martedì 6 gennaio 2015

Paititi Eldorado Akakor: il mito diviene realtà

Riccardo Magnani

Come spesso accade nel mondo della ricerca, una singola intuizione può essere la chiave per aprire porte di conoscenza inattese. Studiando approfonditamente Leonardo da Vinci come forse fino ad oggi nessuno studioso era riuscito a fare, è stata proprio una intuizione, una delle tante, a permettermi di realizzare la più inaspettata e per questo ancor più bella delle mie scoperte.

L’intuizione di cui parlo è legata all’importanza delle tre costellazioni che formano il triangolo estivo, ovvero Cigno, Lira e Aquila; in particolar modo è legata alla costellazione della Lira, unitamente al fatto che Leonardo giunse a Milano alla corte degli Sforza nel 1483 accompagnato dalla curiosa definizione di “eccellente suonatore di Lyra”.​

Spesso il confine che delimita sotto il profilo nominale la cronaca storica dal mito o dalla leggenda è la presenza o meno di elementi documentali di confronto reali e oggettivi. Succede così che scoprendo una partitura musicale del più grande genio della storia (Fig. 1) (la stessa musica è nascosta nell’Ultima Cena tra l’altro) e ritrovando una definizione di Cicerone nel De Republica ("E gli uomini che sanno imitare sulla lira il concerto dei cieli hanno ritrovato il cammino che adduce a questo regno sublime"), accade che si aprano inaspettatamente all’intuito umano porte di conoscenza altrimenti inaccessibili alla sua ragione ...


Fig. 1

Scriveva Lin Yu-t’ang: “Un buon viaggiatore è colui che non sa dove sta andando”.

Secondo quanto sostenuto in questa definizione, io devo essere un ottimo viaggiatore, visto che mi stupisco sempre di dove mi ritrovi quando apro gli occhi rapito dalle intuizioni che incessantemente guidano il mio incedere. Il luogo in cui mi sono risvegliato un pomeriggio del mese di settembre dello scorso anno, preparando una delle conferenze di presentazione dei due libri in cui annunciavo le mie scoperte in ambito leonardesco, però non me lo sarei mai e poi mai aspettato.

Fig. 2

Percorrendo l’ipotesi condivisa anche dall’amico Andrew Collins secondo la quale le tre piramidi di Giza replicherebbero l’allineamento non della cintura della costellazione di Orione, così come sostiene Robert Bauval, con il quale avevo appena fatto una conferenza in Toscana, bensì delle tre stelle della costellazione del Cigno, e verificando che proprio a tale costellazione si riferisce il Cartone di Sant’Anna di Leonardo, volli verificare qualche altro sito antico nell’intento di trovare ulteriori conferme al fatto che questa costellazione avesse una importanza particolare per i nostri antenati, attenti particolarmente agli accadimenti astronomici e alla precessione degli equinozi.

Decisi così di analizzare i siti di interesse archeologico la cui datazione è più controversa, tanto da mettere in discussione tutta l’impalcatura accademica fino ad oggi assunta, e in particolare le Linee di Nazca e la Porta del Sole di Tiwanaku (questa per un’ulteriore corrispondenza con Leonardo da Vinci, in realtà), ipotizzandole coeve ma di molto anteriori ad altri siti più moderni, come ad esempio Macchu Pichu e Cusco.

Quel pomeriggio di settembre, dunque, mi ritrovai a fare la più banale delle azioni: presi un’immagine del Perù da Google Earth e vi sovrapposi un’immagine del Triangolo Estivo, che vi ripropongo.

Fig. 3

Il triangolo estivo è un asterismo formato da 3 stelle molto brillanti che, nell'emisfero boreale, appaiono appena dopo il tramonto da giugno ai primi giorni di gennaio; le tre stelle sono Deneb, della costellazione del Cigno, Altair della costellazione dell’Aquila e Vega, della costellazione della Lira. In corrispondenza del triangolo estivo giace la Via Lattea, dove un gruppo di nebulose (Fenditura del Cigno) ne oscura la sua parte centrale e dove è riscontrata dagli scienziati una altissima concentrazione di energia. Molti dei siti archeologici più antichi si rivolgono a questo preciso riferimento astronomico, in effetti.

Per un ordine geometrico di distanze e proporzioni, mi venne naturale posizionare Deneb (Cigno) su Nazca e Altair (Aquila) su Tiwanaku; la restante stella che compone il triangolo, ovvero Vega, della costellazione della Lira, quella legata alla musica di Leonardo e narrata da Cicerone, identificava (e identifica tutt’ora) un preciso punto all’interno della foresta amazzonica peruviana.

Curiosamente, e forse non incidentalmente, questa stessa sovrapposizione fa sì che l’intera cordigliera delle Ande replichi in terra rispetto ai tre punti così identificati la Via Lattea, allo stesso modo in cui questa attraversa le tre stelle del triangolo estivo.

Fig. 4

I bambini sono curiosi, e a volte i ricercatori intuitivi lo sono ancor di più, soprattutto alla presenza di queste numerose coincidenze, quindi volli andare a vedere cosa si celava in quel punto della foresta che mi veniva suggerito dal raffronto intuitivo messo in atto, nascosto tra alberi rigogliosi che sfiorano il cielo e un terreno quasi inaccessibile.

Rimasi totalmente colpito e affascinato nel vedere sotto i miei occhi qualcosa che non sembrava a prima vista naturale, ovvero qualcosa che ricordava una Huaca, cioè quello che in termini quechua, l’antica lingua inca, è un luogo votato al culto: un innaturale sopralzo squadrato con iscritto al suo interno, seppur celato dalla fitta vegetazione, un altro manufatto squadrato ed uno forse circolare (forse un orologio solare, a ricordare quello del Sacsayhuamán di Cusco).

Fig. 5

A quel punto, mi venne spontaneo allargare il mio interesse a tutta quanta la zona circostante, colmandomi di incredulità per tutto quello che sempre più emergeva sotto i miei occhi, così diverso da quello che poteva essere scambiato per un semplice abbaglio o auto-condizionamento: un piazzale cerimoniale (Fig. 6), come tanti legati alla cultura pre-incaica peruviana, altri piazzali più piccoli, con scale di accesso laterali (Fig. 7), piramidi squadrate a gradoni, in numero di tre (Figg. 8 e 9), vagamente a ricordare la disposizione delle piramidi di Giza e il Cartone di Sant’Anna oggetto della mia iniziale intuizione e tanto simili a una analoga formazione che si trova in Cusco (Fig. 10) e naturalmente molto, moltissimo altro (Fig. 11) dislocato in un’area di almeno 800 km quadrati a nord e a sud del fiume Timpia.

Fig. 6

Fig. 7

Fig. 8

Fig. 9

Fig. 10

Fig. 11

Sotto i miei occhi, proprio là dove mi suggeriva di guardare quell’involontaria e intuitivamente casuale sovrapposizione tra il triangolo estivo e una mappa satellitare del Perù è apparsa una città, o meglio, quelli che apparentemente e con scarso margine di errore appaiono essere dei luoghi di culto di una antica città megalitica. Nulla a che vedere con le relativamente moderne cittadelle di Macchu Pichu e Choquequirao, o con i vari ritrovamenti sporadici lungo la Valle Sacra degli Inca o di Miraflores, per intenderci.
Il gioco a quel punto è stato semplice.

Le coordinate erano tracciate, e non si poteva più sbagliare: esiste solo una città, ritenuta leggendaria in quanto mai identificata, ipotizzata essere ubicata al confine tra Perù, Brasile e Bolivia: il mito della Ciudad Perdida (la Città Perduta), che da sempre ha affascinato e attirato i ricercatori di tutto il mondo, stimolato la fantasia non solo delle majors hollywoodiane, ma anche la letteratura, la fumettistica, la grafica dei video giochi e molto altro ancora.

Citando Platone, è proprio il caso di dire che "L'astronomia costringe l'anima a guardare verso l'alto e ci conduce da questo mondo a un altro."

Per la precisione dovrei parlare di più miti, al plurale. I miti in questione, infatti, sono quelli anticipati nel titolo di quest’opera, ovvero: Paititi, Eldorado e Akakor.
Il primo mito è legato alle radici storiche di un popolo antico, pre-incaico, arroccato per qualche motivo intuibile sulle Ande peruviane; il secondo mito è legato ai resoconti di chi quel popolo è andato a conquistarlo, violentandolo e spogliandolo della propria identità più profonda, ovvero i cardini della propria cultura millenaria: i Conquistadores spagnoli; il terzo mito è legato a qualcosa di più recente, ovvero il racconto di un giornalista freelance tedesco del canale televisivo ARD, Karl Brugger, che forse proprio a motivo di questo racconto perse la vita su una spiaggia brasiliana negli anni ’80 del secolo scorso.
Ebbene, tutti e tre questi miti leggendari in realtà rimandano proprio a quella città che si nascondeva sotto il fitto della vegetazione amazzonica, fintanto che l’intuizione non mi ha condotto a identificarla.


Akakor, il leggendario regno sotterraneo raccontato al giornalista tedesco Karl Brugger da un indigeno di sangue misto di nome Tatunca Nara (che ha ispirato un episodio della saga di Indiana Jones), viene collocato dal suo narratore tra Brasile e Perù, nelle profondità della selva amazzonica, presso le sorgenti del fiume Purus, uno degli affluenti del Rio delle Amazzoni.

Fig. 12


Per quanto attiene al mito dell’Eldorado, riportato in Occidente attraverso i racconti dei Conquistadores spagnoli e dei cronisti dell’epoca, fortunatamente le indicazioni erano e sono più vaghe e discordanti, così da non permettere fino ad oggi una sua identificazione precisa. Va però detto che tutti i racconti dei cronisti dell’epoca sono concordi nel descrivere questa leggendaria città come il luogo in cui gli Inca si ritirarono dinanzi alle truppe spagnole di Pizarro, portando con sé ori e preziosi, collocandola in una imprecisata area nella foresta amazzonica, a 10 giorni di cammino da Cusco in direzione Est. Questo, fortunatamente, è il motivo che fino ad oggi ha tenuto lontano i ricercatori da questa città leggendaria, portando tutti quanti a cercarla a Est di Cusco, nei pressi di Pantiacolla e dei petroglifi di Pusharo.
Per quanto invece attiene al mito di Paititi, non occorre qui ricordare cosa essa rappresenti in riferimento alla cultura pre-incaica e al suo leggendario creatore Inkarri; voglio invece porre l’attenzione su due ritrovamenti recenti, più utili alla breve trattazione con cui vi sto annunciando questa mia scoperta.

Il primo ritrovamento a cui mi riferisco è stato effettuato nel 2001 dall'archeologo italiano Mario Polia, che scoprì negli archivi dei Gesuiti a Roma il resoconto del missionario Andrea Lopez. In questo documento, risalente al 1600 circa, Lopez descrive una grande città ricca d'oro, argento e gioielli, situata in mezzo alla giungla tropicale nei pressi di una cascata e chiamata Paititi dai nativi; il secondo ritrovamento è invece quello fatto recentemente dalla studiosa italiana Laura Laurencich Minelli, che ha divulgato il libro Exul immeritus Blas Valera populo suo del gesuita Blas Valera, compresi due importanti disegni che vi sono contenuti risalenti al 1618. I disegni sono rappresentazioni stilizzate di un particolare della cordigliera dove, secondo il gesuita oriundo Blas Valera, sarebbe ubicata la cittadella del Paititi.

Questi due disegni sono a me cari perché, al pari del modo in cui Leonardo da Vinci ritrae la mia città nello sfondo della Gioconda, hanno la particolarità di presentare la cordigliera vista sia dal lato della selva che da quello della sierra (Figg. 13 e 14). Questi disegni, secondo gli studiosi, hanno aperto nuove ipotesi sulla reale ubicazione del Paititi, che come detto finora era sempre stata cercata ad est di Cusco, nella zona di Pantiacolla, dove sia le piramidi poi rivelatesi naturali e sia i petroglifi di Pusharo giustificavano forse agli esploratori un approfondimento d’ispezione.


Fig. 13


Quest’ultimo ritrovamento espressione della testimonianza di Blas Valera ci permette di apprezzare una somiglianza assai intrigante con la formazione di montagne posta esattamente al centro dell’area in cui ho individuato il ritrovamento annunciato, che sta esattamente tra il Rio Timpia e un suo emissario (Fig. 15), con un esplicito richiamo ai manufatti riportati in Figg. 4 e 6, tra gli altri.

E’ curioso notare che la visione del Paititi dal lato della selva (quindi direzione nord-sud, Fig. 13), infatti, presenta sia il piazzale cerimoniale (Fig. 6) e sia la potenziale Huaca del Sol (Fig. 4), mentre la visione dal lato della sierra (per questo marroncina, e quindi direzione sud-nord, Fig. 14) presenta in cima alla montagna l’avvoltoio (espressione della costellazione della Lira, tra l’altro) e una serie di figure al livello del fiume, probabilmente una serie di petroglifi simili a quelli di Pusharo.

Fig. 14

Appare dunque confortante, a conferma del fatto che con ottima approssimazione ci troviamo dinanzi alla Città Perduta, non solo il fatto che l’individuazione del sito sia determinata attraverso un preciso riferimento astronomico, molto importante per le antiche culture coeve a Tiwanaku e alle linee di Nazca, così come per altri insediamenti megalitici che esulano dalle datazioni moderne tipo Stonehenge in Inghilterra, Gobeki Tepe in Turchia o Carahunge in Armenia, ma è confortante anche il fatto che essa coincida con l’area in cui, dal punto di vista leggendario, questa città chiamata in svariati modi sia di fatto sempre stata idealmente ubicata.

Fig. 15

Chiaramente solo una seria e articolata campagna di scavi in loco potrà dare la certezza assoluta dell’effettivo ritrovamento, e per questo motivo, a questo punto, devo svelare che questa non è l’unica scoperta legata all’eccezionale ritrovamento che vi sto annunciando.

Per questo motivo, oggi, avrei voluto al mio fianco i rappresentanti del Ministero della Cultura, da me più volte sollecitati, e dell’Istituto Nazionale di Cultura peruviani, ma per quanto ora andrò a esporre non mi è possibile attendere oltre.

L’area in cui si trova questo mio ritrovamento è situata al confine con un’area che, in Perù, tutti ben conoscono come Lotto Camisea 88, interessata dalle contestatissime perforazioni per l’estrazione di gas naturale, che rischiano seriamente di compromettere il delicato equilibrio di uno degli ultimi ecosistemi incontaminati del nostro pianeta. A questo si aggiunga il fatto ancor più rilevante che sia l’area di concessione per l’estrazione del gas e sia la città ritrovata insistono sul territorio che da sempre appartiene ai nativi, ovvero la Riserva dei Nahua-Nanti, oggi interessata anche da una nuova concessione che porta un nome funesto, per quanto in passato ha comportato proprio per i nativi indiani della zona: l’area Fitzcarrald (Figg. 16, 17, 18, 19).

Fig. 16

Fig.17

Fig. 18

Fig. 19

In questa riserva, destinata dal governo peruviano ai nativi, esistono ancora oggi molte unità di incontattati, cui già da tempo alcune associazioni internazionali stanno volgendo la propria attenzione al fine di preservarli e garantire loro una sopravvivenza oggi gravemente minacciata dalle attività di sondaggio e estrazione di gas e petrolio e da tagliatori di legna alla ricerca del prezioso mogano.

Fig. 20


Molti accampamenti di questi incontattati sono stati da me identificati proprio all’interno del territorio su cui insistono le rovine oggetto di questa mia comunicazione, quasi avessero voluto mantenere saldo e alimentare un ideale cordone ombelicale con le radici etniche e culturali da cui discendono, senza mai abbandonarlo, come dimostra questa immagine (Fig. 20) raccolta a soli 4 km da quello che dovrebbe essere il piazzale cerimoniale dell’Inti Raymi (Fig. 6).

Di questi accampamenti ne ho individuati almeno una quindicina, tutti situati tra un edificio e l’altro, come parzialmente racconta l’immagine successiva. (Fig. 21).

Fig. 21


L’altissima posta in gioco è quindi comprensibilmente alta, e gli innumerevoli interessi coinvolti da questa mia scoperta e dal modo allargato con cui ho voluto darne conoscenza non dovrebbero lasciare nessun individuo abitante il nostro pianeta indifferente, poiché riguarda la storia di tutti noi, la terra che ci ospita e conseguentemente il nostro futuro. Non avrebbe avuto senso denunciare questo ritrovamento in altro modo, se non dando rilievo più all’oggetto ritrovato che non al prestigio del suo ritrovatore.

Diceva Oscar Wilde:
“Solo conoscendo il nostro passato possiamo conoscere il nostro futuro”.

Se vogliamo consegnare ai nostri figli un futuro migliore, dobbiamo preservare ciò che più di ogni altra cosa è legata al nostro passato e a quel patrimonio infinito di conoscenze che abbiamo sacrificato in nome di un progresso che forse si presenta tale nelle sue manifestazioni materiali, ma che in realtà è un regresso vero e proprio nel rapporto subordinato con cui l’uomo dovrebbe porgersi al cospetto della natura, se vuole preservare in salute lo straordinario pianeta che ci ospita.

Per questo motivo ho voluto interrompere i tempi di attesa, rispettando però quelle che erano le scadenze annunciate al Governo peruviano, affinché possano essere attivate da subito tutte le iniziative per mettere in sicurezza l’area innanzitutto, al fine di evitare che male intenzionati o cercatori di tesori senza scrupoli possano invadere e compromettere l’integrità della zona individuata, ma soprattutto possano costituire una pericolosa minaccia per gruppi di individui che, non avendo mai avuto contatti diretti con alcuna forma di realtà civilizzata, possano essere da queste gravemente compromessi.

Invoco inoltre l’intervento dell’Unesco, di cui la Riserva Nahua-Nanti è patrimonio prezioso, e l’ONU affinché una campagna di scavi venga condotta a livello intergovernativo e, poiché per decisione della Corte Suprema del 2003 il territorio interessato appartiene per legge ai nativi, venga ad essi concesso il massimo della tutela e dell’attenzione, affinchè cessino disboscamenti, sondaggi ed estrazione di gas naturali e petrolio e sia preservata immediatamente la zona da attività di esplorazione senza coordinamento, perché anche solo un raffreddore, per queste persone, può essere letale.

Spero altresì che a seguito di questo mio annuncio, si possa creare come detto un coordinamento intergovernativo, finanziato con sponsorizzazioni pubbliche e private, auspicando, come detto da subito, un intervento diretto del governo peruviano, affinchè l’area sia protetta dalla naturale curiosità di studiosi e cercatori di tesoro senza scrupoli, fintanto che non sia data l’opportunità, come per altri siti, di una visita organizzata e regolamentata.

Oggi ci troviamo dinanzi a quello che è probabilmente uno dei più antichi e incontaminati ritrovamenti archeologici della nostra storia, e preservandolo e rispettandolo come esso merita forse avremo fatto un grande, un grandissimo passo verso quella riconversione di uno stile di vita ormai insostenibile e che oggi si dimostra fallimentare nelle sue strutture portanti, anche e forse soprattutto attraverso le continue manifestazioni che la natura, per troppo tempo violentata e inascoltata, ogni giorno ci manifesta.

Per questo motivo, e solo per questo, ho deciso di dare a questo mio ritrovamento l’annuncio pubblico nella forma in cui lo state vedendo, affinché ad altri sia impedito penetrare in quella zona senza una completa e responsabile tutela del patrimonio e delle popolazioni interessate, e poter riconsegnare alla conoscenza una pagina importante della storia dell’uomo, in cui i cicli delle stagioni e il ritmo della vita era scandito senza eccezioni dall’unica legge realmente sovrana, la legge naturale:

“ La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” (Galileo Galilei)

Vorrei allora chiudere questa mia comunicazione con un invito, che al tempo stesso rappresenta un augurio per tutti noi e che spero divenga un motto per la direzione che in futuro governi e governati facciano propria; l’invito è la contrazione assoluta di uno dei più bei scritti mai consegnatici da quello che è ritenuto essere il Sommo Poeta, e ci ricorda cosa realmente scandisce le nostre stagioni:

“Nel mezzo del cammin di nostra vita … tornammo a riveder le stelle”

Solo allora avremo un futuro decoroso da consegnare ai nostri figli.

Fonte: www.paititi2013.com

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