domenica 29 agosto 2021

Droghe, sesso, piacere. Stili di vita alternativi? Davvero?

 Ma sono poi davvero così alternativi gli stili di vita quando si parla di sessualità?
Il "non lo fo per piacer mio ma per dare figli a dio" di ottocentesca memoria suona oggi più umoristico che altro, forse e ancora di più se visto da una prospettiva che va molto, ma molto indietro nel tempo. 

Si parla di sesso e si parla di afrodisiaci, di tutti i tipi. Tutti in un modo o nell’altro ne fanno uso, dal bicchiere di champagne al cocktail in discoteca, tanto per restare nel quotidiano, lecito e socialmente accettato.

Sesso e assunzione di sostanze afrodisiache dicevamo. Proprio questo è l’oggetto di un sondaggio (riservato ai maggiorenni) anonimo, al quale i lettori di ADVERSUS possono partecipare se lo vorranno visitando il sito http://piacerechimico.com.

Per affrontare l’argomento sesso, afrodisiaci e stili di vita alternativi oggetto di questa ricerca abbiamo parlato con Giorgio Samorini, etnobotanico specializzato sulle piante psicoattive, formatore negli ambienti medici delle tossicodipendenze, che assieme a due medici tossicologi specializzati nelle tossicodipendenze ha lanciato questo progetto che a breve diventerà un libro dedicato all’argomento del ‘piacere chimico’ appunto ...


Sesso e droga 

A dirla così, senza preamboli, sembra quasi una brutta cosa. Eppure forse tutti noi, consapevolmente o meno, facciamo ricorso a qualche aiuto, a qualche sostanza che ci faccia sciogliere, sentire più disinibiti, accrescere il piacere. Anche se si tratta di sostanze socialmente più accettate. Mi viene da pensare al banalissimo bicchiere di vino bianco, magari frizzante. Ci può introdurre il tema della sessualità e delle sostanze che la possono influenzare, e la loro diffusione nella nostra vita quotidiana?

Parlando di piacere, è innanzitutto doverosa una considerazione che va sicuramente controcorrente, e che quindi a mio avviso va per il verso giusto: ciò che muove il mondo umano non sono solo l’economia, le guerre, le religioni. C’è un altro fattore che da sempre muove il mondo: la ricerca del piacere. 
Una considerazione che, nonostante gli insegnamenti di Platone e di Freud, è continuamente trascurata o addirittura osteggiata in tutti i campi delle indagini scientifiche e umanistiche. E il piacere sessuale è al primo posto fra i piaceri umani, indipendentemente dal grado di imbarazzo e disagio con cui lo si debba riconoscere.

Inoltre, “dove c’è sesso c’è droga”. È un postulato che, a discapito di un diffuso cieco puritanesimo, ho continuamente verificato nei miei annosi studi su questo particolare comportamento che coinvolge le popolazioni umane di tutto il globo e di tutti i tempi. Ciò è ancor più vero se si considera che per droghe qui intendo tutte le fonti inebrianti, inclusi l’alcol, il caffè, il tè, il tabacco. E se un occidentale generalmente non ritiene il tè dotato di proprietà afrodisiache, o comunque non lo impiega consapevolmente come tale, di diversa opinione sono i Tuareg del deserto del Sahara, i quali una sera mi dissero: “Ora ti facciamo provare il tè che beviamo quando andiamo con le nostre donne”; è una bevanda preparata con una tecnica particolare con sole foglie di tè, dai potenti e durevoli effetti afrodisiaci dei quali rimasi alquanto sorpreso.


Per restare fra i comportamenti “ortodossi”, una classica fonte inebriante impiegata negli approcci sessuali è l’alcol, e cito qui il caso che ho denominato della “donna-champagne”. A un particolare tipo di donne, generalmente di classe elevata, piace molto lo champagne, ed è un loro luogo comune il desiderio di immergersi in una vasca da bagno ricolma di questo liquido frizzante; un’idea che non parrebbe sempre restare nel campo immaginario delle utopie, poiché non sono poche le donne che, nel corso delle mie indagini sul campo, mi hanno sorprendentemente confessato di avere realizzato almeno una volta nella vita questo sogno, perlopiù in contesti di attività sessuale e di accondiscendenza finanziaria dei rispettivi mariti.

Si deve d’altronde tener conto che non tutti coloro che impiegano una fonte inebriante durante l’attività sessuale sono consapevoli della componente afrodisiaca dovuta alla sostanza, e ciò rientra nella generale disattenzione nei confronti di ciò che siamo soliti usare; una carenza di “ascolto” tipica della moderna cultura occidentale.

Parliamo invece di sostanze meno comuni, che non trovano almeno apparentemente spazio nella nostra vita quotidiana, e di tipologie di sostanze afrodisiache. So che lei ne ha sperimentate personalmente non poche nel corso delle sue ricerche etnografiche.

Ogni popolazione umana conosce fonti afrodisiache, nella maggior parte dei casi di natura vegetale, a volte animale. Una documentazione antica eloquente riguarda il cosiddetto “Codice Erotico” egizio, datato al 1350 a.C. e conservato presso il Museo Egizio di Torino. Si tratta di un papiro umoristico, una specie di “Playboy” degli antichi egiziani, dove sono raffigurate scabrose scene di accoppiamenti nelle più strampalate posizioni, e dove poco sopra la testa di ogni donna è dipinto un fiore di ninfea azzurra, a indicazione che quelle donne sono sotto l’effetto afrodisiaco di questo vegetale. Mentre le donne egizie impiegavano la ninfea e i frutti della mandragora per l’attività amorosa, gli uomini usavano una lattuga selvatica per i suoi effetti simil-viagra.

Questa differenziazione fra afrodisiaci maschili e femminili è piuttosto diffusa presso le popolazioni tradizionali, ma nei miei studi sto riconoscendo non tanto la distinzione fra afrodisiaci “per lui” e “per lei”, quanto il fatto che un afrodisiaco può agire maggiormente sulla “componente maschile” o su quella “femminile” della sessualità di entrambi uomini e donne: un afrodisiaco “maschile” agisce principalmente sulle zone erogene classiche, quelle pubiche, sia di lui che di lei, mentre un afrodisiaco “femminile” accentua la sensibilità percettiva su tutto il corpo di entrambi i generi.


Un secondo tipo di distinzione riguarda gli afrodisiaci “fisici”, che agiscono sulla percezione corporea del piacere, e quelli “mentali”, che agiscono maggiormente sull’ideazione psichica del piacere. Si tratta di differenze sottili, non immediatamente comprensibili, che possono essere captate con l’esperienza e un adeguato “ascolto” dell’interazione con il nostro sistema mente/corpo di quelle molecole esogene che riconosciamo come afrodisiache.

Stiamo parlando di sessualità, e in tema di sessualità spesso ci vengono proposti modelli di ‘integrità morale’ che provengono dal regno animale. La fedeltà eterna delle tortore, la sessualità che nel mondo animale sarebbe sempre finalizzata alla riproduzione, il che renderebbe ‘contro natura’ ogni comportamento sessuale non finalizzato alla riproduzione. Gli animali non assumono sostanze, gli animali fanno sesso solo quando serve, sono rigorosamente eterosessuali e se non hanno relazioni di coppia stabili e durature è solo perché l’ambiente e l’istinto di sopravvivenza della specie lo richiedono. Lei ha recentemente ripubblicato un interessantissimo libro dal titolo ‘Animali che si drogano’. Le cose stanno proprio così?

La rigida visione behaviorista che dai tempi di Darwin nega agli animali qualunque forma di coscienza, di pensiero, di sessualità priva di fini procreativi e di impiego di droghe, si sgretola sempre più di fronte alla mole di studi e osservazioni etologiche. Per la sessualità, è oramai ben accertata la presenza fra gli animali – e non solo fra i primati – di un’ampia gamma di attività “umane” quali l’omosessualità, il travestitismo, i rapporti a tre, la masturbazione, il sesso orale, le copulazioni anali, e addirittura l’impiego di oggetti intrusivi a mo’ di dildo, previa loro insalivazione.

Riguardo l’omosessualità, sono stati osservati comportamenti che vanno oltre la mera copula, quali il corteggiamento e l’affettività, sino alla formazione di coppie stabili del medesimo sesso, con tanto di convivenza nel nido o nella tana, e di cura ed educazione dell’eventuale prole, ottenuta evidentemente con rapporti esterni alla coppia. E tutto ciò non solo in cattività, fra le psicolabilizzanti sbarre di una gabbia, ma ancor più frequentemente in natura.

Tuttavia, salvo in rari casi, l’eterocentrismo e l’omofobia dei ricercatori non permettono ancora di affrontare in maniera obiettiva la discussione di questi dati, ed è sufficiente leggere i titoli delle comunicazioni scientifiche in cui vengono descritti questi comportamenti (“Abnormalità sessuali dei babbuini”, “Aberrazioni sessuali fra i porcospini”, ecc.), per comprendere quanto la ricerca etologica continui a essere limitata da rigidi tabù morali.

E l’osservazione di due scimmie bonobo femmine che si abbracciano e sfregano i genitali fra di loro emettendo ululati di gioia, viene interpretata come un comportamento di “riconciliazione”, di “riassicurazione”, di “scambio di cibo”, o addirittura come un “errore di identificazione” di genere, pur di evitare l’interpretazione di un comportamento omosessuale con mere finalità di piacere sessuale; una ricerca del piacere che, se gli archeologi stentano a riconoscere per l’uomo preistorico quando scoprono nelle caverne dei dildo in osso di 20.000 anni fa, etologi e biologi considerano un’idea addirittura blasfema quando rivolta al mondo animale.

Torniamo a parlare di esseri umani e del loro uso di sostanze afrodisiache. 
Quali sono, in base alle sue ricerche e alla sua pratica professionale, gli afrodisiaci naturali a cui anche la scienza riconosce la capacità di accrescere il desiderio, le prestazioni sessuali, il piacere?

Anche questo aspetto soffre di forti divergenze d’opinione, in particolare su cosa sia da intendere per “afrodisiaco”. I farmacologi studiano il potere afrodisiaco di una sostanza misurando negli animali di laboratorio le frequenze di copulazione e di eiaculazione, la microcircolazione e la pressione intracavernosa del pene e altri parametri fisiologici, ottenendo risultati che perlopiù negano un potere afrodisiaco a quelle sostanze che in realtà sono universalmente impiegate come tali: alcol, cannabis, cocaina, extasy, ecc.


Il fatto è che il concetto di afrodisiaco è cultural-dipendente, e praticamente qualunque cosa, e non solo una sostanza psicoattiva, ma anche oggetti, odori, sapori, pensieri, possono innescare o rafforzare il desiderio sessuale.


Per questi motivi il concetto di afrodisiaco è strettamente individuale, e i più riusciti approcci sessuali sono quelli fra individui che hanno, non sempre consapevolmente, un’affinità d’intesa di ciò che per loro è afrodisiaco, che sia questa una sostanza psicoattiva o altra entità emotiva.

Non si deve dimenticare che il piacere sessuale rientra nella sfera delle emozioni, un campo che rimane trasparente alle fredde misurazioni di laboratorio.

Resta il fatto che oggigiorno l’uomo ha a disposizione potentissime sostanze afrodisiache; basti pensare alla classe degli empatogeni (“generatori di empatia”), quali l’extasy o la 2C-B, che in pochi anni hanno scalzato via il primato che per oltre un secolo ha avuto la cocaina, senza sottovalutare il ruolo che continuano ad avere le bevande alcoliche come forti disinibitori negli approcci amorosi, e senza dimenticare la cannabis, le cui proprietà afrodisiache sono considerabili fra quelle ottimali dal punto di vista di costi/effetti (costi in termini fisici). La scelta del “proprio” afrodisiaco rimane una questione di preferenze e di cultura personali, incluso il coraggio/volontà di rispettare o meno le limitazioni legislative.


Ci può parlare del cosiddetto ‘chemsex’, fenomeno al quale sono stati recentemente dedicati film, documentari, libri, ma di cui i media tradizionali non parlano molto volentieri?

Il chemsex è un fenomeno originatosi a Londra, che in questi ultimissimi anni è approdato anche in Italia. Riguarda un particolare comportamento di certi ambienti MSM (maschi che fanno sesso con maschi), basato sull’incontro semicasuale di gruppi che per diversi giorni e notti – da 3 a 6, durante i quali i partecipanti non mangiano e non dormono mai, sino a raggiungere lo sfinimento – si dedicano ad attività sessuali non protette e con l’assunzione di droghe disinibenti e stimolanti – principalmente GHB, crystal meth e mefedrone – assunte principalmente per via endovenosa attraverso siringhe usate collettivamente (“slamming”).

Queste sostanze, soprattutto quando iniettate, provocano dei “rush” di eccitazione e al contempo di disinibizione che dispongono gli individui in uno stato di piacere psico-fisico di natura estatica. Nonostante la semicasualità fra gli individui, permessa da specifiche app dei telefonini, c’è molta ritualità in questi incontri, e la tipologia di MSM partecipanti parrebbe essere non solo quella ortodossa, cioè quella serenamente dichiaratasi omosessuale, ma anche bisex (sposati con figli) e “omofobi interiorizzati”, cioè omosessuali che vivono in maniera conflittuale la propria identità sessuale, e che si danno la spinta con le droghe stimolanti per riuscire a fare sesso.

E il sesso nei raduni chemsex è a volte di natura molto estrema, fra le più estreme a me note. È un comportamento ad altissimi rischi igienici e di dipendenza da droghe, in quanto gli stimolanti impiegati hanno un notevole potenziale assuefattivo. In Nord Italia già si contano i primi “clienti” nelle strutture sanitarie per le tossicodipendenze, molti dei quali risultano anche infetti da HIV ed epatiti. Ciò che è più preoccupante è un certo disinteresse dei rischi in cui possono incorrere, anzi un’intenzionale ricerca del rischio, fino all’assoluta noncuranza della condizione di positività per HIV ed epatite dei partner.


Piacere Chimico http://piacerechimico.com/ (l’accesso alla survey è riservato ai maggiorenni), la prima survey italiana dedicata a sesso e droghe alla quale lei sta collaborando, è stata elaborata da due medici tossicologi specializzati nelle tossicodipendenze, Salvatore Giancane ed Ernesto De Bernardis. Ci può parlare di questa iniziativa, perché nasce, quali i suoi obiettivi?

Nonostante la realtà del postulato “dove c’è sesso c’è droga”, continua a essere scandalosamente carente l’indagine scientifica a riguardo – tossicologica, psicologica, sociologica, ecc.

È dalla consapevolezza di questa carenza che ha preso spunto, da parte dei due colleghi tossicologi, l’idea di un’indagine conoscitiva mediante un approfondito questionario messo on-line e che chiunque, rigorosamente maggiorenne, può compilare, con totale garanzia per il suo anonimato.

Un questionario che già dai risultati delle prime due settimane mostra di diventare l’indagine più estesa al mondo finora effettuata. Il tabellato sulle droghe – legali e illegali – impiegate nell’attività sessuali è alquanto esteso, includendo le più moderne sostanze che hanno raggiunto la società italiana, quali i cannabinoidi sintetici e i derivati del catinone.

Da una preliminare analisi dei primi mille questionari compilati, continuano a risultare ai primi posti dell’impiego come afrodisiaci: alcol, cannabis, extasy.

Salta inoltre all’occhio la differenza fra donne e uomini di motivazione d’impiego degli afrodisiaci. Mentre gli uomini li usano per ottenere un aumento del piacere, le donne riferiscono di usarli soprattutto per la disinibizione e la rimozione di ostacoli psicologici. È una differenza importante, le cui deduzioni in campo psicologico si chiariranno più avanti, in seguito all’analisi mediante l’incrocio dei dati.


Un 4% del campione – tutte donne – ha affermato di essere stata vittima almeno una volta nella vita di somministrazione “a tradimento” delle droghe per fare del sesso; un numero non grande ma che pur testimonia la realtà di questo deprecabile fenomeno. A tale riguardo è opportuna una precisazione riguardo un concetto che viene erroneamente proposto dai media, e cioè quello di “droghe da stupro”, trattate come fossero una tipologia specifica di sostanze. In realtà non esistono “droghe da stupro”, esiste un “uso criminale” delle droghe, qualunque esse siano, per fini sessuali.

Questo errato concetto è originato da una visione distorta proposta da una certa criminologia di stampo lombrosiano, ripresa e diffusa dai media, e che riguardava principalmente il GHB, un composto prodotto dal corpo umano impiegato tra l’altro come coadiuvante nel trattamento delle dipendenze da alcol. Ma i dati forniti dall’Osservatorio Epidemiologico Europeo sulle Droghe, così come i risultati preliminari dell’inchiesta “Piacere chimico”, dimostrano quanto il GHB abbia una rilevanza insignificante nel fenomeno dello stupro, nelle quali ben altre e più comuni sostanze possono essere coinvolte, quali l’alcol e certi psicofarmaci (la classica “pillola” messa nel bicchiere di vino a insaputa della vittima).

I risultati di quest’inchiesta verrano presentati in un libro per il quale sto stendendo il capitolo introduttivo, dedicato all’universale rapporto fra sesso e droga.

http://piacerechimico.com
https://www.facebook.com/piacerechimico/?fref=ts


Ringraziamo il Dott. Giorgio Samorini per l’intervista 

Fonte: www.adversus.it

L'articolo era già stato pubblicato qui nel mese di Settembre 2016

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