi di moralità, onestà ed equità, senza omettere quel gagliardo senso di bonomia e di fiducia nel prossimo, ma soprattutto nelle istituzioni.
Pur condividendo la scelta dell’antiquaria, mi sono chiesto: perché non esporre George Clooney, al posto dello stagionato benché fascinoso Gary Cooper?
Pur condividendo la scelta dell’antiquaria, mi sono chiesto: perché non esporre George Clooney, al posto dello stagionato benché fascinoso Gary Cooper?
Clooney è l’idolo del presente: tutte le donne, dalla bambola alla badante, spasimano per lui. Sulle rive del Lago di Como è un brulichio di fans da tutto il mondo per poterlo scorgere solo per un flash.
È lui il modello dell’America irresistibile e vitale, magari un po’ sfrontata, il Paese che detta i canoni e i costumi a tutti i popoli della Terra.
Perché dunque optare per un’America d’antan?
L’interrogativo ha trovato risposta in uno dei tanti episodi di cronaca spicciola romana.
Protagonisti e vittime due miei amici, marito e moglie in visita mordi e fuggi a Roma. Sono andati al centro. Ad un certo punto, causa shopping, si sono divisi con l’accordo di ritrovarsi a via Bissolati, presso la romantica fontana dei putti, angolo Via Sallustiana.
Ma i due mancavano da Roma da lunga pezza, e lo provava il fatto di aver designato una topica urbana della Dolce Vita, appunto la fontana dei cherubini che giocano con il getto cadente, ignorando di quanto lo scenario delle loro reminiscenze si fosse trasformato.
Per strano che possa sembrare, lei si è sbrigata prima di lui, e si è fermata all’incrocio di via Bissolati con via Sallustiana, come stabilito, davanti alla fontana dei putti che occupa proprio l’angolo d’intersecazione delle due strade. Non è rimasta lì neppure il tempo di ammirare il getto scrosciante dell’acqua e il sorriso gaio delle due statuine. Un poliziotto addetto alla sicurezza dell’Ambasciata americana le ha ordinato senza mezzi termini di sgombrare.
La donna ha solo tentato di giustificarsi dicendo che stava aspettando di essere prelevata dal marito. L’agente, armato di tutto punto, le ha fatto segno che non intendeva ascoltare le sue motivazioni. Eloquente, quasi minaccioso. La diffidata ha provato un senso di amarezza, che il marito ha condiviso quando la donna gli ha raccontato l’accaduto.
Disagio e amarezza, perché entrambi avevano conosciuto i tempi d’oro dell’Ambasciata americana, quando si poteva entrare nel grande cortile e parlare con gli addetti all’ingresso per chiedere informazioni.
Oggi tutto il marciapiede sul lato dell’edificio è off limits, chiuso al passaggio pedonale da una barriera che ingloba anche le aiuole e che da via Veneto gira su via Boncompagni, formando un’area proibita che la gente evita, o se la costeggia affretta il passo come se transitasse a filo di una polveriera sempre in procinto di saltare in aria, o come se sfiorasse un luogo colpito da una maledizione sciamanica, o infestato da geni malefici, da mostri o fantasmi.
Non è più l’America che attraeva ed entusiasmava, punto di riferimento per ogni speranza, dove tutto sembrava facile e sano, la cui cultura brillava nel cielo della civiltà universale con la fiaccola della Statua della Libertà.
Dicono che la “Dolce Vita” di Via Veneto sia stata animata dai caffè, dai bar e dagli alberghi di lusso, dai tanti, fumosi night che pullulavano nel reticolo di strade intorno. Ma credo che molto del glamour della grande via alberata che va da Porta Pinciana e Piazza Barberini avesse un punto di forza proprio nella presenza di quell’idea dell’America che lì si sostanziava in modi e forme.
Ma forse non è solo l’America del buono, forte e gentile Gary Cooper che è venuta meno al suo modello, che ha tradito i suoi ideali di giustizia, di lealtà e di onore. Il mondo intero lo ha fatto. Qualche anima illuminata dice che tutto ciò è stato già previsto da Massimo Scaligero, e cita un passaggio di uno dei suoi libri, Reincarnazione e karma, più aderente al tema:
«Il ricostituirsi delle anime di gruppo, come regresso dell’individualità verso strutture tribali dotate di moderna vernice tecnologica, può essere legittimamente considerato in rapporto al grado di sviluppo dell’autocoscienza e del senso della libertà, ma presso quei popoli ai quali si possa supporre un’indipendenza dovuta a un incremento razionalistico-tecnologico, l’aggruppamento livellatore può essere ravvisato come conseguenza di una metodica penetrazione dell’irrazionale nella vita, provocata dall’eccesso del razionale: vedi gli Stati Uniti d’America».
Si, abbiamo fallito tutti, ma gli americani più degli altri, perché hanno tradito il loro stesso modello al quale molti popoli si erano ispirati per la conduzione delle loro politiche sociali e culturali, e molti, non ancora entrati nel dominio della modernità, lo ritenevano un modello di riferimento per il futuro.
Qual è in definitiva l’aspetto più drammatico di questo tradimento? La mancanza assoluta di consenso, la sfiducia delle masse in chi le governa, la solitudine degli individui e delle popolazioni. Il recente G8, tenutosi all’Aquila nel luglio di quest’anno (l'articolo è di novembre 2009 - NdC), ha dimostrato quanto poca è la fiducia che i popoli nutrono verso chi li dirige, e quanto poco, o inesistente persino, è il consenso che i governanti ispirano nei cittadini e nei sudditi.
Tutto è stato blindato: le strade della Capitale, strade e autostrade fuori, blocchi, controlli, elicotteri che hanno girato per ore e ore nei cieli urbani ed extraurbani alla ricerca di eventuali bombaroli, kamikaze, terroristi, anarchici o criminali paranoici esenti da ogni connotazione ideologica, politica, teologica, ma semplicemente desiderosi di fargliela pagare a chi non ha dato loro quello che ha promesso in meeting, assemblee, comizi, articoli o dibattiti TV.
Persino il Papa, che essendo emulo del Cristo dovrebbe girare tra le folle protetto solo dalle coorti angeliche, dal suo carisma e dalla venerazione che si deve a un uomo che si pone come intermediario tra la divinità e l’uomo, ebbene anche il Pontefice della Chiesa di Roma deve solcare gli infidi oceani delle masse devote, o pseudo tali, chiuso in una spessa teca di cristallo a prova di bazooka.
Chi gira per Roma, specie nei quartieri dove abitano politici di alto bordo, finanzieri, accademici e intellettuali eminenti della videocrazia, vede appostate in collocazione strategica le pattuglie di scorta fisse, con camionette militari o auto blindate, di notte e di giorno, estate e inverno, solo per garantire l’incolumità di presidenti e ministri, generali e docenti emeriti, e quella scorta starà lì appostata anche dopo che la personalità da proteggere non è più in carica.
Uomini e mezzi sacrificati per la sicurezza di personaggi che dovrebbero per dovere di ruolo mettere in conto il rischio personale, minimo per la verità, contro i tanti privilegi di cui godono.
Perché tutta questa necessità di sicurezza, tutti questi allarmi, cani, muri, porte blindate, pattuglie di 007 radicate sotto i palazzi degli uomini del potere senza scadenza, eterno?
La risposta è che i ruoli governativi, le cariche ufficiali, insomma le figure preposte alla gestione della cosa pubblica, i rappresentanti delle istituzioni dalle quali dipendono i cittadini per il benessere e la sicurezza, queste entità nelle cui mani i popoli hanno deposto la propria dignità e i valori della civiltà da essi creata nel tempo, non hanno più consenso.
Il potere non è amato, semmai temuto, sospettato.
I poteri forti, le oligarchie, spesso formatesi per meccanismi automatici di selezione castale negli anni, hanno costituito ormai un cartello mondiale, di articolate relazioni, interconnesse a un livello spesso invisibile, codificato da usi e protetto da parole d’ordine e paletti operativi.Sono alieni tra noi.
Sovrintendono a questo colossale e criptico istituto lobbistico gli Stati Uniti d’America, epitome del fallimento della società mondiale, non più i generosi Cavalieri della ValleSolitaria, ma i serpentini frequentatori dei misteri e segreti di Wall Street, istituzione speculativa monetaria che non a caso si è data come simbolo un toro.
Il Toro degli antichi culti sotterranei, che reclama sangue dagli adepti del suo culto, o anche il Minotauro, al quale si immolano le economie degli Stati, vittime sacrificali del caos in cui versa ormai la finanza mondiale, vampirizzata da inesauribili effusioni di titoli spazzatura, da una fittizia ricchezza fondata sui valori aggiunti e derivati, sul lavoro precario.
Il potere gestito da questo tipo di entità fasulle, svelato l’inganno per atto provvidenziale (per fortuna esiste ancora quello, ed è insindacabile e incontrollabile) ha perduto il consenso dei popoli, l’entusiasmo delle masse a collaborare, e sopravvive ormai nella globale diffidenza.
E allora, delusa, magari per un’inconscia pulsione, l’antiquaria mette in vetrina non il ritratto del bello del momento, quel George Clooney simbolo di un’America equivoca, multisex, babilonesca, seppure paludata di glamour e opulenza esibita ma non sostanziata. È un’aristocrazia dell’avere e non dell’essere, che sta consumando beni e sostanze accumulate, finché la barca va, su quel ramo del Lago di Como dove la gente fa la fila davanti a Villa Clooney, si apposta, resta in agguato per poter scrutare oltre la siepe e vedere un lampo della sfolgorante sagoma del bel George.
Si vive il carpe diem, e queste stravaganze aiutano molti, forse tutti, a ritenere che durerà per
sempre.
E non ci rincuora Gary Cooper, che ammiccando garbato dalla sua cornice d’argento, epoca Liberty, pare voglia esorcizzare la nostra angoscia col canonico “ok!”.
È solo una suggestione. Non bastano gli espedienti visivi e le trovate della persuasione occulta di cui fa uso il Potere qui come altrove per imbonire le folle. L’umanità attende il pane dello Spirito, perché di questo ha fame. Nient’altro la salverà.
È questo un principio difficile a imporsi. I popoli agiscono ancora guatandosi, diffidando l’uno dell’altro, erigendo muri, tenendosi in continuo allarme e sospetto. L’abbandono alla misericordia e alla fratellanza figura come una ricetta per rinunciatari, e il dono per garantire il minimo esistenziale a ogni essere vivente, uomo o animale che sia, un’insana utopia. Pure non esiste altra icona, altro modello al quale conformare ogni nostro gesto, sentimento e pensiero.
Ovidio Tufelli
Fonte: www.larchetipo.com
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