Cancel culture, la cultura della cancellazione, un concetto che nasce e che si sviluppa fortemente negli Stati Uniti subito dopo l’avvento dei social media, per poi propagarsi e rimodularsi negli anni successivi con una certa veemenza, tant’è vero che nel 2019 il dizionario australiano Macquarie ha eletto il concetto “cancel culture” come la terminologia dell’anno.
Definire con precisione la cancel culture, però, è un’operazione piuttosto difficile, soprattutto in questa “società liquida”, come la chiamava Bauman, una società che per sua natura si decompone e si ricompone rapidamente, cambiando forma e significato.
La cultura della cancellazione non è esente da questa metamorfosi concettuale.
Una cultura semovente che si è ramificata in direzioni differenti. Inizialmente, infatti, la cancel culture prendeva di mira personaggi noti e aziende.
Al loro minimo errore, alla loro prima pecca e sulla presunzione di colpevolezza, si metteva in atto la macchina del fango che cancellava tutto quanto quel personaggio o quell’azienda aveva fatto fino a quel momento, per mettere in risalto solo quella che era la “macchia pubblica”, talvolta colpevoli di comportamenti ritenuti eticamente censurabili o politicamente scorretti ...

