Paolo Cacciari
L’iperspecializzazione della medicina e il suo matrimonio con il dio profitto hanno favorito non solo il business di poche grandi multinazionali farmaceutiche ma anche la creazione di nuove categorie di malattie, l’intossicazione da farmaci e la perdita della capacità di ciascun individuo di prendersi cura di se stesso, di badare alle proprie fragilità e ripensare i propri stili di vita.
Eppure, è accertato da tutti gli studi sul campo che i fattori ambientali e sociali influiscono in modo preponderante sulla qualità della salute, i tassi stessi di mortalità sono correlati ai redditi, le capacità di cura e di guarigione di una persona dipendono in larga misura dalla sua condizione di vita e dai supporti familiari e comunitari. Per questo, per dirla con Ivan Illich, l’obiettivo resta smascherare l’idea che la salute sia qualche cosa che si compra e non che si fa.
L’amministratore delegato di una nota casa farmaceutica, Henry Gadsen della Merck, più di trent’anni fa, dichiarò alla rivista Fortune: “Il nostro sogno è produrre medicine per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”. Guardando l’andamento della spesa per farmaci nei paesi Ocse, aumentata di 17 volte dal 1980 ad oggi, possiamo senz’altro confermare che il paradossale auspicio, condiviso dalle major del medicinale, è diventato realtà. Come le Big-farm ci sono riuscite? Lo hanno bene spiegato molti medici, epidemiologici, attivisti dei movimenti di difesa della salute e dei diritti del malato chiamati dal Movimento per la Decrescita Felice ad un convegno organizzato presso la Camera dei Deputati, presenti esponenti del Pd, del Movimento 5 stelle e di Sel.
Molti di essi torneranno a riunirsi a fine novembre (il 29 e 30 alla sala del Piccolo Regio, in Piazza Castello a Torino) al secondo Congresso nazionale di Slow Medicine, un movimento che si batte per una medicina “sobria, rispettosa e giusta” ...