domenica 19 luglio 2015

Il "digital divide". Quando la barriera diventa un baratro

Massimo Mazzucco

Nei commenti sulla trasmissione di TGCOM24 qualcuno ha scritto: "Guardando questo video si ha l'impressione di un marziano (Massimo) che parla con una contadina del Medioevo... E' sempre più grande il baratro fra le persone che vogliono informarsi e i 'poveri'." Altri hanno fatto commenti simili, sottolineando la distanza abissale che separava i diversi punti di vista presenti nella trasmissione.

Stiamo parlando del digital divide, che significa "barriera digitale". Con questo termine si intende la linea ideale di demarcazione che separa le persone che accedono regolarmente all'informazione in rete (informazione "digitale", appunto) da quelle che non lo fanno.

Fin dagli esordi di Internet (anni '90) ha cominciato a notarsi questa forte differenza, nel momento in cui i "non-utenti" continuavano a ricevere informazioni da un unico punto di vista - quello istituzionale - mentre gli utenti della rete scoprivano che molte questioni importanti, come ad esempio la guerra del Kosovo, potevano anche essere viste dal lato opposto - quello del popolo serbo, in quel caso - cambiando completamente di colore.

Chi guardava la televisione, o leggeva la stampa mainstream, sentiva un'unica voce a reti unificate: "I ribelli serbi seminano il terrore nei villaggi albanesi, ammazzando donne e bambini senza pietà". Chi invece andava in rete scopriva, ad esempio, che "i ribelli serbi" erano stati addestrati, finanziati ed armati segretamente dagli americani. Dopodichè poteva trarre le sue conclusioni.

Il salto di qualità fu immediato, e fin dai primi anni di Internet si cominciò a sentire questo divario sempre maggiore fra gli informati e i non-informati ...


In realtà, la molteplicità dei punti di vista è solo il primo dei vantaggi offerti dalla rivoluzione di Internet: la vera differenza inizia a sentirsi quando l'utente utilizza questa molteplicità di angolazioni per costruire dei nuovi "oggetti di informazione", che prima non esistevano, su cui potrà basare i passi successivi della sua ricerca.

Facciamo un esempio. Se uno studia in rete la guerra del Kosovo, arriva probabilmente a capire che si è trattato di una operazione progettata ed orchestrata dalle nazioni occidentali per togliersi di mezzo una volta per tutte l'ostacolo della Serbia. Se poi questa persona studia, ad esempio, la recente "liberazione" della Libia, si accorge che le stesse nazioni occidentali hanno usato una tattica molto simile - scontri civili fomentati di nascosto, per giustificare un "intervento umanitario" - per togliere di mezzo un altro ostacolo decisamente fastidioso, il colonnello Gheddafi.

A quel punto il nostro navigatore fa uno più uno, e la prossima volta che sente parlare di "intervento umanitario" drizza le orecchie, e capisce in pochi secondi che cosa c'è veramente sotto.

In altre parole, l'analisi separata delle diverse situazioni storiche lo ha portato non solo a capire meglio ciascuna di esse, ma anche ad assimilare un nuovo concetto - quello delle false-flag operations - che prima non conosceva.

Nel frattempo chi guardava la TV è rimasto fermo al livello 1: del Kosovo ha sempre visto solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. Della Libia ha sempre visto solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. E della prossima operazione false flag vedrà probabilmente solo una facciata, quella mostrata dai media istituzionali. In questo modo non solo non riuscirà mai a capire il senso reale di ciascun evento singolo, ma non potrà nemmeno arrivare a collegarli l'uno con l'altro, perchè non sarà in grado di acquisire il nuovo concetto di false flag operation.

Chi invece ha imparato ad approfittare al meglio della rete procede sempre più agile e svelto, e sviluppa la sua conoscenza non solo allargandola in orizzontale, ma aggiungendo anche nuovi strati in senso verticale. E più sale - paradossalmente - più diventa facile acquisire nuove nozioni ed arrivare a nuove conclusioni.

Quello che inizialmente appariva come una semplice barriera di separazione fra due gruppi di persone, sta diventando un vero e proprio baratro che non solo non sarà mai più possibile colmare, ma nel quale vengono ormai le vertigini anche solo a guardare.

Resta però un problema: il mondo in cui viviamo "noi" è lo stesso mondo in cui vivono "loro". Non ce ne sono due, ce n'è uno solo. Che fare quindi?

6 commenti:

  1. Interessante articolo anche se un po' scontato, le domande che mi vengono spontanee sono, perché si crea il baratro? Non è sicuramente legato a questioni anagrafiche considerando il punto di vista dei miei coetanei e di persone molto più giovani di me e perennemente in internet. A mio avviso il baratro aimè non è dovuto alla rete e a chi ci accede e chi no, il baratro parte molto più "tradizionalmente" da scuole, famiglia, istituzioni, chiese, ecc. in un lavoro congiunto volto a far sì che le menti smettano di chiedersi il perché delle cose e che conseguenze (azione-reazione) portano gli avvenimenti che ci circondano. Vorrei poter pensare che la rete sia capace di rompere questo controllo mentale sulle popolazioni ma, aimè, ho paura che così non e' e che chi si pone delle domande ed e' curioso, resti una minoranza in diminuzione rispetto alla massa.

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  2. si ma bisogna stare attenti perche' esiste anche la disinformazione digitale e anche la sovrapposizione e sovraproduzione di informazioni contrastanti per rendere un'informazione veritiera un falso-vero , non so se mi sono spiegato , esistono veri e propri professionisti in questo campo . comunque meglio piu' informazione libera che una monoinformazione tv , basta saper muoversi in rete .

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  3. La disinformazione digitale è potente quanto l'"informazione" ufficiale, non ci sono dubbi..
    Ci permette però di allargare i nostri orizzonti, cosa mai successa finora nella storia (conosciuta) dell'umanità.
    Tutto il resto è buon senso, cuore e .. discernimento!

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  4. esatto buon senso nell'utilizzare qualsiasi mezzo di informazione anche digitale ,sono d'accordo con te catherine .

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  5. Personalmente non parlerei di "buon senso" anche perché a fatica riesco a capire cosa si intenda con tale definizione, chi definisce il Buon Senso?! Per i più, i 2/3 degli articoli di questo blog sarebbero contro il concetto di buon senso. Ritengo, al contrario, che il problema sia come noi ci poniamo nei confronti dell'informazione, è una scelta, se porci in forma passiva o attiva. Il predisporsi in forma attiva rispetto a qualsiasi fonte d'informazione, digitale e non, fa si che si debba metterla per prima cosa in discussione e, successivamente, di poter elaborare la propria interpretazione.

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    1. Esatto, ed è proprio questo che chiamerei il "buon senso" ^_^

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