Conformismo, automatismi e bisogno di approvazione possono condizionare le nostre scelte senza che ce ne accorgiamo. Riconoscerli significa iniziare un percorso verso maggiore consapevolezza, libertà interiore e conoscenza di sé
Introduzione
Quanto delle nostre scelte nasce davvero da noi? Conformismo, mode e bisogno di approvazione possono influenzare comportamenti che percepiamo come del tutto personali.
Metodi
L’articolo propone un’osservazione critica degli automatismi quotidiani, utilizzando la figura della “persona addormentata” e il concetto di “macchina biologica” come metafore della scarsa consapevolezza.
Risultati
Emergono comportamenti ricorrenti legati all’omologazione, alla ricerca del consenso e alla difficoltà di distinguere una scelta consapevole da una reazione acquisita.
Discussione
Riconoscere gli automatismi per riscoprire consapevolezza e libertà interiore.
Acquistare l'automobile che tutti desiderano, raggiungere la destinazione che tutti fotografano, indossare ciò che detta la moda, ripetere opinioni già confezionate e cercare continuamente l'approvazione degli altri. Gesti apparentemente diversi possono avere una radice comune: vivere seguendo automatismi che raramente vengono messi in discussione.
È questa l'immagine della persona addormentata: non qualcuno che dorme fisicamente, naturalmente, ma un individuo che attraversa la propria esistenza senza interrogarsi fino in fondo sull'origine dei propri desideri, delle proprie convinzioni e persino delle proprie ambizioni.
La questione non consiste nel condannare un viaggio, un'automobile, una fotografia o un vestito firmato. Il problema nasce quando non siamo più noi a scegliere, ma scegliamo perché qualcosa intorno a noi ha già stabilito ciò che dovremmo desiderare.
Quando desideriamo ciò che desiderano tutti
Prendiamo il viaggio.
Visitare Parigi e fotografarsi davanti alla Torre Eiffel non ha evidentemente nulla di sbagliato. Ma perché milioni di persone sentono il bisogno di compiere esattamente gli stessi percorsi, vedere gli stessi monumenti e realizzare fotografie sorprendentemente simili?
Viaggiare può significare conoscenza, incontro, scoperta e trasformazione personale. Può però ridursi anche a una forma di certificazione sociale: io sono stato qui.
La destinazione diventa allora meno importante della possibilità di mostrarla.
Lo stesso meccanismo può manifestarsi negli acquisti, nell'abbigliamento, nell'intrattenimento e persino nelle opinioni. Pensiamo di scegliere liberamente, mentre spesso ci muoviamo all'interno di possibilità che qualcun altro ha già selezionato e reso desiderabili.
Pubblicità, mode, social network, gruppi di appartenenza e mezzi di comunicazione non comandano necessariamente ciò che dobbiamo fare. Possono però contribuire a costruire l'ambiente nel quale maturano i nostri desideri.
La domanda diventa quindi molto più interessante:
Quanto di ciò che desideriamo nasce realmente da noi?
I tratti distintivi della persona addormentata
Non esiste naturalmente un test capace di stabilire chi sia “sveglio” e chi sia “addormentato”. L'espressione va intesa come una metafora. Esistono però comportamenti che possono indicare quanto spazio concediamo agli automatismi.
La persona addormentata tende a:
- scegliere luoghi, esperienze e oggetti soprattutto perché possiedono un forte riconoscimento sociale;
- desiderare l'automobile, il telefono, l'abito o l'accessorio del momento anche quando questo comporta sacrifici economici sproporzionati;
- seguire una moda principalmente per sentirsi accettata o riconosciuta;
- partecipare automaticamente al fenomeno virale del momento senza domandarsi perché lo stia facendo;
- identificare gran parte del proprio valore personale con il lavoro, il ruolo professionale o la produttività;
- occuparsi continuamente della vita degli altri per evitare di osservare la propria;
- cercare conferme attraverso fotografie, commenti, reazioni e approvazione sociale;
- identificarsi rigidamente con un partito, una religione, una squadra, una bandiera o qualsiasi altra appartenenza senza approfondirne realmente storia e significato;
- modificare linguaggio, abbigliamento, opinioni e comportamenti per uniformarsi al gruppo;
- provare disagio quando resta sola, perché il silenzio la costringe a incontrare se stessa.
Nessuno di questi comportamenti, preso singolarmente, dimostra qualcosa. Possiamo riconoscerne alcuni anche in noi stessi.
Ed è proprio questo il punto.
Il concetto di “addormentamento” acquista significato soltanto quando smette di essere un'etichetta da applicare agli altri e diventa uno strumento con cui osservare noi stessi.
L'addormentato e la sua macchina biologica
Secondo la visione filosofica alla base di questa interpretazione, l'essere umano può essere immaginato come costituito da una macchina biologica, cioè l'apparato psicofisico attraverso il quale agiamo nel mondo, e da una dimensione più profonda che possiamo chiamare anima, coscienza o vero Sé.
La macchina possiede abitudini, paure, desideri, reazioni, condizionamenti e automatismi.
Quando viviamo identificandoci completamente con questi meccanismi, crediamo che ogni pensiero che attraversa la mente sia “nostro”, che ogni desiderio rappresenti la nostra autentica volontà e che ogni reazione descriva inevitabilmente il nostro carattere.
Ma potrebbe non essere così.
Potremmo essere molto meno liberi di quanto immaginiamo.
La macchina vuole possedere, apparire, essere riconosciuta. Cerca sicurezza nell'appartenenza e conferme nello sguardo altrui. Fugge ciò che provoca dolore e rincorre ciò che procura gratificazione.
L'anima, intesa qui come Presenza, non avrebbe invece bisogno di tutto questo. Il problema è che, quando l'apparato psicofisico vive in uno stato di addormentamento, la Presenza non riesce a esercitare pienamente la propria attenzione.
Ed ecco il paradosso: crediamo di utilizzare la macchina, mentre spesso è la macchina a trascinare noi.
Quando l'automatismo diventa carattere
Uno degli inganni più difficili da riconoscere consiste nel chiamare “carattere” ciò che potrebbe essere semplicemente una reazione acquisita.
“Sono fatto così.”
Quante volte lo diciamo?
Eppure ciò che definiamo personalità può contenere abitudini costruite negli anni, meccanismi di difesa, paure, condizionamenti familiari e comportamenti ripetuti così tante volte da essere diventati invisibili.
Essere gelosi, competitivi, aggressivi o costantemente bisognosi di approvazione non significa necessariamente possedere una natura immutabile.
Potrebbe significare che la macchina ha imparato a reagire in quel modo.
La differenza è enorme.
Se diciamo sono così, chiudiamo la porta.
Se diciamo sto reagendo così, iniziamo a osservare.
Non modificare la macchina: osservarla
La via d'uscita, secondo questa prospettiva, non consiste nel combattere continuamente contro ogni comportamento che consideriamo negativo.
Significherebbe affrontare separatamente centinaia di manifestazioni dello stesso fenomeno.
Occorre invece intervenire alla radice: portare attenzione dove prima esisteva automatismo.
Osservare una reazione mentre nasce.
Accorgersi della rabbia prima che diventi parola.
Percepire la gelosia senza identificarsi immediatamente con essa.
Domandarsi perché desideriamo qualcosa prima di correre a ottenerla.
Riconoscere la necessità di approvazione mentre stiamo cercando di impressionare qualcuno.
Questa è Presenza.
Non significa reprimere l'emozione. Significa vederla.
Il dolore come soglia
Esiste poi un passaggio ancora più difficile.
Quando qualcosa rompe i nostri automatismi, spesso proviamo disagio. Una relazione finisce, qualcuno ci contraddice, perdiamo una certezza, veniamo rifiutati oppure scopriamo qualcosa di noi che avremmo preferito non vedere.
La reazione immediata consiste quasi sempre nel tentativo di eliminare quel dolore.
Cerchiamo distrazioni, attribuiamo responsabilità, modifichiamo la situazione esterna oppure costruiamo una spiegazione che ci permetta di tornare rapidamente alla normalità.
Ma proprio il disagio può diventare occasione di osservazione.
Rabbia, frustrazione, paura e gelosia mostrano zone di noi normalmente nascoste. Non devono essere romanticizzate né ricercate, ma quando emergono possono essere osservate invece di essere immediatamente soffocate.
Il tempo, da solo, non trasforma necessariamente ciò che ci ha feriti. Talvolta rende semplicemente meno evidente la ferita.
E ciò che non abbiamo compreso può presentarsi nuovamente sotto forme differenti.
Cambiano i luoghi e cambiano le persone, ma certe dinamiche sembrano incredibilmente familiari.
Il risveglio comincia dall'attenzione
Risvegliarsi non significa diventare superiori agli altri.
Anzi, nel momento in cui utilizziamo l'idea del risveglio per considerarci migliori, probabilmente siamo ricaduti nello stesso meccanismo che volevamo superare: l'ego ha semplicemente trovato un vestito nuovo.
Risvegliarsi significa iniziare a vedere.
Vedere perché compriamo.
Perché lavoriamo.
Perché vogliamo essere ammirati.
Perché abbiamo bisogno di appartenere.
Perché determinate persone riescono a ferirci.
Perché alcune parole scatenano reazioni sproporzionate.
E soprattutto significa imparare a distinguere ciò che scegliamo da ciò che semplicemente ripetiamo.
Non occorre fuggire dalla società, smettere di viaggiare, rinunciare alle comodità o rifiutare qualsiasi moda.
Possiamo andare a Parigi, fotografare la Torre Eiffel, comprare un'automobile e pubblicare una fotografia.
La differenza non è necessariamente in ciò che facciamo.
È nella consapevolezza con cui lo facciamo.
Perché forse la libertà non consiste nel poter scegliere fra mille possibilità.
Forse comincia nel momento in cui siamo finalmente capaci di capire chi, dentro di noi, sta scegliendo.
Buon lavoro.
Riflessione dell’autore
Forse la forma più sottile di conformismo è quella che non riusciamo più a riconoscere. Ci abituiamo a desiderare, scegliere e giudicare seguendo schemi che, con il tempo, finiamo per considerare nostri.
Non credo che risvegliarsi significhi rinunciare alla società, alle passioni o alle cose che ci piacciono. Significa piuttosto fermarsi, ogni tanto, e domandarsi: lo voglio davvero oppure ho semplicemente imparato a volerlo?
È una domanda semplice, ma può diventare scomoda. Perché osservare se stessi richiede più coraggio che osservare gli altri.
Forse la vera libertà comincia proprio da qui: accorgersi dei propri automatismi e tornare, poco alla volta, a scegliere con consapevolezza.



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