martedì 24 gennaio 2012

L’Italia in recessione, Pallante: "Una opportunità per puntare alla decrescita felice"

Le previsioni del Fondo monetario internazionale non lasciano dubbi: la crisi economica colpirà duramente il nostro Paese per due anni. Quest’anno il Pil si ridurrà del 2,2% e l’anno prossimo dello 0,6%. Questi dati lasciano perciò intravedere un periodo molto difficile per milioni di italiani. Ma sarà davvero così? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Pallante, saggista e intellettuale fuori dai comuni schemi di pensiero, che nel 1988 con Mario Palazzetti e Tullio Regge è stato tra i fondatori del Comitato per l’uso razionale dell’energia (CURE) e nel 2007 ha fondato il Movimento per la Decrescita Felice di cui è leader.

Come può essere la decrescita felice? Non è una contraddizione? 
“No. Per decrescita noi intendiamo la riduzione della produzione e dello scambio di quelle merci che non hanno nessuna utilità o che addirittura creano danni e l’aumento della produzione e del consumo di beni che soddifano un bisogno reale ma che non passano attraverso la compravendita”.

I dati diffusi ieri dal Fondo monetario sulla recessione in Italia sono per lei una buona o una cattiva notizia? 
“Sono dati che non significano niente. Perché dico questo? Perché se la recessione dipendesse dal fatto che diminuisce la quantità di cibo che si butta, che è pari al 3% del Pil, allora sarebbe una buona notizia se viceversa dipendesse dalla riduzione della produzione e dell’acquisto di pannelli fotovoltaici allora mi preoccuperei. Bisogna perciò fare non una analisi quantitativa ma qualitativa dell’economia”...

Di solito però le fasi recessive portano ad una perdita di posti di lavoro perché le aziende licenziano. Questo non la preoccupa? 
“Prima di tutto bisogna sfatare il mito che la crescita crea posti di lavoro. Nessun dato economico conferma questo fatto. La crescita, a partire dal 1970, non ha mai creato occupazione. Perché? Perché le aziende per crescere ed essere competitive devono investire in tecnologie sempre più performanti che consentono a sempre meno persone di fare sempre più cose. Non è vero perciò che la crescita della produzione di merci comporti una crescita dell’occupazione ma al contrario comporta una crescita delle tecnologie che tagliano i posti di lavoro”. 

Se la crescita non crea occupazione, può farlo la decrescita? 
“Si la risposta è proprio la decrescita. Le faccio un semplice esempio. Se il risparmio energetico diventasse l’obiettivo principale della nostra politica industriale, partendo dal fatto che oggi mediamente abbiamo case che consumano il triplo delle peggiori case tedesche, si avrebbe in poco tempo un notevole risparmio nel costo della bolletta petrolifera che consentirebbe di finanziare l’occupazione in questo settore. Perciò dal risparmio, che apparentemente è una contrazione dei consumi, nascerebbero nuove opportunità di lavoro”. 

Bisogna quindi puntare sulla green economy?
“La green economy è un tentativo di far crescere l’economia utilizzando categorie merceologiche diverse da quelle attuali, noi vogliamo invece che l’economia decresca ovvero che diminuisca la produzione delle merci che non sono beni, che diminuisca il consumo energetico delle case, che non si butti più cibo, che i materiali contenuti negli oggetti dismessi vengano riutilizzati anziché essere smaltiti in discarica o negli inceneritori”.
La decrescita è un modello decisamente alternativo rispetto a quello esistente. Come si può realizzare? 
“E’ una rivoluzione culturale che implica un cambiamento profondo nel modo di pensare. Non è una cosa facile da fare. La crisi in corso può però accelerare il processo perché costringe le persone a rimettere in discussione stili di vita che consideravano immutabili. Come si può fare concretamente? Si può incominciare a creare dei piccoli nuclei di economia alternativa fondati sulla autosufficienza energetica, sulla sovranità alimentare e sulla produzione da parte delle aziende del territorio orientata ai bisogni effettivi della popolazione e non più alle necessità dei grandi gruppi internazionali. Se queste condizioni si realizzano allora è possibile capire che un altro modo di produrre, di vivere e di rapportarci con il territorio è possibile. Un modo di vivere più vantaggioso e conveniente della follia di dover dipendere dal petrolio, dal mercato mondiale, dallo spread, dall’andamento dei titoli in borsa”. 

Se un disoccupato le chiedesse cosa fare per trovare un nuovo lavoro, lei cosa risponderebbe? 
“Gli direi che basterebbe che ogni comune italiano non concedesse più licenze di abitabilità a case che consumano più delle peggiori case tedesche (7 litri di gasolio a metro quadro all’anno anziché i 20 attuali) per mettere automaticamente in moto una forte domanda di posti di lavoro”.

Però è sempre la politica che dovrebbe fare questo. Il singolo cosa può fare? 
“Può puntare sull’agricoltura ma a patto che non venda i propri prodotti nel circuito della grande distribuzione organizzata. Un piccolo agricoltore che vende direttamente ai consumatori organizzati nei gruppi di acquisto solidale può guadagnare quello che gli serve per vivere perché salta tutto il processo dell’intermediazione. Se l’obiettivo non è quello di creare lavori tanto per crearli, ma quello di creare lavori utili allora ci sono tante cose da fare nell’ottica, come detto prima, di aumentare l’autosufficienza energetica e alimentare delle comunità locali rispetto al mercato mondiale rilocalizzando l’economia ovvero riscoprendo attività tradizionali che sono state abbandonate”. 

La crisi in corso dove porterà l’Italia? 
“Siamo di fronte all'emergenza più grossa che il sistema capitalistico abbia mai affrontato da 250 anni a questa parte. Il treno è arrivato al capolinea. Si sta chiudendo un'epoca storica e quando questo succede ci sono due possibilità: il crollo come accaduto con l’impero romano e quindi lo scatenamento della violenza incontrollata e della miseria, oppure una evoluzione positiva verso una civiltà più evoluta come è avvenuto con il passaggio dal medioevo al rinascimento. Noi pensiamo che la decrescita possa essere la strada affinché l’uomo possa creare un nuovo rapporto con se stesso, con gli altri, con il lavoro e con i luoghi in cui vive. Un nuovo modo di stare al mondo”.

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