giovedì 27 agosto 2026

Lanci spaziali sotto accusa: inquinano l’atmosfera

 
 Che il lancio di un razzo nello spazio o in orbita fosse un'operazione molto inquinante non era in discussione, del resto non abbiamo mai cambiato la tecnologia chimica, la stessa degli anni '60, ma che potesse diventare un problema sentito per molti altri motivi, forse in molti non lo avevano ancora preso in considerazione. 

Si parla sempre più dei rifiuti orbitali, o detriti spaziali che dir si voglia, ma una nuova ricerca pubblicata il 20 febbraio accende i riflettori su ciò che accade tra 80 e 110 chilometri sopra la superficie terrestre, dove frammenti e residui dei razzi finiscono per disperdersi dopo il rientro.

Gli scienziati hanno preso come fenomeno di studio la scia lasciata da un vettore Falcon 9 di SpaceX che il 19 febbraio 2025 ha perso il controllo durante il rientro in atmosfera, dopo aver portato in orbita tra 20 e 22 satelliti Starlink....

Scia luminosa a forma di "medusa spaziale" prodotta dal lancio di un razzo Falcon 9 di SpaceX

Si è deciso di approfittare dell'episodio per tracciare e misurare in modo preciso i residui di una specifica disintegrazione spaziale nella cosiddetta regione prossima allo spazio. Si pensava che quest'area fosse quasi immune all’impatto diretto delle attività umane, ma l'episodio ha messo in luce che così non è. 

In questo caso parliamo di un evento talmente evidente da essere fotografato in diversi Paesi del Nord Europa.

Ecco perché la concentrazione dei materiali dispersi ha consentito osservazioni ad alta risoluzione e l’uso di modelli atmosferici per risalire, ad esempio, alla presenza di litio fino alla fonte originaria, dimostrando che al giorno d'oggi è possibile monitorare l’inquinamento dei razzi anche negli strati più alti dell’atmosfera, quelli che influenzano la stratosfera e i delicati equilibri dell’ozono.

Non si vuole ovviamente demonizzare le attività di SpaceX, anche perché un rapporto del 2024 della United Nations University ha già evidenziato come la crescita delle attività spaziali commerciali stia superando linee guida spesso volontarie e applicate in modo disomogeneo.


Sta emergendo l'assenza di un sistema di monitoraggio globale e delle regole condivise, che in passato potevano anche essere tollerabili, ma ora con l’aumento dei lanci tutto ciò potrebbe tradursi in un accumulo di sostanze potenzialmente tossiche nell’ambiente comune dell’atmosfera. 

Presto o tardi avremo satelliti per qualunque cosa, dalla connettività internet, a progetti avveniristici come quelli dei data center di Elon Musk, e magari gli stessi servizi saranno offerti da più aziende, amplificando conseguentemente il ritmo dei lanci orbitali. 

Diversi studi stimano che entro il 2040 potrebbero esserci fino a 60.000 satelliti in orbita, con rientri di vettori quasi quotidiani e la conseguente immissione di circa 10.000 tonnellate di ossido di alluminio all’anno negli strati superiori dell’atmosfera.


Le simulazioni indicano un possibile riscaldamento di circa 1,5 gradi Celsius in alcune zone dell’alta atmosfera, con effetti sui venti e sulla chimica dell’ozono. Si sta quindi facendo strada l'idea di una nuova forma di inquinamento atmosferico, immessa direttamente negli strati che regolano il clima del pianeta. Forse più pericolosa di quella che viviamo nella parti inferiori.

Le proiezioni dicono che nell’arco di cinque anni, la massa di materiale umano immessa nell’alta atmosfera dai rientri potrebbe raddoppiare. 

Eppure Il diritto internazionale, dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico alla Convenzione sulla responsabilità, prevede l’obbligo di evitare contaminazioni dannose, ma sembra non esserci una forma di controllo efficace, o quantomeno una strategia di riduzione dell'impatto a lungi termine. L’atmosfera superiore viene spesso percepita come qualcosa di lontano e poco impattante sulle nostre vite, ma il rischio è che i costi ambientali possano ricadere su tutti.




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