Foto: Uno dei cosiddetti corridori ritrovati nella Villa dei Papiri di Ercolano e conservati al MAN di Napoli
Come scrisse Amedeo Maiuri nel 1983, la storia di Ercolano – sepolta nel 79 d.C. sotto un durissimo strato di lava mista a fango – riemerse alla luce delle lanterne grazie a quei «diavoli di cavamonti napoletani che si cacciavano sotterra come i Cimmeri della favola». Già dal XV secolo umili pozzi domestici restituivano scaglie di antichità, prodigi da seguire per trovare l’ambita soglia di un glorioso passato.
Fu attraverso uno di questi viaggi verticali che, tra il 1710 e il 1711, il principe d’Elboeuf risvegliò l’incanto del teatro con le sue statue femminili di reminiscenza greca. Nel 1738 i cunicoli realizzati dall’ingegnere militare Roque Joachín de Alcubierre fruttarono una messe di rinvenimenti a Carlo III di Borbone, che privo di cultura umanistica ma allettato dallo sfoggio della bellezza, aveva ufficializzato le ricerche nel sito di Ercolano.
Anche Karl Weber, l’architetto subentrato ad Alcubierre, sfidò il buio per giungere alla catarsi della scoperta: la «grotta diritta», da lui scavata nel 1750, sfociò nel magnificente peristilio di una dimora abitata dall’arte e i cui «fantasmi» di bronzo – corridori, danzatrici – riecheggiano ora superbi nel Museo archeologico nazionale di Napoli ...
