di Maurizio Rucco
Consentitemi, per iniziare, di dichiarare che io non sono un Gurdjieffiano. Ho avuto un esperienza ultradecennale con una scuola che affonda le sue radici nella stessa terra a cui anche Gurdjieff, molti decenni fa, attinse; quindi matrici comuni, ed in me, una densissima impressione di spiritualità, contemporaneamente morale e metafisica in questa terra comune, il Sufismo.
Il Maestro Sufi, trasmette una inequivocabile sensazione di "sapere" sul mondo spirituale, spesso unita ad una intelligenza e presenza di spirito sconcertanti.
Io ovviamente Mister G., non l'ho mai conosciuto essendo morto nel 1949, tuttavia mi sembra di cogliere nei suoi scritti, lo stesso afflato spirituale che può trasmettere un testo sacro, o il frequentare, ed io ho avuto siffatta fortuna, un uomo straordinario. Beninteso che questa e' una mia opinione personale, che so comunque essere condivisa da molti altri nel mondo.
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Una breve premessa ora, la reputo doverosa. Georges Gurdjieff nacque presumibilmente nel 1877 nella ex Russia meridionale; dopo aver viaggiato in lungo e in largo tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia Centrale raccoglie i frammenti sparsi delle antiche tradizioni di saggezza, la riordina e ne calibra i contenuti per i cervelli degli occidentali, insegnando e scrivendo libri.
Esistono libri scritti dai suoi allievi, qualcuno anche da lui approvato che meritano totale attenzione, ma fra le migliaia di pubblicazioni che seguono la scia della sua fama, nulla è più criptico, insolito, allegorico e iconoclasta del suo testo "I Racconti di Belzebù a suo Nipote"...
