martedì 11 aprile 2017

Basilide. Il Seme che Creò l’Universo

1. Breve biografia

Basilide è nativo di Alessandria di Egitto, dove ha raggiunto la massima notorietà fra il 120 d.c. e il 140 d.c. in corrispondenza degli Imperatori Adriano e Antonio. E' considerato uno dei massimi padri dello Gnosticismo e su testimonianza di Epifanio sappiamo che la sua dottrina si propagò in tutto l'Egitto, diffondendosi, tramite i suoi discepoli, nel mondo ellenico dell'Impero Romano. Notizie certe ed estese sulla vita di Basilide non vi sono, eccetto quelle derivanti dagli scritti, spesso contrastanti, dei primi eresiologi.

Il già citato Epifanio di Salamina afferma che Basilide fu discepolo di Menandro ad Antiochia di Siria, suggerendone quindi una natalità siriana e solo successivamente, trasferendosi ad Alessandria d'Egitto, fondò una propria scuola filosofica. Diversamente Eusebio e Teodorete sostengono che la sua patria fosse Alessandria di Egitto. Ancora lo si vorrebbe studente assieme ad un certo Galuco, che professava, di essere stato iniziato ai misteri del Cristo direttamente da San Pietro. Ciò che sicuramente sappiamo è che ebbe un figlio di nome Isidoro, che continuò l'insegnamento paterno.

Pare, così come Pitagora, che Basilide imponesse ai suoi discepoli un voto di raccoglimento e di silenzio dalla durata di cinque anni. Attraverso tale voto, o sigillo, il discepolo doveva pervenire a una sorta di chiusura filosofica in se stesso, attraverso cui acquisire una nuova consapevolezza dei rapporti che legano l’uomo all’universo...


I Padri della Chiesa lo accusarono di essere suggeritore di apostasia (abbandono della religione cristiana, a favore del politeismo tradizionale), in un periodo in cui era ancora forte la persecuzione religiosa ai danni dei cristiani. In pratica ritenevano che l’insegnamento di Basilide fosse un sistema che coniugava alcuni elementi formalmente cristiani, ma che sostanzialmente avesse una strutturazione pagana. In modo tale da preservare se stesso, e i suoi discepoli, dalle periodiche repressioni religiose che subivano le nascenti comunità cristiane.

Prima di procedere oltre è bene ricordare che Gorge Robert Stow Mead, studioso di religione e spiritualità, nel suo libro lo “Gnosticismo e Cristianesimo delle Origini”, collocò Basilide e il suo insegnamento nel capitolo “La Gnosi Secondo i Suoi Nemici”. Questo perché di Basilide, così come di altri maestri dello gnosticismo, non abbiamo fonte diretta, essendo tutti i suoi scritti andati perduti, ad eccezione fatta delle polemiche nei suoi confronti poste in essere dagli eresiologi.

2. La dottrina di Basilide in Ireneo

Ireneo ci riporta come la dottrina di Basilide è emanazionistica, e presupponga quindi che da un Punto di Origine Ineffabile e Sconosciuto, dal nome mistico di Abraxas, (In virtù di una non chiarezza delle fonti pervenutaci, altri vorrebbero che Abraxas fosse il "duce" supremo dei 365 cieli) sia nata Nun o Nous (Mente). Da Nun ha preso sostanza il Logos (Verbo) e a seguire Phronesis (Prudenza). Dalla prima triade manifesta è stata emanata una coppia di eoni: Sophia (Saggezza) e Dynamis (Forza). Da questi sono poi stati emanati le Virtù, i Principati, gli Angeli Primi (i costruttori del primo cielo) e in seguito gli altri 365 cieli (uno per i giorni dell'anno). Gli angeli dell'ultimo cielo, che contiene l’intera manifestazione, si divisero il dominio dei popoli della terra. Uno di questi angeli sovrastava tutti gli altri per potenza e forza; era l’angelo che governava il popolo ebraico: il Dio dell’Antico Testamento (יﬣוﬣ). Quest’angelo, animato dal desiderio di conquista, volle così sottomettere tutte le genti del mondo al proprio potere e al popolo a lui devoto. Tale azione mosse l'opposizione di tutti gli altri Domini, da cui derivò perenne agitazione, guerra e confusione. Il Padre Ineffabile per sanare la situazione decise di inviare l'eone Nous (Cristo) sulla Terra. Compito del Cristo, nel sistema di Basilide, era quello di liberare coloro (gli gnostici) che non si erano sottomessi spiritualmente al Dio dell’Antico Testamento.

Essendo il Cristo di Basilide un Eone, un essere spirituale, non poteva essere sottomesso alla legge della materia e della carne. Secondo questa considerazione Basilide elaborò una delle prime forme di docetismo (la doppia natura di Gesù Cristo), asserendo che Egli non fu messo in croce e non patì la passione; pene che invece furono sopportate da Simone Cireneo (Matteo 27:32). Il Cristo facendosi beffa dei suoi persecutori, e degli angeli di יּﬣוﬣ, compiuta la missione redentrice ritornò alla dimora del Padre. Per Basilide coloro che credono nella passione e nella morte in Croce, sono essi stessi servi di יּﬣוﬣ e di coloro che racchiusero le anime nei corpi fisici, mentre chi nega la passione e la morte in Croce del Cristo possiede ha ottenuto il sigillo della conoscenza del vero Padre Celeste.

3. Dal Non Essere all'Essere

Quanto sopra attribuito a Basilide emerge dagli scritti dell’eresiologo Ireneo, vediamo adesso quanto della filosofia del Maestro Gnostico è riportata da Ippolito. Questo eresiologo in Confutazioni (VII 20-7) pone la gnosi di Basilide in raffronto con il pensiero filosofico di Aristotele. All'inizio, prima del tempo e dello spazio, non esisteva che il Nulla, allora il «Dio che non esisteva» (ouk on theos: il Dio Inesistente), per Aristotele "Pensato di Pensiero" (noeseos tes noesis), decise di creare il cosmo. A differenze del Dio dell'Antico Testamento non crea le cose a una a una, ma emette un seme che contiene il Tutto. Questo è il Seme del Mondo (Panspermia). Ecco quindi che dal Non Esistente, il Dio Non Ente diede vita al Non Seme che conteneva il tutto. Tali locuzioni stanno a indicare l'impossibilità logica e dialettica di cogliere questi passaggi e movimenti metafisici.

Ancora Ippolito riporta quanto segue: «Ci fu un tempo in cui nulla esisteva, non la sostanza, non la forma, non l'accidente, non il semplice, non il composto, non l'inconoscibile, non l'invisibile, non l'uomo, non l'angelo, non Dio, né alcuna di quelle cose, che sono indicate con nomi; e che sono percepite sia dalla mente, sia dalle facoltà sensitive; Iddio non ente (che Aristotele chiama pensiero del pensiero, e questi eretici non Ente) senza riflessione, senza percezione, senza proposito, senza programma, senza passione, senza cupidigia, volle creare il mondo. 

Dico volle, tanto per esprimermi; perché non aveva volontà, né idee, né percezioni; e per mondo, non intendo quello attuale, sorto per estensione e scissione, bensì il seme del mondo. Il seme del mondo, comprendeva in sé, come il grano di senapa, tutte le cose, sorte poi per evoluzione, come le radici, i rami, le foglie, sorgono dal grano della pianta. Era questo il seme che racchiude in sé i semi universali, e che Aristotele indica come il genere suddiviso in infinite specie...».

Basilide spiega il passare dal Non Essere Primordiale all'Essere della manifestazione, attraverso la lenta germinazione del seme spirituale. Una germinazione causata dalla triplice natura del seme universale, consunstanziale al Padre Ineffabile ma da esso separato. Questo seme aveva una filiazione sottile che appena maturata salì immediatamente al Non Essere. Un'altra filiazione era composita e quindi impura. Essa tentò di salire al Non Ente ma non vi riuscì con le sole forze che le erano proprie. Essa maturò ed armandosi di Spirito Santo, come di ali, salì al Non Ente, ma a questo punto lo Spirito Santo non consunstanziale al Padre ne rimase escluso, sospeso fra il mondo inferiore, e la soglia paterna. La terza filiazione era invece grossolana e bisognosa di purificazione e rettificazione, rimase quindi dispersa fra i germi cosmici generici.

Durante un numero infinito di Eoni, il firmamento (impregnato dallo Spirito Santo) si squarciò dando vita al Grande Arconte, il Dio degli Ebrei, che per un numero imprecisato di cicli cosmici rimase in solitudine, fino a dimenticare la radice della propria esistenza; giungendo a credersi l'Unico Supremo fra gli Esseri.


Il Grande Arconte plasmando gli elementi che lo circondavano creò la manifestazione, che raccoglie la Natura e l'Uomo e tutti i cieli che sono compresi fra la terra e la soglia divina.

Sempre dalla terza figliolanza, il Demiurgo plasma il primo Arconte, e lo pone su di un trono, da questi si generò un altro figlio, e via a seguire dando vita non ad uno schema emanazioni stico ma generazionistico. Quando però la terza filiazione arse dal desiderio di ricongiungersi al Non Ente, ecco che il Vangelo, nella forma del Cristo, discese nel mondo, pervadendo tutti i principati, le dominazioni, le potenze e i nomi di tutte le cose. Come un fuoco che arde ed illumina dal figlio del Demiurgo giunse la narrazione al Demiurgo, che scoprì quindi di non essere il Dio Unico che aveva proferito a Mosè: «Ego Deus Abraham et Isaac et Jacob et nomen Dei non indicavi bis». Ecco quindi che la funzione redentrice del Cristo è quella di insegnare i misteri oltre la Soglia Terrena. La Gnosi discende dall'alto verso il basso, per permettere così, a coloro che la sapranno accogliere, l'ascesa dal basso verso l'alto. Conoscenza che nello gnosticismo assume forma e veicolo di salvezza: forma in quanto l’uomo di conoscenza è difforme antropologicamente e veicolo in quanto grazie ad essa può ricongiungersi alla Casa del Padre. Momento necessario ed indispensabile è la redenzione; la comprensione dell’errore attorno alla vera natura delle cose. 

Basilide quindi postula un movimento salvifico dall’alto verso il basso, e successivamente di reintegrazione dal basso verso l’alto. Tale dinamismo spirituale avrà termine solamente quando tutte le scintille saranno ricongiunte al Padre oltre la Soglia, e il mondo semplicemente terminerà di essere in quanto non più animato dal pneuma.

4. I due Sistemi e una possibile spiegazione

Quanto sopra indicato nei precedenti paragrafi è la narrazione del sistema basilidiano da parte degli eresiologi Ireneo ed Ippolito. Indubbiamente ci troviamo innanzi a due sistemi difficilmente compatibili. Abbiamo visto Ireneo che mostra un Basilide dualista e docetista, mentre Ippolito tratteggia un Basilide quasi Panteista.

È utile indicare che tali contraddizioni si riscontrano spesso leggendo gli attacchi dei padri della chiesa verso le cosiddette eresie. Ciò dipende sia dalla frammentazione delle fonti a loro disposizione e sia dalla veridicità delle loro asserzioni e del pubblico a cui erano rivolte.
Seppur riportati a grandi linee, lasciando ad altre fonti maggior dettaglio, questi sistemi sono fra loro difficilmente conciliabili, sia per quanto concerne il moto di emanazione, che quello di ricomposizione, oltre al rapporto che lega il Demiurgo o Dio degli Ebrei alla manifestazione.

Notiamo come il racconto di Ippolito sia più ampio e dettagliato di Ireneo, ad indicare che i due polemisti hanno attinto da fonti diversi. La ragionevole spiegazione a tali differenze è che in realtà i due padri della Chiesa narrano di due sistemi diversi afferenti l'uno a Basilide e l'altro ad un suo allievo di formazione aristotelica. Del resto caratteristica delle scuole gnostiche era che quando l’allievo raggiungeva la maestria, fondava una propria scuola disgiunta e difforme da quella in cui si era formato.

Ad essi si aggiunge Clemente Alessandrino, che cerca di tracciare la valenza etica del sistema di Basilide. Il quale ci riporta come per Basilide la fede, e il suo strumento la preghiera, erano fondamento della salvezza; ma la vera fede non era cieca sottomissione, ma anzi una rivelazione superiore insita in alcune anime e giunta loro prima dell'unione con il corpo fisico.

 È l'arrivo del Salvatore e della Narrazione che innesca questa forza latente, quasi dimenticata, e mette in moto il processo di salvezza. La fede e il peccato, secondo Basilide, sono insiti nell'uomo, e non sono dovuti tanto all'uso o all’abuso del libero arbitrio quanto piuttosto all’originale preesistenza frutto del movimento emanativo, che dalle sfere spirituali si è protratto fino a quelle grossolane.
I Padri della Chiesa narrano come i basilidiani fossero licenziosi nei costumi, depravati moralmente e scandalosi intellettualmente. 

Ciò in virtù della loro convinzione che sussisteva una preesistenza e persistenza della rivelazione redentrice in pochi, e che quindi essa fosse disgiunta da ogni condotta morale o socialmente accettabile. A prescindere da tale lettura, a mio avviso legata solamente alla polemica, è utile porre l’accento come la filosofia di Basilide s’inserisce a pieno titolo in un solco tradizionale attorno alla dialettica che lega l'Essere e il Non Essere, il reale e l'irreale e il dualismo che deriva dalla contrapposizione fra conoscenza e ignoranza. Temi questi che ritroviamo nelle filosofie orientali, e che dimostrano la fondamentale importanza dello gnosticismo. Il quale rappresenta uno scrigno filosofico, rituale e operativo ricco di gemme preziose per l’audace cultore.

Nessun commento:

Posta un commento