Il cervello organizza i ricordi e influenza la percezione del tempo.
Le neuroscienze studiano come ippocampo, memoria e attività neuronale contribuiscano a ricostruire le esperienze e anticipare gli eventi futuri
Il tempo non scorre sempre allo stesso modo nella nostra mente. Memoria, emozioni e attività cerebrale contribuiscono a dare un ordine alle esperienze che viviamo.
Ci sono pomeriggi che sembrano interminabili. Magari siamo in una sala d'attesa, guardiamo l'orologio e scopriamo che sono trascorsi appena dieci minuti. Poi capita di trascorrere una serata in compagnia, parlare, ridere, dimenticarsi perfino del telefono. Quando qualcuno ci fa notare che è già mezzanotte, quasi non ci crediamo. Eppure, in entrambi i casi, il tempo misurato dall'orologio è passato con la stessa regolarità. È la nostra percezione a essere cambiata.
Sembra una questione semplice, ma dietro questa differenza si nasconde un problema che i neuroscienziati cercano di comprendere da tempo...
Sembra una questione semplice, ma dietro questa differenza si nasconde un problema che i neuroscienziati cercano di comprendere da tempo...
Descrizione foto: Cervello pieno di ricordi. - Credit: IA.
Come fa il cervello a stabilire quando è successo qualcosa? E soprattutto, come riesce a mettere in ordine gli avvenimenti, trasformandoli in ricordi che possiamo recuperare anche dopo molti anni?
Una possibile risposta arriva dagli studi sull'organizzazione temporale dell'attività cerebrale. Il neuroscienziato Antonio Cerasa, dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-Irib), ha affrontato l'argomento in un approfondimento pubblicato sull'Almanacco della Scienza del CNR. Il punto interessante è che il cervello potrebbe organizzare il contenuto delle esperienze e la loro successione temporale attraverso processi in parte distinti, ma strettamente collegati.
Una possibile risposta arriva dagli studi sull'organizzazione temporale dell'attività cerebrale. Il neuroscienziato Antonio Cerasa, dell'Istituto per la ricerca e l'innovazione biomedica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-Irib), ha affrontato l'argomento in un approfondimento pubblicato sull'Almanacco della Scienza del CNR. Il punto interessante è che il cervello potrebbe organizzare il contenuto delle esperienze e la loro successione temporale attraverso processi in parte distinti, ma strettamente collegati.
Ricordare qualcosa non significa ricordare quando
Proviamo a pensare a una vacanza di qualche anno fa. Probabilmente riusciamo ancora a visualizzare un paesaggio, una strada percorsa a piedi oppure il volto di una persona incontrata durante il viaggio. Ma se qualcuno ci chiedesse di ricostruire con precisione l'ordine di tutti gli avvenimenti, le cose diventerebbero più complicate. Magari ricordiamo perfettamente un ristorante, ma non sappiamo più se ci siamo stati il secondo o il terzo giorno. Oppure siamo convinti che una conversazione sia avvenuta prima di un'escursione, quando in realtà era successo il contrario.
La memoria non funziona come una videocamera che registra ogni istante e conserva tutto nella sequenza originale. Il cervello recupera informazioni distribuite in diverse reti neuronali e cerca di ricostruire i collegamenti tra gli episodi. In questo lavoro, il contenuto di un ricordo e la sua posizione nel tempo rappresentano due aspetti che possono essere elaborati in maniera differente.
È proprio su questa distinzione che si concentra una prospettiva teorica discussa dai neuroscienziati Karl Friston e György Buzsáki.
Il bibliotecario che organizza i ricordi
Per rendere comprensibile il funzionamento di questi meccanismi, il dottor Cerasa ricorre all'immagine di una biblioteca.
Egli spiega: «Immaginiamo un edificio pieno di libri. Sugli scaffali sono conservate migliaia di storie, informazioni e conoscenze. Ma possedere tutti quei volumi non basta: serve anche qualcuno capace di trovare quello giusto e di ricostruire i collegamenti tra i diversi contenuti. In questa rappresentazione, la neocorteccia assomiglia al grande archivio della biblioteca. È coinvolta nell'elaborazione di informazioni relative a oggetti, persone, luoghi e significati».
L'ippocampo, invece, ricorda il lavoro del bibliotecario. Questa struttura, situata nella profondità del cervello, svolge un ruolo fondamentale nella formazione e nell'organizzazione di numerosi tipi di memoria. Tra le sue funzioni rientra anche la capacità di collegare gli eventi e contribuire alla ricostruzione della loro successione. Naturalmente, il paragone non deve essere interpretato alla lettera. L'ippocampo non lavora isolatamente e la neocorteccia non è un semplice magazzino di informazioni.
Le due strutture comunicano attraverso reti complesse, partecipando insieme alla formazione e al recupero dei ricordi. La metafora aiuta però a comprendere un aspetto importante: conoscere ciò che è accaduto non equivale necessariamente a sapere quando è accaduto.
L'ippocampo, invece, ricorda il lavoro del bibliotecario. Questa struttura, situata nella profondità del cervello, svolge un ruolo fondamentale nella formazione e nell'organizzazione di numerosi tipi di memoria. Tra le sue funzioni rientra anche la capacità di collegare gli eventi e contribuire alla ricostruzione della loro successione. Naturalmente, il paragone non deve essere interpretato alla lettera. L'ippocampo non lavora isolatamente e la neocorteccia non è un semplice magazzino di informazioni.
Le due strutture comunicano attraverso reti complesse, partecipando insieme alla formazione e al recupero dei ricordi. La metafora aiuta però a comprendere un aspetto importante: conoscere ciò che è accaduto non equivale necessariamente a sapere quando è accaduto.
Il cervello cerca sempre di anticipare qualcosa
C'è un'altra caratteristica della nostra mente che spesso passa inosservata. Mentre osserviamo il mondo, il cervello non aspetta semplicemente che arrivino nuove informazioni. Cerca continuamente di prevedere ciò che potrebbe succedere. Quando ascoltiamo una persona parlare, per esempio, utilizziamo il significato delle parole precedenti per interpretare quelle successive. Se percorriamo una strada conosciuta, sappiamo già dove incontreremo una curva o un incrocio.
Queste capacità dipendono dall'esperienza accumulata, ma anche dal modo in cui il sistema nervoso organizza le informazioni nel tempo. Nel quadro teorico discusso da Friston e Buzsáki, le dinamiche interne dell'attività neuronale potrebbero contribuire alla formazione di sequenze sulle quali vengono organizzati gli eventi. In sostanza, il cervello non avrebbe bisogno di attendere ogni singolo stimolo esterno per produrre una successione ordinata di attività.
Alcune sequenze neuronali possono emergere spontaneamente e partecipare ai processi attraverso i quali interpretiamo le esperienze. Questo non significa che sia stato individuato un unico meccanismo capace di spiegare tutta la percezione temporale. Il cervello utilizza sistemi differenti per valutare la durata di un intervallo, riconoscere l'ordine degli avvenimenti o anticipare ciò che potrebbe accadere. La ricerca sta ancora cercando di chiarire come queste funzioni si influenzino reciprocamente.
Perché certe giornate sembrano sparire
Torniamo per un momento alla vita quotidiana. Ci sono settimane nelle quali facciamo sempre le stesse cose. Ci alziamo alla stessa ora, percorriamo la stessa strada, incontriamo le stesse persone. Quando arriva il fine settimana, abbiamo quasi la sensazione che i giorni siano passati senza lasciare traccia. Poi basta un viaggio, una visita in un luogo sconosciuto o un avvenimento inatteso per cambiare completamente impressione.
Una giornata piena di esperienze nuove può lasciare molti più dettagli nella memoria rispetto a una trascorsa seguendo le abitudini consuete. Questo fenomeno non dipende soltanto dalla quantità di attività svolte. Entrano in gioco l'attenzione, le emozioni e il modo in cui il cervello registra le informazioni. Quando viviamo qualcosa di nuovo, tendiamo a osservare particolari che normalmente ignoreremmo. In seguito, la presenza di numerosi ricordi può influenzare la valutazione della durata di quell'esperienza.
Bisogna però fare una distinzione.
Il tempo che percepiamo mentre stiamo vivendo una situazione non coincide sempre con quello che le attribuiamo quando la ricordiamo. Un pomeriggio piacevole può sembrarci brevissimo sul momento e, allo stesso tempo, apparire molto ricco quando ripensiamo a tutto ciò che abbiamo fatto. Non esiste quindi una regola semplice secondo la quale la novità rallenta necessariamente il tempo o la routine lo accelera.
Sono fenomeni che coinvolgono diversi processi mentali e che possono cambiare a seconda delle circostanze.
Torniamo per un momento alla vita quotidiana. Ci sono settimane nelle quali facciamo sempre le stesse cose. Ci alziamo alla stessa ora, percorriamo la stessa strada, incontriamo le stesse persone. Quando arriva il fine settimana, abbiamo quasi la sensazione che i giorni siano passati senza lasciare traccia. Poi basta un viaggio, una visita in un luogo sconosciuto o un avvenimento inatteso per cambiare completamente impressione.
Una giornata piena di esperienze nuove può lasciare molti più dettagli nella memoria rispetto a una trascorsa seguendo le abitudini consuete. Questo fenomeno non dipende soltanto dalla quantità di attività svolte. Entrano in gioco l'attenzione, le emozioni e il modo in cui il cervello registra le informazioni. Quando viviamo qualcosa di nuovo, tendiamo a osservare particolari che normalmente ignoreremmo. In seguito, la presenza di numerosi ricordi può influenzare la valutazione della durata di quell'esperienza.
Bisogna però fare una distinzione.
Il tempo che percepiamo mentre stiamo vivendo una situazione non coincide sempre con quello che le attribuiamo quando la ricordiamo. Un pomeriggio piacevole può sembrarci brevissimo sul momento e, allo stesso tempo, apparire molto ricco quando ripensiamo a tutto ciò che abbiamo fatto. Non esiste quindi una regola semplice secondo la quale la novità rallenta necessariamente il tempo o la routine lo accelera.
Sono fenomeni che coinvolgono diversi processi mentali e che possono cambiare a seconda delle circostanze.
Impariamo a mettere in ordine il mondo fin da piccoli
L'organizzazione temporale delle esperienze comincia a svilupparsi durante l'infanzia. Un bambino impara gradualmente che alcune azioni devono precederne altre. Prima ci si veste, poi si esce. Prima si prepara un gioco, poi si comincia a giocare. Anche ascoltare una storia richiede una capacità di questo tipo.
Per comprendere una fiaba non basta riconoscere i personaggi. Bisogna seguire gli avvenimenti, ricordare ciò che è successo e capire perché un episodio conduce a quello successivo. La musica offre un altro esempio. Una melodia acquista significato attraverso la successione delle note, le pause e il ritmo. Queste esperienze contribuiscono allo sviluppo delle capacità necessarie per organizzare gli eventi e riconoscere le relazioni temporali.
Cerasa richiama l'attenzione sull'importanza dell'apprendimento delle sequenze durante la crescita, anche in relazione ad abilità che utilizzeremo successivamente, come pianificare un'attività o ricordare un impegno. Naturalmente, lo sviluppo di queste competenze dipende da numerosi fattori. Non sarebbe corretto attribuirlo a una singola esperienza educativa o a un unico circuito cerebrale. Rimane però interessante osservare quanto presto cominciamo a costruire una rappresentazione ordinata di ciò che ci circonda.
L'organizzazione temporale delle esperienze comincia a svilupparsi durante l'infanzia. Un bambino impara gradualmente che alcune azioni devono precederne altre. Prima ci si veste, poi si esce. Prima si prepara un gioco, poi si comincia a giocare. Anche ascoltare una storia richiede una capacità di questo tipo.
Per comprendere una fiaba non basta riconoscere i personaggi. Bisogna seguire gli avvenimenti, ricordare ciò che è successo e capire perché un episodio conduce a quello successivo. La musica offre un altro esempio. Una melodia acquista significato attraverso la successione delle note, le pause e il ritmo. Queste esperienze contribuiscono allo sviluppo delle capacità necessarie per organizzare gli eventi e riconoscere le relazioni temporali.
Cerasa richiama l'attenzione sull'importanza dell'apprendimento delle sequenze durante la crescita, anche in relazione ad abilità che utilizzeremo successivamente, come pianificare un'attività o ricordare un impegno. Naturalmente, lo sviluppo di queste competenze dipende da numerosi fattori. Non sarebbe corretto attribuirlo a una singola esperienza educativa o a un unico circuito cerebrale. Rimane però interessante osservare quanto presto cominciamo a costruire una rappresentazione ordinata di ciò che ci circonda.
I ricordi cambiano insieme a noi
Uno degli aspetti più sorprendenti della memoria è che non rimane immutabile. Possiamo raccontare un episodio della nostra adolescenza con grande sicurezza, salvo scoprire che un familiare lo ricorda in maniera diversa. A volte sono i dettagli a cambiare. In altri casi confondiamo persone, luoghi o successioni di eventi. Non significa necessariamente che uno dei due racconti sia inventato.
La memoria umana è ricostruttiva. Quando recuperiamo un'esperienza, il cervello utilizza le informazioni disponibili per ricomporla, e questo processo può essere influenzato da conoscenze successive, aspettative e condizioni emotive. La dimensione temporale fa parte di questa ricostruzione.
Per ricordare un avvenimento dobbiamo spesso inserirlo in una sequenza più ampia, collegandolo a ciò che lo ha preceduto e a quello che è accaduto dopo. È anche attraverso questi collegamenti che riusciamo a dare continuità alla nostra storia personale. Le ipotesi sull'organizzazione delle sequenze neuronali offrono nuovi strumenti concettuali per studiare tali processi, ma non costituiscono ancora una spiegazione completa della memoria autobiografica.
Il tempo che viviamo non è quello che misuriamo
C'è qualcosa di curioso nel rapporto che abbiamo con il tempo. Passiamo buona parte della giornata a misurarlo. Controlliamo gli orari, programmiamo appuntamenti, calcoliamo quanto manca alla fine del lavoro o all'inizio di una vacanza. Eppure, quando ripensiamo agli anni trascorsi, raramente sono le ore a venirci in mente. Ricordiamo piuttosto una conversazione, un incontro inatteso, una decisione importante. A volte riaffiora un episodio minuscolo, apparentemente insignificante, che per qualche ragione è rimasto impresso più di altri.
Il cervello non conserva ogni esperienza con la stessa precisione. Alcuni ricordi diventano parte della nostra identità, altri si affievoliscono e molti dettagli finiscono per andare perduti. La ricerca neuroscientifica ci aiuta a comprendere almeno una parte di questo processo. Mostra quanto sia complesso il lavoro necessario per collegare gli eventi, recuperarli e collocarli all'interno di una successione.
La metafora del bibliotecario torna allora particolarmente utile.
Possiamo immaginare la nostra memoria come una biblioteca che cambia nel corso della vita. Arrivano nuovi libri, alcuni vengono consultati spesso, altri rimangono per anni sugli scaffali. E non sempre ricordiamo esattamente dove abbiamo riposto ogni volume. Ma c'è una differenza fondamentale rispetto a una biblioteca tradizionale: i nostri ricordi non sono oggetti immobili. Possono essere reinterpretati, arricchiti oppure perdere parte dei loro dettagli. Forse è anche per questo che due persone possono vivere lo stesso avvenimento e conservarne impressioni molto diverse. L'orologio misura una durata uguale per entrambe. La memoria, invece, restituisce a ciascuna una storia personale.
Ed è qui che il tema diventa particolarmente interessante, anche al di fuori dei laboratori. Comprendere come il cervello organizza il tempo significa interrogarsi sul modo in cui costruiamo la continuità della nostra esistenza. Non soltanto su ciò che ricordiamo, ma anche su come colleghiamo il passato alle decisioni presenti e alle aspettative per il futuro. Alla fine, il tempo che conta nella nostra esperienza non è fatto esclusivamente di minuti e secondi.
È fatto anche di ciò che abbiamo vissuto, delle persone che abbiamo incontrato e del significato che, talvolta soltanto molti anni dopo, riusciamo ad attribuire a quei momenti. Gli orologi ci dicono quanto tempo è passato. La memoria prova a raccontarci che cosa ne abbiamo fatto.
Riflessione dell’autore
Mi succede ogni tanto di ritrovare una vecchia fotografia e di fermarmi a guardarla più del previsto. Non tanto per l'immagine in sé, quanto per quello che riesce a riportarmi alla mente. Una voce, una strada percorsa tanti anni fa, il modo di parlare di qualcuno che non incontro più. Dettagli che pensavo di aver perso e che invece, chissà come, erano ancora lì.
La cosa strana è che, se provo a ricordare cosa ho fatto martedì scorso, devo pensarci un bel po'. Le giornate si assomigliano, gli impegni si sovrappongono e alla fine diventa difficile distinguere un momento dall'altro.
Mi sono chiesto spesso perché certi ricordi resistano così a lungo, mentre altri svaniscono nel giro di pochi giorni. Le neuroscienze offrono alcune risposte, anche se il funzionamento della memoria conserva ancora molti aspetti da chiarire.
Leggendo le considerazioni di Antonio Cerasa, mi ha colpito soprattutto l'idea che ricordare non significhi semplicemente recuperare qualcosa che abbiamo conservato. Ogni volta, in qualche misura, ricostruiamo ciò che è accaduto. E forse è proprio questo a rendere i nostri ricordi tanto preziosi quanto imperfetti.
C'è poi un pensiero che mi accompagna da tempo. Siamo diventati bravissimi a organizzare le giornate, a riempire le agende e a controllare continuamente l'orologio. Molto meno bravi, forse, a fermarci davvero su quello che stiamo vivendo.
Non credo che serva trasformare ogni giornata in un'esperienza straordinaria. A volte basta una conversazione fatta senza fretta, una passeggiata improvvisata o qualche minuto trascorso con una persona cara.
Non possiamo sapere quali di questi momenti ricorderemo tra vent'anni. Magari saranno proprio quelli ai quali oggi non attribuiamo particolare importanza.
E questa, almeno per me, è una buona ragione per non lasciare che le giornate diventino soltanto una successione di impegni da portare a termine.
Autore Edoardo Capuano / Articolo originale rielaborato: Il bibliotecario della mente
Articolo completo: ecplanet.net/neurologia





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