giovedì 2 agosto 2018

Gli alimenti Radio-Zombie

di Maria Heibel, Paolo De Santis e Roberto Germano

Il nostro organismo è lentamente, ma inesorabilmente, indebolito e intossicato da un cibo sempre più lontano da quello naturale, includendo anche molto di quello etichettato come biologico. Siamo consapevoli di ciò che quotidianamente mangiamo? 

Noi umani siamo animali e, come tali, siamo organismi eterotrofi, non in grado cioè di sintetizzare, a partire dal mondo minerale, i nutrienti necessari alla nostra vita. Abbiamo quindi bisogno di alimenti che provengano da altri organismi viventi del regno vegetale e animale. 

All’inizio della sua storia evolutiva, l’Homo si nutriva principalmente di frutta, e occasionalmente di larve e molluschi, come fanno tuttora gli scimpanzé e i bonobo. 

L’aver appreso a nutrirsi delle carcasse lasciate dai predatori, e successivamente aver imparato a cacciare, gli ha permesso di alimentarsi anche quando c’era scarsità del suo cibo di elezione, e questo gli ha fornito un grande vantaggio competitivo sulle altre specie ...


Ma la scoperta che forse più di tutte gli ha permesso di dominare sulle altre specie animali è stata la cottura dei cibi, grazie alla quale ha potuto utilizzare nutrienti concentrati, quali i carboidrati complessi dei cereali, che sono assimilabili dall’organismo solo dopo cottura. 

Questa tecnica ha aumentato per l’Homo erectus la disponibilità di alimenti utili, riducendo quindi il tempo necessario a procurarsi il cibo. Inoltre, i carboidrati complessi presenti nei cereali forniscono un apporto calorico elevato che dura parecchie ore, e ciò gli ha consentito di dedicarsi a varie attività creative per una consistente parte del giorno. Si ritiene che proprio questo tempo libero guadagnato con la cottura degli alimenti sia stato alla base della forte crescita del suo cervello. (1) 

Tutto però lascia pensare che l’Homo sapiens del XXI secolo che abita nei paesi ricchi, non debba più la sua crescita intellettuale alla disponibilità di tempo dovuta al fatto di poter cuocere i cibi. Anzi, il fatto di essere dipendente da tecnologie che sono ormai divenute appendici del proprio corpo - si pensi all’uso dell’auto, del telefono, del computer e della TV - fa sì che spesso, in una buona percentuale di casi, oltre ai muscoli, anche il cervello sia lasciato in ozio durante il tempo libero.


L’importanza dei cibi crudi


Ma, anche nella preistoria, la cottura degli alimenti non esonerava affatto l’Homo erectus dal dover mangiare frutta e verdure crude. Il motivo di ciò risiede nel fatto che molti nutrienti essenziali, tra cui vitamine, enzimi vegetali e microorganismi (il microbiota umano), si trovano esclusivamente negli alimenti crudi. Sappiamo come questa necessità sia stata cruciale, e quante vittime abbia causato, nei lunghi viaggi per nave che seguirono alla scoperta dell’America.

Per quanto riguarda il microbiota umano, sappiamo anche che il suo ruolo è essenziale in molti processi metabolici, e che esso svolge una funzione fondamentale per il sistema immunitario dell’organismo. L’uomo di oggi ha forse il problema opposto rispetto all’Homo erectus: arriva spesso ad avere problemi di salute fisica, proprio perché mangia troppo cibo cotto e disattende spesso la necessità d’inserire nella sua dieta una buona percentuale di vegetali crudi.

Questo problema si somma al costante deterioramento della qualità degli alimenti, che ormai non risponde più alle esigenze fisiologiche del consumatore - spesso male informato e manipolato dai media - ma quasi esclusivamente agli interessi dei produttori e dei distributori. E il motivo di ciò è in gran parte dovuto alla mancanza di consapevolezza delle persone su un argomento cruciale che riguarda il loro quotidiano.

Da questa esigenza, deriva anche la necessità di sapere se le mele che compriamo dal fruttivendolo siano crude o meno - sì avete capito bene, non è uno scherzo, anche se per il momento è sperabile che almeno le mele prodotte in Italia non siano ancora travolte dall’ondata di orrori che stiamo per descrivere. I

l fatto sorprendente e inquietante è che molti degli alimenti che compriamo pensando che siano crudi, quindi con i loro nutrienti vivi, hanno invece subito un processo indicato eufemisticamente come “pastorizzazione a freddo”, ovvero l’irraggiamento degli alimenti con radiazioni ionizzanti.

Il risultato del quale è trasformare un alimento vivo in un alimento morto. In molti casi, è facile capire se il prodotto che abbiamo comprato è vivo o no, in altri casi i test da fare sono più complicati, e spesso non alla portata del consumatore medio.

Questo, secondo noi, è di per sé un fatto gravissimo, perché riguarda un tema importante come l’alimentazione, e perché pensiamo che le persone debbano essere informate e scegliere consapevolmente e liberamente quale cibo comprare. Ma, come vedremo più avanti, i problemi purtroppo non finiscono qui.


Le radiazioni nucleari sono entrate prepotentemente, ma in sordina, nel mercato alimentare 

Sapere se la banana che compriamo - e la banana è oggi uno degli alimenti più colpiti dalla “pastorizzazione a freddo” - è bollita o no è indubbiamente una questione importante ma, se si trattasse di un problema di semplice cottura in acqua, sappiamo anche che non esistono rischi visto che, come abbiamo detto, quello che cambia in un alimento cotto, rispetto allo stesso alimento crudo, sono le caratteristiche nutrizionali, senza altri possibili effetti dannosi.

Altro discorso sarebbe invece una cottura alla brace che, con le alte temperature, può produrre molecole ad alto rischio per la salute.

Nel caso della “pastorizzazione a freddo”, gli alimenti sono trattati con radiazioni elettromagnetiche ionizzanti, provenienti dagli isotopi radioattivi Cobalto 60 (radiazione gamma con un’energia di 1,3 MeV) (2) - di gran lunga il più usato - e Cesio 137 (radiazione gamma con un’energia di 0,66 MeV). Oppure con radiazione X di alta energia (10 MeV).

Un altro tipo di trattamento avviene con fasci di elettroni accelerati con energia di 5 MeV. Diciamo ora come avviene il processo, quali modifiche apporta ai prodotti trattati, e su quale normativa internazionale si basa questa vasta e inquietante operazione.


Una banana biologica Fairtrade al “giusto punto di maturazione” e uno spicchio d’aglio fotografato in dicembre, quando avrebbe dovuto essere in piena fase di germogliamento.

La parte centrale della banana sembra cotta e il germoglio dell’aglio è chiaramente morto. Il sapore della banana è poco gradevole, quasi di muffa. L’odore dell’aglio è decisamente ripugnante.
Dal Rapporto sui cibi irradiati dell’Istituto Superiore della Sanità: “[… omissis] … Per quanto riguarda i caratteri organolettici, si manifestano variazioni di colore, odore, sapore e consistenza dovute essenzialmente alle trasformazioni indotte dalle radiazioni sui costituenti dell’alimento. I raggi gamma provocano reazioni di ossidazione e riduzione, polimerizzazioni con liberazione di acido solfidrico e formazione di vari solfuri organici, probabilmente derivati dal glutatione, responsabili di odori sgradevoli. [… omissis] …”
Citato in: L’irraggiamento degli alimenti e la tutela dei consumatori

Gli alimenti sono portati presso una stazione di trattamento, posti su un nastro trasportatore, che passa all’interno di una camera opportunamente schermata, nella quale vengono irradiati ricevendo una dose di radiazione che dipende dal tipo di alimento, secondo quanto stabilito da minuziose norme, emesse dalla Codex Alimentarius Commission di cui parleremo più avanti. Le motivazioni, apertamente espresse per giustificare questo orribile procedimento, sono diverse per i diversi prodotti e riguardano la eliminazione di batteri per le carni, di uova d’insetto e larve per i prodotti secchi - come spezie, erbe aromatiche, cereali, legumi e frutta secca - e l’inibizione del germogliamento nei bulbi, nei tuberi e nei frutti freschi.

Anche se l’eliminazione di pericolosi parassiti e patogeni viene indicata come un grande beneficio per il consumatore, lo scopo centrale - apertamente dichiarato - per produttori e distributori è quello di prolungare la vita commercialmente utile del prodotto (indicata in inglese come shelf life). Poi ci sono naturalmente gli interessi della opulenta industria nucleare che con questi trattamenti può invadere un altro appetitoso settore civile, oltre a quello delle centrali a fissione, delle attrezzature mediche per radioterapia e degli impianti di “sicurezza” negli aeroporti.

E il business degli alimenti sembra essere grande, perché negli ultimi 10 anni sono nati nel mondo migliaia di nuovi impianti. Nell’ambito della normativa europea, che consente l’irraggiamento di 60 prodotti alimentari, ci risulta che l’Italia abbia autorizzato soltanto il trattamento anti-germogliamento per agli, cipolle e patate, oltre alla sterilizzazione per erbe aromatiche, spezie e condimenti vegetali essiccati.

Non ci aspetteremmo quindi di trovare nei negozi e nei supermercati frutta o fagioli secchi irradiati. E invece, non solo ne troviamo in grande quantità, perfino nei negozi che vendono esclusivamente alimenti biologici, ma essi sono sistematicamente venduti senza la etichettatura prescritta per legge, e quindi senza che chi compra possa liberamente scegliere fra un prodotto vivo e uno irradiato.

Ma non dobbiamo meravigliarci di trovare tanti alimenti irradiati dato che, anche ammettendo che i produttori italiani rispettino i limiti imposti sui prodotti nazionali, l’Italia importa ormai un’altissima percentuale di prodotti alimentari.

E la cosa più allarmante è che questo fenomeno è andato crescendo fortemente negli ultimi anni, in maniera nettamente visibile nel caso della frutta importata, e in maniera meno visibile, ma facilmente riscontrabile, nel caso di legumi secchi importati.

Le trasformazioni in un alimento irradiato e il principio di precauzione

È importante a questo punto cercare di capire quali sono le possibili trasformazioni che l’irraggiamento può apportare agli alimenti, in particolare a quelli vivi.

L’approccio “scientifico” alla questione è decisamente empirico e riduzionista e, guarda caso, attento agli interessi delle corporazioni del Big Food: si limita a controllare la dose di radiazione assorbita e i danni totali causati ai “nemici” che si vogliono distruggere, quali batteri, insetti ed embrioni vegetali, sui quali si è usata la stessa precisione e delicatezza che un bombardiere avrebbe su un obiettivo militare. È probabile che chi legge possa trovarsi d’accordo sul fatto che i “cattivi” batteri vadano comunque eliminati, e che si preoccupi principalmente degli effetti collaterali di questo bombardamento.

A questo punto, ci corre l’obbligo di spezzare una lancia a favore dei tanto vituperati e perseguitati batteri, per la lotta ai quali è stata addirittura creata la categoria farmacologica degli antibiotici.

L’organismo di una persona adulta sana è costituito da circa 30 mila miliardi di cellule, e contiene circa 40 mila miliardi di batteri3. Questi ultimi, costituiscono il microbiota umano, indispensabile alla vita dell’organismo, ogni squilibrio del quale arriva a causare gravi patologie.

Siamo ancora sicuri che i batteri siano così cattivi? 

L’idea, che il pensiero dominante ha installato nelle nostre menti, è che si debba dare la caccia al batterio, come il responsabile di quasi tutte le patologie, così come si deve combattere il terrorista islamico, responsabile dei mali del pianeta.

Il benessere non si raggiunge con la distruzione dei batteri, ma con il raggiungimento di una convivenza equilibrata fra le specie, e a questo equilibrio provvedono la corretta alimentazione e lo stesso organismo. 

Nel caso poi dell’irraggiamento finalizzato a ritardare il processo di maturazione nella frutta e di germogliamento nei bulbi, il fatto che le radiazioni rompano in modo innaturale e imprevedibile le macromolecole di un sistema biologico, interrompendo i processi biochimici in corso, è presentato come un fatto privo di conseguenze.

Ma la domanda è: si conoscono le conseguenze per la persona che si ciberà di quegli alimenti le cui molecole sono state macellate dalle radiazioni, producendo mostruosi cataboliti che, ammesso che esistano in natura, sono di certo molto rari, che probabilmente il sistema immunitario del malcapitato organismo non riconoscerà, e che sarà quindi costretto ad attaccare come corpi estranei?

Dove diavolo è finito il principio di precauzione?


Le istituzioni mondiali che vegliano 
sulla nostra salute


A questo punto, ci si chiede su quale normativa internazionale si basi tutta questa scellerata operazione.
La Codex Alimentarius Commission (CAC), creata nel 1963 da FAO e OMS allo scopo dichiarato “di proteggere la salute dei consumatori e assicurare la correttezza degli scambi internazionali di alimenti” ha oltre 20 comitati di esperti ed emette periodicamente rapporti in cui sono fissate e aggiornate le normative.

Ma tutto lascia intendere che la CAC (nomen omen!) si preoccupi molto più del business commerciale che della salute dei consumatori. Molto attenta a questioni irrilevanti - come si legge su Wikipedia - del tipo «i canoni che stabiliscono quando un pesce può portare l'etichetta ‘sardina’, o quanto burro di cacao deve essere presente nel cioccolato perché sia ‘vero’ cioccolato, o ancora quanta buccia può essere tollerata in una scatola di ‘pomodori pelati’ interi».

Invece, quando si tratta di applicare l’ovvio principio di precauzione su questioni cruciali, quale ad esempio la presenza di diserbanti e dei loro metaboliti negli alimenti, la CAC è sistematicamente ancorata alla visione mainstream, a sua volta ampiamente controllata dalle multinazionali degli alimenti.
Per esempio, non vengono presi in seria considerazione l’inquinamento da glifosato e quello da alluminio che, come è stato ampiamente dimostrato in esaurienti lavori scientifici (4), sono correlati direttamente a gravi malattie neuro degenerative che iniziano proprio con una grave disbiosi, cioè con una perdita dell’equilibrio del microbiota umano. Questa poca attenzione da parte della CAC è tanto più sospetta, a fronte di una dilagante pandemia di disbiosi umana e animale, testimoniata da un aumento vertiginoso di malattie come Candidosi, Celiachia, Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS), Morbo di Crohn, Morbo di Alzheimer, Autismo (5).

Inoltre, tutti questi dati epidemiologici risultano in perfetta correlazione con un mercato dei probiotici in crescita del 10% l’anno (6). Quindi siamo di fronte simultaneamente a: (1) patologie gravi imputabili ad alterazioni del microbiota intestinale; (2) presenza sempre più massiccia nell’ambiente e in agricoltura di sostanze tossiche che inducono la disbiosi intestinale; (3) forte crescita del mercato dei probiotici, come risposta - solo di una parte di consumatori e medici attenti e consapevoli – alle patologie di cui al punto (2).

Ci si aspetterebbe, da una commissione mondiale di esperti che dice di perseguire la salute dei consumatori, che si cominciassero a studiare queste correlazioni e a mettere in discussione l’uso di certe tecniche agricole e di trattamento degli alimenti. Invece, su questi punti, dalla CAC vengono solo rassicurazioni. Come abbiamo potuto vedere nella vicenda dell’autorizzazione in ambito europeo per l’uso del glifosato, tutto si è giocato sul dilemma “cancerogeno sì / cancerogeno no”, come se la parola cancerogeno avesse un significato scientificamente compiuto, e come se l’unico rischio concreto fosse il cancro, le malattie neuro degenerative essendo nella visione di Bruxelles problemi secondari (7)

Il possibile rischio di ingerire alimenti radioattivi


Ma, oltre a tutti i rischi citati e ampiamente sottovalutati dalla CAC, dobbiamo citarne un altro, forse remoto, ma ancora più grave e terrificante, sul quale la società civile dovrebbe chiedere alle autorità competenti che venga immediatamente aperta un’indagine e siano fatte tutte le necessarie verifiche. Parliamo di possibili reazioni di fissione nucleare negli alimenti trattati, impossibili da verificarsi come effetto degli irraggiamenti gamma, ma che potrebbero essere indotte dalla eventuale presenza, nella sorgente, di scorie radioattive che emettano neutroni ad alta energia. In questo caso, non si avrebbero solamente i danni - pur gravissimi e ancora tutti da studiare - a livello biochimico, ma si arriverebbe alla possibile trasmutazione o rottura di nuclei, con la formazione di radionuclidi, che noi ingeriremmo con gli alimenti. Anche se il fenomeno fosse di piccolissima entità, vanno tenuti presenti gli effetti letali derivanti dall’ingestione di quantità, anche infime, di isotopi radioattivi. Sappiamo che il Cobalto 60 è un radioisotopo artificiale, volutamente prodotto in speciali reattori dalla trasmutazione del Cobalto 59, ma sappiamo anche che piccole quantità di Co-60 si trovano nelle scorie dei reattori nucleari, come sottoprodotto non voluto dell’attivazione di isotopi del ferro. E non possiamo escludere che, con l’aumento del business delle sorgenti di Co-60, si possa tendere ad introdurre intenzionalmente del Co-59 in un grande reattore per la produzione di energia, al fine di avere una produzione a basso costo di questo radioisotopo. A questo punto, come essere sicuri a priori che un Co-60 così prodotto sia esente da scorie contenenti radionuclidi che emettono neutroni in grado di indurre una fissione nei nuclei dell’alimento? Anche se questa ipotesi può apparire eccessiva, non è affatto campata in aria, visto che a gestire questo traffico di impianti mortiferi sono delle multinazionali che, notoriamente, per aumentare il fatturato, praticano tutto il possibile, e spesso anche l’impossibile.

Quali speranze abbiamo?


Giunti a questo punto, a chi ci abbia pazientemente seguito fin qui sorge spontanea una domanda, peraltro ormai sistematicamente ricorrente: di fronte a questo ennesimo scenario disperante, che fare?
Se l’ambizione è quella di risolvere il problema alla fonte, allora forse non c’è molto da dire e da sperare. Si deve, anche per questo nuovo attacco contro la società civile, cominciare con tenacia una lotta dura e difficile ma sacrosanta, così come hanno fatto molti gruppi di cittadini coraggiosi per la TAV, il MUOS, gli OGM, i vaccini, i diserbanti.

Ma in questo caso, potremmo perseguire un primo obiettivo, efficace e molto meno ambizioso, usando quei residui di democrazia formale che ancora ci restano a disposizione - e che l’eventuale entrata di un TTIP domani ci toglierebbe – per chiedere che la normativa italiana di etichettare i prodotti irradiati sia rigorosamente rispettata. A quel punto, se riuscissimo a vedere soddisfatte le nostre richieste, certo non avremo fermato lo scempio sugli alimenti, ma potremmo almeno scegliere cosa mangiare e non mangiare.

E se, usando i media a nostra disposizione, saremo stati così bravi da dare il giusto risalto a questa azione, diffondendola viralmente, in modo da rendere consapevole la società civile su un problema così cruciale, allora potremo anche sperare che molti consumatori ci seguano e che il mercato degli alimenti radio-Zombie abbia una sostanziale caduta, che scoraggi gli artefici di questi orrori dal continuare il loro business. Sarebbe una vittoria della democrazia diretta e della ragione sulla barbarie che le multinazionali ci infliggono con l’appoggio dei nostri governanti compiacenti. E sarebbe, una volta tanto, una vittoria della mano invisibile del mercato buono - quello inusuale dei consumatori consapevoli – sul Washington Consensus. Così Adam Smith potrebbe, per una volta, riposare in pace nella sua tomba.

Note

1) “Metabolic constraint imposes tradeoff between body size and number of brain neurons in human evolution” pubblicato dalla National Academy of Sciences USA – http://www.pnas.org/content/109/45/18571 e ripreso in lingua italiana da Le Scienze – “L'evoluzione del cervello? Tutto merito della cottura” – http://www.lescienze.it/news/2012/10/24/news/ dimensioni_cervello_uomo_metabolismo_evoluzione-1325568/?refresh_ce

2) MeV sta per Mega-elettron-Volt ed è un’unità di misura dell’energia che si usa nelle reazioni su scala atomica e nucleare. La lunghezza d’onda di una radiazione elettromagnetica è tanto minore, quanto maggiore è la sua energia. Nel caso del Co-60 che emette un raggio gamma di 1,3 MeV la lunghezza d’onda è circa 1 pm, ovvero un miliardesimo di millimetro.

3) National Geographic Italia: “Quanti batteri abbiamo in corpo?” http://www.nationalgeographic.it/scienza/2016/01/15/news/ quante_cellule_ci_sono_nel_corpo_umano_-2928794/?refresh_ce

4) “Aluminum and Glyphosate Can Synergistically Induce Pineal Gland Pathology: Connection to Gut Dysbiosis and Neurological Disease”, Agricultural Sciences, 2015, 6, 42-70. Disponibile in inglese su: http://dx.doi.org/10.4236/as.2015.61005

5) A titolo di esempio, si veda un recente lavoro sul legame tra morbo di Alzheimer e disbiosi intestinale: “Role of gut microbiota and nutrients in amyloid formation and pathogenesis of Alzheimer disease” https://www.researchgate.net/publication/ 308179725_Role_of_gut_microbiota_and_nutrients_in_amyloid_formation_and_pathogenesis_of_Alzheimer_disease

6) “Probiotici tra clinica, mercato e sicurezza”, disponibile in pdf su www.sied.it/files/Probioticitraclinicamercatoesicurezza.pdf

7) C’è da dire, a parziale onore del nostro paese, che sull’irraggiamento degli alimenti il nostro Istituto Superiore di Sanità in un suo rapporto ha mosso molte critiche e posto molti interrogativi, ben descritti nell’articolo di Piero Nuciari “L’irraggiamento degli alimenti e la tutela dei consumatori” http://www.pieronuciari.it/wp/lirraggiamento-degli-alimenti-e-la-tutela-dei-consumatori/


Fonte: disinformazione.it

Irraggiamento degli alimenti e tutela dei consumatori


L’irradiazione è un trattamento fisico degli alimenti effettuato con radiazioni ionizzanti ad alta energia, in grado di inattivare gli enzimi degradativi presenti nell’alimento ritardandone il deterioramento e di inibire la moltiplicazione dei microrganismi.

Tale trattamento quando applicato con procedure corrette è ritenuto sicuro ed è previsto l’obbligo di etichettatura, per informare dell’avvenuto trattamento.

L’uso di questa tecnica in Europa è piuttosto limitato, sebbene autorizzato in molti Paesi membri, mentre risulta più ampio nei Paesi terzi.

Il trattamento è utilizzato:
- per ridurre la carica microbica nel prodotto alimentare e quindi ridurre i rischi sanitari associati con certi prodotti collegati alla presenza di microrganismi patogeni
- per prolungare la durata di conservazione dei prodotti
- per prevenire la germinazione di patate, agli e cipolle.

E’ bene evidenziare che il trattamento non deve essere utilizzato per sostituire misure di igiene preventive, ma piuttosto in alcuni casi come misura di decontaminazione, attuata con precise condizioni di utilizzo. 

La sua necessità tecnologica deve essere quindi giustificata (per es. da limiti inerenti il processo di produzione) e non presentare rischi per la salute del consumatore.

Il trattamento delle derrate alimentari è disciplinato dal Decreto Legislativo 30 gennaio 2001, n. 94 che attua le direttive comunitarie 1999/2/CE e 1999/3/CE.
La normativa copre gli aspetti generali della produzione, commercializzazione e importazione degli alimenti e loro ingredienti trattati con radiazioni ionizzanti, disciplinando anche aspetti tecnici relativi alle condizioni di trattamento, i prodotti ammessi, l’autorizzazione sanitaria agli Impianti di trattamento. Sono inoltre previste attività di controllo per identificare l’eventuale irradiazione dell’alimento e la corrispondente etichettatura e le sanzioni.

Il Ministero della salute comunica alla Commissione europea gli impianti autorizzati in Italia al trattamento di prodotti alimentari. Attualmente sul territorio nazionale esiste un solo impianto autorizzato in Emilia Romagna.

La Commissione europea aggiorna e pubblica periodicamente:
- l' Elenco degli impianti autorizzati per il trattamento degli alimenti e dei loro ingredienti con radiazioni ionizzanti negli Stati membri
- l’Elenco degli impianti riconosciuti per il trattamento degli alimenti con radiazioni ionizzanti nei Paesi terzi.

I prodotti attualmente ammessi al trattamento nella UE sono la categoria "erbe aromatiche essiccate, spezie e condimenti vegetali", ad una dose massima di 10 kGy. In via transitoria ciascuno Stato membro può mantenere i trattamenti precedentemente autorizzati per talune matrici, come riportato nell’ Elenco delle autorizzazioni degli Stati membri relative agli alimenti e ai loro ingredienti che possono essere trattati con radiazioni ionizzanti.

In Italia è previsto un uso come antigermoglio per patate, aglio e cipolla, mentre in altri Paesi (Francia, Belgio, Olanda, Regno Unito, Polonia e Repubblica ceca) esistono anche usi su frutta, ortaggi, cereali, carni di pollo, prodotti ittici, ecc.

Il prodotto trattato, anche qualora presente come ingrediente, deve riportare la dicitura "irradiato" o “trattato con radiazioni ionizzanti”, che deve figurare:
- sui contenitori o sulle confezioni;
- sui documenti che accompagnano i prodotti alimentari irradiati o che contengono ingredienti irradiati.

Fonte: www.pieronuciari.it

L'irradiazione fu utilizzata per la prima volta nel 1943, negli USA, per sterilizzare uno tra gli alimenti più diffusi nell'alimentazione degli americani: gli hamburger. 

In seguito si è estesa progressivamente ad altri paesi.

Il metodo consiste nell'utilizzo di raggi gamma, raggi X (milioni di volte più potenti di quelli usati a scopo medico) o fasci di elettroni direttamente sui cibi. In pratica, gli alimenti da irraggiare sono posti su un nastro trasportatore e fatti passare sotto un fascio di radiazioni sprigionate da cobalto 60 o da un generatore di elettroni.

7 commenti:

  1. SIAMO FORTISSIMI QUASI SUPERMAN
    Gli umani fin dalla nascita vengono sistematicamente avvelenati con il cibo, acqua, fluoro, scie, eccetera. Il contenuto di chimica anche inutile nei cibi lavorati, stanno alle analisi, è altissimo, carni e latticini con antibiotici e altro.
    L'alimentazione è in massima parte errata, cibo non della specie, cibo spazzatura e così via. Medicine tossiche che fanno molti danni. Metalli pesanti in particolare il dannosissimo mercurio.

    Stando a tutto quanto ho detto e all'accumulo dei veleni, gli umani dovrebbero schiantare molto in fretta, invece campano molto a lungo, alcuni hanno una pessima vecchiaia ma non tutti, un po' ovunque nonostante come tutti sono carici di tossine varie ci sono molti ultra ottantenni e ultra novantenni in buona salute.

    La natura ci ha costruiti proprio bene, suppongo che siete d'accordo.

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    1. Siamo fortissimi! Ahahah!
      Sono d'accordo sul fatto che non siamo male come ingegneria, anche se non ho termini di paragone e se, forse, non è stata soltanto la natura a progettarci.
      Sulla longevità stesso discorso, siamo apparentemente programmati geneticamente per non superare l'età media di 120 anni. Non dimentichiamo però che, sebbene si dica che nel passato si moriva giovane, in realtà tanti vivevano a lungo, e anche molto a lungo. Platone ad esempio morì a 80 anni, ma le medie si calcolano sulla base di tutta la popolazione e in tempi remoti si verificavano moltissime morti infantili, e quindi la media si abbassava molto.
      Temo che molte malattie ricorrenti oggi siano comunque dovute agli ambienti tossici in cui viviamo, al cibo tossico che ingeriamo etc. Il problema è che nelle popolazioni cosiddette civilizzate ci si ammala sempre più presto. Se a 40 anni non hai qualche patologia, con sfilza di medicinali da assumere ogni giorno (con conseguente ulteriore intossicazione..) persino i medici lo trovano strano! Viviamo a lungo si, ma ammalati.. ;)

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    2. Trovo che abbiate ragione entrambi.
      Vivendo in campagna cerco di mangiare solo le verdure e la frutta provenienti dal nostro orto ma so perfettamente che è tutto contaminato. Però credo anche come ho già scritto in precedenza, che la Natura sappia auto guarirsi e sono convinta di mangiare sicuramente alimenti più sani di chi li acquista al supermercato.
      Quando vivo in città vado rigorosamente al mercato rionale settimanale, da contadini che conosco da anni e che oltre a vendere prodotti di stagione coltivati da loro, raccolgono anche erbe selvatiche come faccio io.
      Non saranno esenti da inquinamento, ma sono di gran lunga migliori di roba irradiata e uccisa esposta negli scaffali dei supermercati.
      Al di là di tutto il mio essere vegana e il seguire le semplici "regole" consigliate da Valdo Vaccaro mi ha garantito una salute quasi di ferro, e soprattutto tanta pace e serenità inferiori e non è poco.
      Alla fine per come la vedo io è meglio lasciare questo mondo qualche anno prima ma lasciarlo in pace con se stessi e sapendo di non aver arricchito un sistema che prospera sulle nostre malattie e sul bisogno di medici e ospedali (anche se io sono convinta del contrario, ovvero più cibo sano, zero cibo spazzatura e zero medicine=vita lunga e felice)

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  2. Con un minimo di intelligenza e cultura,nel compesso,oggi abbiamo i mezzi per poter vivere di piu e meglio.Poi c'e' la questione se interessa o meno fare una vita di sacrifici e rinunce per campare in media 10 anni in piu...e su questo a ognuno la sua scelta...ovviamente mi riferisco alla "nostra parte di mondo" perche purtroppo esiste ancora chi questa scelta non la ha...

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  3. Qualcosa non torna nell'equazione della salute.
    Stile di vita sano, mangiare sano, attività fisica, viene detto essere la base della salute, peccato che ci sono anomalie che contraddicono questo.
    Il Dr. Shigeaki Hinohara, tesoro nazionale del Giappone, morto a 105 anni in perfetta salute visitava fino a pochi mesi prima, affermava che il segreto della salute e lunga vita non è nella dieta sensata, nello stile di vita bilanciato, nel dormire a sufficienza, affermava che l'energia non viene da queste cose ma dal sentirsi bene interiormente e che le regole salutistiche affaticano il corpo.

    E' ben noto che ci sono vegani perfetti che si ammalano, che hanno il cancro e altre malattie, questa è una anomalia.
    All'opposto le persone che vivono molto a lungo e in salute, non hanno cura dell'alimentazione mangiano come hanno sempre fatto, ci sono alcune zone della Terra con queste persone, una è in Sardegna.
    Per quello che può valere, abito in un piccolo comune di montagna ho indagato ed ho scoperto che gli ultra ottantenni e novantenni che sono sanissimi, non hanno cura di quello che mangiano ma sono attivi e sereni, uno di questi è morto all'improvviso a 103 anni in salute.
    Persone più giovani, compreso le mie conoscenze personali, che sono lamentose o negative ne hanno sempre una, si ammalano spesso, di solito di cancro.
    Pare che puoi fare quello che vuoi a livello di stile di vita ma se non elimini lo stress con la sua chimica dannosa associata non si campa a lungo e non si è in salute.
    Vaccaro che ho conosciuto personalmente e gli igienisti affermano che è l'acidosi la causa di tutte le malattie, l'epigenetica al contrario afferma che la causa di tutte le malattie è lo stress.
    Chi ha ragione?
    Se metti assieme tutti i pezzi è l'epigenetica nel giusto, pochi si rendono conto dei danni della chimica dello stress, ovviamente lo stile di vita sano aiuta molto, ma se non si è assolutamente neutri per i problemi compreso le sofferenze animali e ambientali in cambio si ha chimica dannosa e malattie.
    Non menefreghisti ma partecipativi della creazione.

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    1. Non ho voluto citare lo stress perché nell'articolo si parla del cibo e anche perché secondo me la mancanza di stress da sola senza attività fisica e senza cibo sano aiuta solo in parte.
      I centenari sardi mangiano carne è vero, ma i sardi in genere stanno abbastanza attenti a ciò che mangiano e raramente ho beccato sardi obesi in giro, e quei pochissimi lo sono diventati più per tutta la birra e l'acquavite che bevono che per ciò che mangiano. I sardi (non tutti, ovvio) sono fortissimi bevitori e fanno tranquillamente concorrenza a irlandesi e russi. La sola provincia di Nuoro ha un consumo pro capite di birra che è superiore al resto d'Italia.
      I centenari che ho conosciuto io ero mangiatori morigerati e non bevevano quasi, e poi non sono cresciuti a merendine e cornflakes come la generazione da fine anni '70 in poi, non hanno mai mangiato roba industriale ma maiale allevato da loro e alimentato a granturco e altre granaglie, e non si allarmavano per un morbillo o per un'influenza, andavano comunque a lavorare nei campi e si curavano in modo naturale. Era tutto molto meno inquinato anche, il che è tanto. Non c'erano le scie chimiche 60 anni fa...

      Per me e' tutto un insieme di cose che fa vivere bene e forse più a lungo, di sicuro il luogo in cui si vive, il supporto della famiglia, rapporti sereni con gli altri e positività di pensieri sono un enorme valore aggiunto.
      Hai ragione sulla questione sofferenze animali, all'inizio del mio veganismo ero talmente triste per i video che guardavo e i libri che leggevo che mi stavo ammalando, poi ho capito che questo non era in linea col percorso spirituale che stavo facendo e che una vegana morta non serve assolutamente alla causa.
      Ho compreso molte cose su questo pianeta da allora, e vivo molto meglio.

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    2. Hai perfettamente ragione, la salute è tutto un insieme, le singole cose deviano dal vedere il quadro più grande.

      Quello che dici che ti stavi ammalando per il tuo coinvolgimento emotivo per quelle povere bestiole lo capisco molto bene è una cosa di molti me compreso.
      Ci siamo passati in tanti, quello che conta è solo arrivare a capire, daltronde sei venuta al mondo per capire, dici giusto una vegana morta non serve a nulla.
      Purtroppo nel veganesimo (ovviamente anche ovunque) ci sono molti dogmatici, sono preda delle loro percezioni che diventano verità assolute impedendo di vedere altre realtà, l'ego prende il comando e diventa il sovrano della vita, vengo invitato a parlare in conferenze igieniste, io parlo un po' fuori dal coro, i convenuti sono tutti vegani o vegetariani, e l'ho notato praticamente sempre.

      L'autrice con altri due di questo articolo è una mia cara amica, oggi ci siamo parlati a lungo al telefono.
      Uno dei due era un vegano molto partecipe della sorte del pianeta e animali, ci stava fisicamente male ed è morto anzitempo.

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