sabato 27 gennaio 2018

Anarchia

"Y’en a pas un sur cent et pourtant ils existent…"
(Leo Ferré, Les Anarchistes)


Il lemma, talvolta soggetto ad un uso giornalistico improprio, è stato introdotto, per la prima volta con un’accezione positiva, dal filosofo francese Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) per connotare il proprio pensiero antiautoritario e libertario. “Anarchia” (etimologicamente: “senza governo”) viene dal greco antico αν-αρχία [an-arkhia].

Questo termine ha incarnato un multiforme e variegato corpus teorico che, nell’ambito di una mappatura delle idee nel mondo contemporaneo, si posiziona agli estremi sia del socialismo che del liberalismo, enfatizzando infatti i postulati di entrambe quelle culture politiche. 

Così, nel corso di un cammino ormai plurisecolare, l’anarchismo si è qualificato come l’unica corrente della sinistra irriducibilmente schierata contro lo Stato e contro il potere, per l’uguaglianza ma anche per la libertà. Perché, secondo il citatissimo aforisma bakuniniano «…we are convinced that freedom without Socialism is privilege and injustice, and the Socialism without freedom is slavery and brutality» [1]...


Il pensiero anarchico non detiene una dottrina codificata, un lineare processo di sviluppo, una granitica “scuola”. 

Pertanto è necessario rilevare i contributi e le specificità dei singoli esponenti storici. Oltre al già citato Proudhon, celebre per il suo saggio Qu’est-ce que la propriété? (1840) contro la grande proprietà terriera e dei capitalisti, ma favorevole invece a quella dei piccoli contadini e degli artigiani, le figure di riferimento tradizionali, i pensatori più noti a livello internazionale sono: l’inglese William Godwin (1756-1836), considerato il principale precursore; i russi Michail Bakunin (1814-1876) e Pëtr Kropotkin (1842-1921). 

In verità si tratta di un “albero genealogico” assai ramificato, ricco e cosmopolita, dove, riuniti in fitta schiera, si possono fra gli altri individuare: il tedesco Max Stirner (1806-1856), ispiratore delle correnti individualiste; il rivoluzionario italiano Errico Malatesta (1853-1932); l’anarco-femminista statunitense Emma Goldman (1869-1940); l’ecologo sociale Murray Bookchin (1921-2006), massimo teorico del municipalismo libertario contemporaneo; ma anche il grande scrittore pacifista antimilitarista Lev Tolstoj, o uomini di pensiero e azione come l’ucraino Nestor Makhno e lo spagnolo Buenaventura Durruti, autentici strateghi militari, o insigni esponenti della cultura ebraica come Gustav Landauer e Martin Buber, sostenitori di un anarchismo comunitario, ecc.; risalendo poi fino ai proto-anarchici, ai Diggers inglesi ed ai prodromi libertari della Rivoluzione francese, fino alla straordinaria esperienza autogestionaria della Comune di Parigi.

A fine Ottocento la sola evocazione della parola “Anarchia” suscitava nei borghesi terrore e sdegno. Convinti di trovarsi a fronteggiare un’ideologia criminale e disumana, da combattere e demonizzare, i ceti dirigenti d’Europa contribuirono in un certo qual modo – con le loro fobie e approntando smisurati provvedimenti polizieschi – ad alimentarne il mito presso le classi subalterne. Fenomeno, questo, assolutamente paragonabile, per intensità se non per durata, a quello della paura del “Comunismo” che poi attraverserà quasi tutto il Novecento.

Un alone romantico (ma anche mistificante) ha circondato l’Anarchia nel XX secolo: le barbe pittoresche, gli stereotipi bombaroli, i tirannicidi audaci, l’epopea della guerra di Spagna, i canti sovversivi di cavatori e minatori, le bandiere nere sulle barricate del Maggio francese, le rivolte giovanili… Più di recente essa ci ha ricondotto a immagini mediatiche di protesta aggressiva e rabbiosa, contro la Banca Mondiale o contro il Fondo monetario internazionale, alle devastazioni di casseurs e black block. È una visuale certo parziale e riduttiva. In realtà pensiero e pratiche libertarie hanno delineato, nel tempo storico, anche percorsi e approcci egualitari e solidali, tesi alla riappropriazione autonoma e dal basso del controllo sociale, risolutamente avversi ad ogni forma di dominio. Per “cambiare il mondo senza prendere il potere” come recitano oggi gli slogan dei movimenti ispirati allo zapatismo.

Sui nessi tra anarchismo, mito rivoluzionario e violenza, scrive lo storico George Woodcock:

A guardar bene, l’accettazione della violenza da parte degli anarchici fu dovuta in gran parte alla fedeltà a tradizioni di violenta azione popolare in nome della libertà, che essi condividevano con altri movimenti e gruppi del loro tempo, come i giacobini, i marxisti, i blanquisti, i mazziniani, i garibaldini […] V’erano, certo, situazioni particolari, specialmente in Spagna, in Italia e in Russia, paesi dove la violenza era da molto tempo endemica nella vita politica e dove gli anarchici, come gli altri gruppi politici, accettavano il ricorso all’insurrezione armata quasi come routine; ma fra le celebrità della storia anarchica gli eroi dell’azione violenta sono in netta minoranza rispetto ai paladini della parola[2].

Per Landauer, ad esempio, lo Stato non è un’istituzione che si possa abbattere con una semplice azione rivoluzionaria. Esso è piuttosto una “condizione”, cioè una particolare e deleteria relazione tra umani che potrà essere annientata solo adottando nuove alternative tipologie di relazioni[3].

“Anarchia”, dunque, è un archetipo pluralista e, fermo restando gli assunti comuni e irrinunciabili, diversificate sono le idee e le forme d’organizzazione che vi si rispecchiano. 

Un’utile e sintetica mappa degli anarchismi è tracciata dal pedagogista Francesco Codello, con l’avvertenza che le varie tendenze individuate sono quasi sempre intrecciate e contaminate fra loro. Eccone le denominazioni: anarco-comunismo; propaganda del fatto, insurrezionalismo; piattaformismo; individualismo anarchico; tolstojsmo, anarchismo cristiano e religioso; educazionismo libertario; anarco-primitivismo; anarcosindacalismo; anarco-femminismo; anarco-capitalismo; movimenti giovanili contemporanei; economia partecipativa; post-anarchismo[4].

Certo è da precisare che l’anarco-capitalismo teorizzato da Robert Nozick (1938-2002) e dai libertarians americani[5],fautori della più estrema libertà in un’economia di mercato, non solo si differenzia come impostazione politica ed etica da tutte le altre correnti storiche dell’anarchismo, in genere egualitarie e anticapitalistiche, ma viene da queste fortemente stigmatizzato. Il giudizio di Noam Chomsky, autorevole linguista e pensatore contemporaneo, oltreché militante anarchico, è in tal senso molto esplicito: «Anarcho-capitalism, in my opinion, is a doctrinal system which, if ever implemented, would lead to forms of tyranny and oppression that have few counterparts in human history …»[6].

Il nesso tra uguaglianza e libertà, la lotta contro ogni forma di sfruttamento ed il superamento del capitalismo senza passare per il socialismo di Stato restano quindi i limiti insormontabili. Scrive a questo proposito Errico Malatesta:

Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; noi vogliamo che gli uomini, affratellati da una solidarietà cosciente e voluta, cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il medesimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza[7].

NOTE

[1] MAXIMOFF, Grigorij Petrovič (a cura di), The political philosophy of Bakunin: Scientific Anarchism, London, The free press of Glencoe, 1953, p. 269.

[2] WOODCOCK, George, L’Anarchia. Storia delle idee e dei movimenti libertari, Milano, Feltrinelli, 1971, p. 11.

[3] Cfr. RAGONA, Gianfranco, Gustav Landauer anarchico ebreo tedesco, Roma, Editori Riuniti, 2010.

[4] Cfr. CODELLO, Francesco, Gli anarchismi. Una breve introduzione, Lugano, Edizioni La Baronata, 2009.

[5] Cfr. NOZICK, Robert, Anarchia, Stato e utopia. I fondamenti filosofici dello “Stato minimo”, Firenze, Le Monnier, 1981 [Ed. originale Anarchy, state, and utopia, Oxford UK & Cambridge USA, Blackwell, 1974].

[6] LANE, Tom (a cura di), “On Anarchism”. Noam Chomsky interviewed by Tom Lane, ZNet, December 23, 1996 https://chomsky.info/19961223/ [consultato il 26 settembre 2016].

[7] MALATESTA, Errico, Il programma anarchico (1919). Cfr. URL: http://www.punk4free.org/articoli/6-anarchia/2285-il-programma-anarchico-di-errico-malatesta.html [consultato il 16 settembre 2016].

Fonte:
 www.studistorici.com

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