mercoledì 2 agosto 2017

I beluga del San Lorenzo

di Pierre Béland 

Per quanto dichiarati specie protetta, questi cetacei non riescono ad aumentare di numero, poiché sono falcidiati da patologie dovute al gravissimo inquinamento di origine industriale.

Nel 1535, durante il suo secondo viaggio in America, l'esploratore francese Jacques Cartier risalì il fiume San Lorenzo, guidato da due indiani. Superata la confluenza del fiume Saguenay, venti contrari e correnti di marea gli impedirono per tutto il giorno di proseguire il viaggio e lo costrinsero a gettare l'ancora, al calar della notte, nei pressi di un'isola in mezzo al fiume; il mattino seguente fu sorpreso nel vedere l'imbarcazione circondata da grossi marsuini bianchi.

Le guide locali dichiararono che quegli animali erano commestibili e che in lingua locale il loro nome era Adothuys. Si trattava di beluga, una specie artica di cetacei che vive da millenni nel fiume San Lorenzo. 

Queste piccole balene provviste di denti si insediarono nel fiume poco dopo il termine dell'ultima glaciazione; con il riscaldamento del clima, il livello dell'Atlantico si sollevò, sommergendo buona parte della costa orientale nordamericana. Le acque andarono a coprire un'area vastissima, che arrivava quasi fino ai Grandi Laghi e ai territori corrispondenti agli Stati di New York e del Vermont. Molte specie di foche e di cetacei si avventurarono in questo mare interno; poi, col tempo, la terraferma riemerse, il bacino si disseccò e si definì il corso del San Lorenzo...

Nel passato, lungo il San Lorenzo si effettuava un'intensa attività di caccia al beluga, come mostra questa fotografia scattata nel 1918. Dalle testimonianze storiche si stima che più di 16 000 beluga siano stati catturati tra il 1866 e il 1960.

Nessuno sa quanti beluga siano stati uccisi prima dell'Ottocento; tuttavia si è stimato che tra il 1866 e il 1960 siano stati catturati circa 16 200 beluga, una media di 172 all'anno. Questa cifra fa pensare che all'inizio del XX secolo la popolazione dovesse essere di 5000-10 000 individui. Quando le catture si diradarono e cadde la domanda di prodotti ricavati dai cetacei, il beluga del San Lorenzo fu quasi dimenticato. Si pensa che negli anni settanta rimanessero solo 500 individui. 

Nel 1979 il Governo canadese dichiarò i beluga specie protetta; tuttavia, nonostante il provvedimento, la loro popolazione non si è minimamente ripresa e si calcola che oggi nel San Lorenzo ci siano ancora soltanto 500 esemplari. La staticità di questo numero rimane in gran parte inspiegata. Alcuni biologi marini hanno indicato come cause un basso tasso riproduttivo all'interno dell'esigua popolazione o il degrado del suo habitat dovuto agli impianti idroelettrici. Ma negli ultimi anni io e i miei colleghi abbiamo portato alla luce un'altra ragione.

Vittime dell'inquinamento 

Le mie ricerche iniziarono nell'autunno del 1982, quando mi recai con un veterinario locale, Daniel Martineau, a esaminare la carcassa di un beluga spiaggiatosi sulla sponda del San Lorenzo. 
Il cetaceo era relativamente piccolo, ma nel sole del tardo pomeriggio si stagliava chiaramente su un letto di ciottoli scuri; appariva bianchissimo e liscio come plastica. 

Il successivo esame autoptico dimostrò che il cetaceo era morto probabilmente per insufficienza renale; i campioni di tessuto rivelarono una forte contaminazione da mercurio e piombo oltre che da policlorobifenili (PCB), DDT, Mirex e altri pesticidi. Più tardi, nella medesima stagione, furono rinvenuti due beluga intossicati in pari misura. In un certo senso questa scoperta non fu una novità, perché molti scienziati avevano già documentato livelli elevati di PCB e DDT nelle foche e nelle focene di altre località. Questi composti organoalogenati sono altamente solubili nei lipidi e, dal momento che non vengono metabolizzati nell'organismo dell'animale, si accumulano nei tessuti adiposi. Le sostanze chimiche si trasmettono verso l'alto lungo la catena alimentare, raggiungendo da ultimo le massime concentrazioni nei predatori finali. Un'abbondante letteratura ha descritto le diverse patologie associate ai composti organoalogenati, tra cui danni epatici, ulcerazioni gastriche, lesioni cutanee e ghiandolari, squilibri ormonali. Tuttavia ancora all'inizio degli anni ottanta gran parte degli esperti riteneva che i composti organoalogenati costituissero un rischio limitato per i mammiferi marini.

Lungo le sponde del San Lorenzo si incontrano molte industrie chimiche. 

Nei beluga che vivono in questo fiume si sono trovati circa 25 composti potenzialmente tossici, tra cui i PCB e il DDT e anche il Mirex, pesticida prodotto negli anni settanta vicino al lago Ontario, il quale ha contaminato le anguille che migravano verso la foce del San Lorenzo, dove venivano predate dai beluga. 

I cetacei si addensano presso la foce del Saguenay in estate (in rosso nella carta) e in inverno (in blu) si disperdono.

Le osservazioni patologiche furono sorprendenti: il 40 per cento degli animali presentava tumori, ben 14 dei quali erano carcinomi (più della metà di tutti i tumori maligni mai osservati nei cetacei); vi era anche un'elevata incidenza di ulcere gastriche, compresi tre casi di ulcere perforate (condizione patologica mai documentata prima nei cetacei), e il 45 per cento delle femmine produceva solo piccole quantità di latte a causa di infezioni, necrosi e tumori delle ghiandole mammarie. 

Comuni erano le lesioni alla tiroide e alle ghiandole surrenali e molti animali sembravano soffrire di una compromissione del sistema immunitario: un numero abnorme di essi mostrava infezioni da batteri e da protozoi opportunisti, mentre altri presentavano malattie multisistemiche oppure avevano perso i denti. Un esemplare si rivelò un vero ermafrodita. 

Per contro, i beluga artici non mostravano alcuna di queste patologie e così pure altre specie di cetacei o di foche dello stesso San Lorenzo, benché intossicate, sia pure in misura minore, dalle stesse sostanze riscontrate nei beluga. Nei beluga artici i livelli più elevati di PCB erano di circa cinque parti per milione (ppm), mentre in quelli del San Lorenzo le concentrazioni risultavano fino a cento volte superiori. 
Gran parte dei tessuti conteneva più di 50 5 ppm, valore che, per la legge canadese, 12 basta a classificarli come rifiuti tossici! 

E Abbiamo anche scoperto che le sostanze tossiche non erano confinate nei depositi adiposi, come ci si poteva aspettare, ma si trovavano in piccole quantità nei lipidi presenti in altri tessuti, dove potevano danneggiare più rapidamente organi vitali...

Consiglio la lettura completa dell'articolo, che continua QUI


PIERRE BÉLAND svolge la sua attività di ricercatore presso il St. Lawrence National Institute of Ecotoxicology. In questa posizione, e in quelle precedentemente occupate presso il Department of Fisheries and Oceans in Canada e il Fisheries Ecology Research Center, egli ha studiato gli ecosistemi marini dell'estuario del San Lorenzo e del Golfo del San Lorenzo.


Sebbene in versione originale vi invito anche a guardare questo bellissimo cartone animato di Frédéric Back che racconta la storia del fiume San Lorenzo. Realizzato nel 1993.
Storia, e poesia pura ...





La storia del fiume San Lorenzo (chiamato Magtogoek dai nativi), dalla preistoria ad un futuro che si vorrebbe recuperasse il senso vitale del rispetto della natura.

“Più l’umanità diventa forte, più distrugge. Mi sono ribellato a questa attitudine devastatrice. Avete mai pensato al tempo, al lavoro, al miracolo che è necessario per creare una vita? E’ un capolavoro d’ingegnosità per la forma, la differenza, l’adattamento, l’evoluzione che persiste dopo milioni di anni. E noi, noi siamo in procinto di distruggere tutto ciò per amore del petrolio, amore della potenza, culto di prodotti chimici dei quali non conosciamo affatto i poteri distruttivi e che ci si ostina a fabbricare per denaro. Siamo cinque miliardi di esseri umani, cioè dieci miliardi di mani. Abbiamo bisogno di essere positivi verso la vita, il mondo: quanto basta per innescare un meccanismo che sollevi le masse di questi dieci miliardi di mani e la felicità che esse contengono”. (Frédéric Back)

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