mercoledì 25 ottobre 2017

Scienza e fake news, un problema vecchio più di un secolo

‘La scienza nell’era delle fake news’ è il titolo di un convegno del 20 ottobre scorso, ma nelle fake news la scienza c’è entrata da oltre un secolo.

Dopo il primo ‘festival’ del CICAP (che forse etimologicamente sarebbe stato più consono definire sagra) svoltosi tra il 29 settembre e il primo di ottobre, dedicato alla post-verità, con tanto di Francesco Gabbani, preso in prestito dal fratello maggiore, il festival di Sanremo, dopo gli ‘spettacoli’ di “Silvan e Raul Cremona e la Banda Osiris con Telmo Pievani e Federico Taddia”, con la riproposizione dell’opera teatrale “Il maschio inutile” (tra l’altro palesemente contraria alle politiche sulla parità di genere dell’UNAR – ndr) ecco che all’argomento post-verità viene dato nuovamente spazio sul portale dell’evoluzione:

“Più volte quella che stiamo vivendo è stata definita l’era della post-verità, una fase in cui i fatti oggettivi e accertati risultano meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli a emozioni e convinzioni personali.”

Così inizia l’articolo pubblicato su Pikaia il giorno 18 ottobre scorso per pubblicizzare un incontro sulle fake news e la scienza, ma le stesse domande su come fosse possibile che ‘appelli ed emozioni’ potessero avere la meglio su fatti oggettivi e accertati, se le ponevano illustri personaggi della scienza stessa oltre un secolo fa...


Tratto da “Inchiesta sul darwinismo”:

"La situazione, all’inizio del Novecento, era tale che nella Storia delle biologia di Erik Nordenskiöld leggiamo che i critici moderni si erano spesso chiesti come fosse potuto accadere che un’ipotesi come quella proposta da Darwin, basata su così «deboli fondamenta», avesse potuto conquistare in modo improvviso la maggior parte dell’opinione scientifica contemporanea.

L’autore proseguiva sostenendo che «i fattori che hanno determinato la vittoria del darwinismo rappresentavano un problema della più grande importanza, non solo nella storia della biologia, ma anche in quella della cultura in generale».

Di tenore simile furono anche le affermazioni del genetista William Bateson (1861-1926), il quale dichiarava inapplicabile nella realtà la teoria della trasformazione graduale e si “meravigliava” per l’abilità “forense”che aveva consentito di farla apparire accettabile, seppure per pochi anni. Ma un colpo ancora più forte era stato inferto dal co-fondatore della teoria stessa: Alfred Russel Wallace.

Se in un’ottica kuhniana la scienza normale tende a “sopprimere le novità” e a difendere i paradigmi nei manuali e nei testi di divulgazione, è interessante notare che la sconfessione della teoria da parte di uno dei due fondatori venne praticamente ignorata all’epoca e spesso del tutto dimenticata nei successivi manuali scolastici e divulgativi; eppure gli argomenti portati da Wallace erano scientifici e meritavano attenzione."


La teoria di Darwin era dunque un’ipotesi così infondata che attenendosi ai fatti ‘oggettivi e accertati’ non avrebbe dovuto fare molta strada, furono invece fattori costituiti da ‘emozioni e convinzioni personali’ a decretarne il successo e la diffusione. Se gli uomini di scienza avessero dato retta ad Erik Nordenskiöld adesso la lotta alle fake news sarebbe molto più credibile.

Ma senza fare un sano revisionismo storiografico della teoria darwiniana e del darwinismo ad essa collegato, ogni sforzo di indirizzare la pubblica opinione verso un’analisi oggettiva dei fatti anziché verso l’adesione a suggestioni e operazioni di propaganda, apparirà anch’essa irrimediabilmente un’ennesima operazione di propaganda.



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