domenica 24 ottobre 2021

L’esperimento di Rosenhan: quando i “sani di mente” vennero internati nei reparti di psichiatria

David Rosenhan è uno psicologo che insegna alla Stanford University quando nel 1973 decide di intraprendere uno degli esperimenti più rivoluzionari nella storia della sua disciplina.

L’obiettivo che Rosenhan voleva raggiungere era dimostrare non soltanto la fallacia delle diagnosi psichiatriche e l’inadeguatezza del metodo utilizzato per farle ma anche la pericolosità dell’etichettamento derivato dal ricevere una valutazione psichiatrica da parte delle istituzioni “competenti”.

Per questo selezionò otto volontari. Ognuno di loro dopo aver telefonato per prendere un appuntamento si presentò in una struttura ospedaliera lamentando di sentire delle voci nelle mente che gli dicevano “vuoto”, “cavo” e “inconsistente”. A parte questa bugia, un nome e una professione di fantasia, gli otto non diedero altre informazioni false.

Risposero ad ogni domanda sul proprio stato di salute, sulla propria famiglia, sulle proprie esperienze raccontando esclusivamente fatti ed emozioni reali. Fatti ed emozioni già esaminati da Rosenhan e ovviamente valutati come non patologici ...



Dopo i colloqui tutti i pazienti furono ricoverati. Sette vennero bollati come schizofrenici, uno come maniaco-depressivo.

E questo avvenne in ognuno dei dodici ospedali in cui si presentarono nonostante fossero state scelte strutture diverse per posizione geografica, storia e orientamento del reparto psichiatrico.

Nessuno dei partecipanti all’esperimento pensava che sarebbe stato ricoverato nel riparto di psichiatria insieme agli altri malati. Per questo tutti reagirono cercando di dimostrare la propria salute mentale per farsi dimettere il prima possibile.

Sebbene non dimostrassero alcun sintomo, si dimostrassero educati e collaborativi gli internati vennero trattenuti da 7 a 54 giorni e dovettero fingere di seguire le terapie prescritte.

Vennero tutti rilasciati con un foglio di via che affermava che la loro patologia era in remissione. Questo documento di fatto etichettava gli otto come malati mentali momentaneamente stabili ma passibili di ricadute. Insomma una volta che l’Istituzione psichiatrica aveva bollato un individuo non era possibile tornare indietro.

Quando Rosenhan rese pubblici i risultati dell’esperimento suscitò tanto clamore e incredulità che un altro ospedale volle sfidarlo chiedendogli di inviargli nei tre mesi seguenti dei finti pazienti.

Sui 193 individui che si presentarono nel reparto di psichiatria 41 vennero considerati impostori e 42 furono considerati sospetti.

Ebbene Rosenhan non aveva mandato nessuno.

Rosenhan con questo esperimento riuscì a dimostrare l’insufficienza degli strumenti di valutazione psichiatrici, il fardello dello stigma istituzionale e sociale che ogni individuo bollato come malato deve subire per tutto il resto della propria esistenza, e il ruolo che i pregiudizi hanno nel determinare le diagnosi in questo ambito.

Articolo già pubblicato in questo blog il 04/05/2017

Fonte: www.lefotochehannosegnatounepoca.it (oggi off line)

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