Ce lo ha detto chiaramente il guru di Davos, Klaus Schwab, nel suo libro sul Great Reset nella primavera del 2020: Netflix in luogo del teatro, lo smart working al posto del lavoro in presenza, l'e-learning (o Didattica a distanza – DaD) invece che la classe con studenti e insegnanti, Amazon che ti porta ogni oggetto a domicilio, e molte altre cose ancora che, dall'epifania del Coronavirus, si sono per così dire dematerializzate e desocializzate, traslandosi nella nuova dimensione del digitale da casa.
Come bene ha puntualizzato il filosofo Giorgio Agamben, il distanziamento sociale, vero fulcro della società riorganizzata in chiave pandemico-sanitaria, fa sistema con la tecnologia digitale, tanto che non è più niente di nascosto o “complottista” perché adesso pure i Ministeri del Governo si chiamano così: ne scaturisce una società non sociale, incardinata su atomi reciprocamente distanziati, che cercano di immunizzarsi l’uno con l’altro fino all’isteria, e che comunicano solo mediante i nuovi dispositivi digitali, divenuti unico spazio sociale ammissibile perché perfettamente controllabili.
Provate per un attimo a riflettere realmente sull'essenza della nuova barbarie digitale e del nuovo dispotismo tecnicizzato della distanza sociale: se, per il nuovo animala virtuale che è l’uomo postmoderno, il lavoro e l'istruzione diventano da casa, non stupisce che anche la reclusione coatta si riconfiguri come reclusione coatta da casa o lockdown, per usare un termine più chic ...
