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venerdì 3 gennaio 2020

Le enigmatiche esperienze di quasi-morte

Potrebbe la morte essere solo un’illusione?

Perché viviamo? E ancor di più, perché moriamo? 
Ogni essere umano, di ogni tempo e di ogni luogo, percepisce la morte come l'ultimo predatore a cui far fronte, l'inesorabile varco che attende ogni uomo di qualsiasi condizione sociale, qualsiasi latitudine e di qualsiasi credo filosofico o religioso. 
E ognuno di noi, nella parte più recondita del proprio essere, si chiede se la morte è l'esperienza definitiva con la quale veniamo consegnati al nulla assoluto, oppure se si tratti solo di un passaggio verso una nuova condizione esistenziale.

Tutte le culture umane che si sono succedute nella storia, fin dalla loro comparsa, hanno considerato la morte come il passaggio verso un’oltrevita.

Le culture preistoriche la pensavano come un ricongiungimento con i propri antenati.

Le culture antiche più evolute, come quella sumera, egizie e greca, credevano che la morte fosse l’inizio di un viaggio che portasse il defunto in un luogo fisico, nel quale cominciare il nuovo stato di vita.

Bisognerà attendere le religioni orientali, come l’induismo e il buddismo per assistere ad una concezione più spirituale della vita oltre la morte, fino a quando il cristianesimo parlerà addirittura di “risurrezione dei corpi”.

Forse l’unica cultura ad aver smarrito la domanda fondamentale sulla morte, e quindi sulla vita, è proprio quella contemporanea. Intriso di materialismo scettico, generato da una parziale interpretazione della rivoluzione scientifica e dell’illuminismo, l’uomo del nostro tempo non pensa più alla morte, e se ci pensa, tende a considerarla come il definitivo disfacimento dell’esperienza esistenziale ...