Sguardo d’insieme sull’arco percorso dalla presunta emancipazione femminile. Volevano giustamente rispetto e parità. Non hanno ottenuto il primo, se non nel politicamente corretto. La parità non si è realizzata, se non formalmente a mezzo di incarichi e mestieri prima riservati ai maschi. Si salvi chi può.
Mi impressiona aver creduto nella favola delle donne quali nature che avrebbero potuto cambiare la storia di sangue, oppressione, controllo e vergogna cui oggi assistiamo, forse come mai prima d’ora. L’accelerazione e la caduta di umanesimo, insito nella idolatrata tecnologia digitale, ha rotto le acque e partorito un cambio di paradigma mortifero, in cui le donne sono tragicamente protagoniste.
Avevo infatti creduto che il senso della maternità, cioè dell’avere in sé ed esprimere il significato universale della creazione – una dote complementare ma, in qualche modo, ben più profonda di quella maschile e seminale – non sarebbe mai venuto meno. La prima, quella femminile a carattere universale, o capace di tenere il legame con il cosmo, l’altra, quella mascolina, prevalentemente a proiezione secolare. Una fondata sull’amore e da questo governata, l’altra sulla supremazia nei confronti del prossimo, in tutte le sue forme.
Nelle donne viveva il senso protettivo della vita, fisicamente e simbolicamente riflessi sul neonato, sul bimbo, sul ragazzino, e anche sull’uomo, la cui indole vanesia gli nega spesso la piena maturità, ovvero il senso del sacrificio e del dono ...

