martedì 7 giugno 2016

Alla ricerca del Sigillo Reale

Il nostro sguardo ha perso acutezza: non siamo più in grado di capire gli antichi. 
(Gregorio di Tours, Historia Francorum)


(immagine: "Caino e Abele", Aniello Ciccone -1987)

Il presente studio è uno stralcio di una ricerca molto più ampia ed articolata: eventuali editori interessati a leggerla integralmente, possono contattarmi all’indirizzo di posta elettronica indicato a margine della pagina. Intendo ringraziare il mio amico Geko, dalla cui intuizione sul segno di Noè, ha avuto origine l’indagine. Le fonti saranno indicate in calce all'ultima parte.

Esiste una correlazione tra il marchio di Caino ed altri stigmi biblici e post-biblici? Quegli antichi marchi hanno “solo” un significato simbolico oppure sono da considerare segni visibili?

In primo luogo, occorre soffermarsi sugli eventi narrati in Genesi, 4. Adamo ed Eva generano Caino ed Abele. Il primo fu agricoltore, il secondogenito pastore. Passato del tempo, Caino offrì a Dio i frutti della terra, mentre Abele immolò per il Signore alcuni primogeniti del suo gregge ed il loro grasso. Poiché Dio mostrò di gradire l’offerta di Abele, ma non quella di Caino, quest’ultimo si sdegnò ed uccise il fratello. Venuto a sapere del fratricidio, Dio maledisse Caino, condannandolo ad errare fuggiasco sulla terra. Il bandito, però, promise YHWH, non sarebbe stato ucciso, grazie ad un accorgimento, un segno che Dio mise su Caino, affinché nessuno, consapevole dell’iniquità compiuta, essendosi imbattuto nel figlio degenere dei progenitori, lo uccidesse..

Tintoretto, Caino e Abele

Bisogna chiedersi in che cosa consisté il marchio di Caino: fu forse un tatuaggio? Fu, invece, un particolare anatomico, come un neo? Dovette essere comunque qualcosa di ben visibile sul volto o su un avambraccio affinché non fosse nascosto dagli abiti. Il fratricida forse ebbe una fisionomia che di per sé lo rendeva facilmente distinguibile? Nel Medioevo si riteneva avesse una barba biondo-rossiccia, che diventò simbolo di assassinio e di tradimento e fu usata nella raffigurazione di Giuda e degli Ebrei.

Il nome Caino significherebbe “possesso” oppure “fabbro”: qualora significasse “fabbro”, si potrebbe vedere un nesso con la barba rossiccia. Il rosso è il colore associato agli artigiani delle fucine, ovviamente perché esperti nel lavorare i metalli con il fuoco. Se ricordiamo che Caino figura anche nel Corano con il nome di Kabil, si è tentati di rapportarlo, per la somiglianza del nome, ai Cabiri, antichi dei non ellenici collegati alla fertilità e reputati protettori dei naviganti. Generalmente Efesto, il dio del fuoco e della metallurgia, appare come loro padre o come loro ascendente. Talvolta i Cabiri erano assimilati ai Telchini, esseri mitici abili nella metallurgia.

Lamec, figlio di Matusala, appartiene al lignaggio di Caino. Lamec “generò un figlio la cui carne era bianca come la neve e rossa come una rosa, i suoi capelli erano bianchi come la lana, i suoi occhi erano così belli che, quando li apriva, illuminava come un sole tutta la casa… Suo padre Lamec ebbe timore davanti a lui, fuggì ed andò da sua padre Matusala e gli disse: “Ho messo al mondo un bambino diverso dagli altri. Non è come gli altri uomini, ma rassomiglia ad un figlio degli angeli… Ed ora ti supplico, o padre, e ti prego di recarti dal nostro padre Enoch per conoscere la verità, giacché egli abita con gli angeli”. Quindi questo bambino descritto nel Libro di Enoch, testo non canonico, incute al padre un senso d’inquietudine: il turbamento è causato certamente dall’aspetto straordinario e dalla singolare bellezza. È evidente che anche questa creatura è “segnata” ed il bimbo dai capelli candidi è Noè, il patriarca il cui nome è associato al racconto del diluvio universale. In Genesi 8, 18-26, si narra di Noè che, dopo il diluvio, si dedicò alla viticoltura. Un giorno, essendosi ubriacato col vino, si assopì nudo all’interno della sua tenda. “Cam – dice la Bibbia -, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e corse fuori a dirlo ai suoi fratelli. Ma Sem e Iafet presero un mantello, se lo misero sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre; e poiché avevano la faccia volta indietro, non videro la nudità del loro padre. Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, apprese ciò che gli aveva fatto il figlio minore e disse: “ Maledetto sia Canaan! Sia per i suoi fratelli l’ultimo degli schiavi!”

Non si può escludere che il succinto testo biblico sia il risultato di una censura: forse Cam, insieme con la nudità del genitore, scorse un segno particolare che non avrebbe dovuto vedere, donde la maledizione della sua stirpe senza dubbio sproporzionata rispetto ad un atto disdicevole, ma non empio, un atto commesso per di più involontariamente.

Rembrandt, ‘‘Saul and David’’

Lo stigma per eccellenza dell’Antico e del Nuovo Testamento è comunque un altro ed è occultato nella parola “Messia”. Infatti, sebbene la stragrande maggioranza degli studiosi affermi che Messia deriva dall’ebraico “mashìach” (משיח) con il significato di "unto", reso in greco con Christòs (Χριστός), dallo stesso valore, l’insigne archeologo e semitista Mario Pincherle ha dimostrato che i traduttori sono incorsi in un grossolano errore, perché Messia vale “L’uomo che porta sul petto il sigillo regale”. Spiega Pincherle: “La parola MSA è formata da tre segni archetipici (lettere “madri”). MSA significa: “L’uomo che porta il sigillo reale”. Questa parola è stata letta in modo errato. È divenuta MSHA che significa “olio d’oliva”. Da questo errore nasce la parola “Cristo”.

A mio parere, l’espressione sopra riportata potrebbe avere una valenza letterale, ossia suggerire uno stigma sulla pelle, indicazione della natura speciale della persona che lo portava e forse tale segno era una sorta di carattere ereditario di tipo genetico, oppure un marchio che veniva impresso sul corpo di chi apparteneva alla dinastia dei re, dinastia consacrata da Dio e da Lui scelta per regnare sul “popolo eletto”. Ciò si addice alla mentalità incline alla concretezza degli antichi ebrei, alieni da speculazioni intellettuali troppo sottili.

“L’uomo che porta sul petto il sigillo reale” è dunque un re: il primo monarca degli Ebrei fu Saul (XI sec. a.C.), figlio di Qish, della tribù di Beniamino. Secondo la narrazione biblica, fu scelto dal sacerdote Samuele come sovrano degli Israeliti. In Samuele I, si legge: “Allora Samuele prese un vasetto d’olio e lo versò sul capo di Saul, poi lo baciò e gli disse:“Ecco, il Signore ti ha unto e consacrato capo d’Israele, suo popolo”.

Occorre anche rilevare che Saul apparteneva alla tribù di Beniamino, il cui nome dovrebbe significare “Figlio della mano destra”, ossia “occidentale”, forse ad indicare un’origine indoeuropea della tribù. Saul d’altronde è alto, forte e di bell’aspetto: la sua complessione ricorda quella di altri eroi israeliti, ma di tribù mescolatesi con elementi indogermanici o ariane, quale Sansone della tribù di Dan. Infatti, come rilevano alcuni storici tra cui il semitista Giovanni Garbini, alcune tribù d’Israele sono identificabili con popoli del mare, un complesso assai eterogeneo di popolazioni per lo più indoeuropee: Issacar adombra i Teucri, Dan i Danai. La parentela tra Ebrei e gruppi ariani, attestata da alcuni passi biblici e da antiche tradizioni, sembra altresì suffragata da acquisizioni storiche ed archeologiche.

Tali acquisizioni implicano un legame genetico e culturale antecedente a quello ipotizzato da Baigent, Leigh e Lincoln, nel loro famoso e discusso saggio: gli autori, infatti, sulla base di alcuni passi biblici e di qualche altro dato tradizionale, pensano che i superstiti della tribù di Beniamino, quasi sterminata dagli altri ebrei, dopo una sanguinaria guerra, per aver violato la moglie di un levita, migrarono nel Peloponneso dove si fusero con l’etnia della regione. Da questo incrocio sarebbero discesi i Franchi Sicambri che si gloriavano di possedere antenati giudei. È il caso di sfatare un luogo comune: la relazione tra Franchi ed Ebrei non è, come affermano quasi tutti, un’invenzione degli scrittori succitati, ma una leggenda alto-medievale, riportata dallo pseudo-Fredegario e da Gregorio, vescovo di Tours. I Franchi si vantavano di provenire da Noè che consideravano la sorgente della loro saggezza e di discendere dai re di Troia.

foto: i merovingi

Esiste pure nel dipartimento francese di Aube, la città di Troyes, la Traecae dei Galli. Il centro fu conquistato da Clodoveo nel 484 e fu sede, dal XII secolo, di una scuola talmudica dove insegnò il rabbino Rachi. Inoltre nel territorio fu fondata da San Bernardo, nel 1115, l’abbazia cistercense di Chiaravalle. San Bernardo fu il monaco che dettò la regola dei Templari, che adottarono come emblema una croce latina rossa sui campo bianco. Infine Troyes è la città di Chretien, il poeta autore del Perceval ou le conte de Graal, con cui principiò la saga letteraria del Santo Graal.

I monarchi franchi erano definiti “re incantatori” o “re taumaturghi”, giacché, grazie a qualche proprietà miracolosa del loro sangue, potevano guarire i malati con l’imposizione delle mani. Si raccontava poi che fossero chiaroveggenti e che potessero comunicare con gli animali come Salomone. Si favoleggiava pure di una collana magica, ma soprattutto di una voglia che li distingueva da tutti gli altri, a dimostrazione del loro sangue semidivino. Questo segno era situato sul cuore o tra le scapole e si diceva avesse la forma di una croce.

I Merovingi erano anche denominati i “re lungichiomati”, poiché, come Sansone nell’Antico Testamento e tutti i nazirei, ossia i consacrati a Dio, non passavano mai il rasoio sul capo: nei capelli, infatti, era concentrata la virtù del loro portentoso potere. I Merovingi si consideravano dunque dei Messia, dei re-sacerdoti: qui si inserisce il loro assai dubbio, ma non impossibile legame con Gesù, da cui avrebbero ricevuto i crismi che li resero, fra tutti i popoli germanici speciali a tal punto che furono i primi a convertirsi dal paganesimo al Cristianesimo niceno, invece che all’Arianesimo. Ne risultò un’alleanza con la Chiesa di Roma i cui vescovi forse erano consapevoli che i Merovingi erano una dinastia eccezionale. Su questo tema non mi dilungo, dato che è stato affrontato sia dai tre giornalisti succitati sia dai loro innumeri detrattori e da qualche epigono: intendo, però, esprimere la mia perplessità circa l’evenienza che la dinastia merovingia sia sopravvissuta sino ai nostri giorni. Penso che gli usurpatori Carolingi, anche se sposarono alcune principesse della dinastia deposta, ebbero tutto l’interesse a sterminare i rampolli dei loro predecessori che avrebbero potuto rivendicare il trono usurpato loro mediante la vile, spregevole intesa tra papa Zaccaria e Pipino III il Breve. Credo quindi che i Merovingi si estinsero, mentre presumo le attuali dinastie reali europee discendano dai Carolingi o da altre famiglie regnanti del Basso Medioevo.

Il discorso spazia anche verso gli aspetti genetici: la stirpe di Caino, la tribù di Beniamino, Gesù che si dice discendesse dal re David, i Merovingi erano come gli anelli di una stessa catena? In questa catena genetica l’anello mancante è costituito da Gesù, per parecchi motivi: poiché è un personaggio la cui storicità è dubbia, ma anche in quanto, non ostante le vantate ascendenze, non poteva discendere dalla famiglia di David quasi certamente estinta nel I sec. a.C., senza dimenticare che David apparteneva alla tribù di Giuda. 

Non è possibile in questa sede nemmeno sfiorare i termini del dibattito sulla figura di Cristo, dibattito che è un ginepraio: mi limito a ricordare che, a mio parere, i Messia erano due, uno politico (Giovanni? di Gamala) ed uno sacerdotale (Yeshua bar Abba). I fondatori del Cristianesimo, ossia Shaul-Paolo, i suoi collaboratori e continuatori, inventarono il personaggio di Cristo, fondendo i due Messia e creando un essere semidivino che, via via, assunse i caratteri di molti dèi pagani, che si sacrificavano per l’umanità e risorgevano dalla morte dopo tre giorni. 

Ora, prescindendo dalle fantasie paoline e posteriori, resta l’interrogativo se almeno uno dei due Messia, come attesta l’epiteto, avesse sulla pelle un segno distintivo e quindi un’ascendenza particolare o, se, come è più probabile, fossero stati riconosciuti da un gruppo di esseno-zeloti come gli attesi restauratori del Regno di David. A questo proposito la genealogia riportata nel Vangelo di Matteo, che comincia con Abramo per concludersi con Gesù, ha tutta l’aria di essere una frode pur di far discendere il Salvatore dal re David, come l’inverosimile nascita a Betlemme, solo perché Betlemme era il centro dove era nato il re israelita. Mal si concilia poi la genealogia regale elaborata da Matteo con quella sacerdotale riferita da Luca, sempre che non si ammetta che i Messia erano due. Infine entrambe sono assurde, non pertinenti ed inutili, se si ricorda che Giuseppe è il padre putativo del Redentore. Comunque stiano le cose, potrebbe anche essere che Giovanni di Gamala appartenesse ad una famiglia altolocata, ma la linea di sangue con David deve essere stimata, a mio parere, una millanteria.

(...) L’ipotesi di Zaitsev (vedi Zret, Una e mille ipotesi su Gesù) si fonda su una serie di considerazioni che possono essere in parte condivise o anche rigettate: alcune mi paiono degne di nota. Zaitsev afferma: “Gesù non parlava la lingua degli uomini che erano attorno a lui, ma una specie di ebraico antico, imparato come da uno straniero che non abbia avuto accesso che a materiale di studio ormai non più usato”. Lo studioso russo asserisce anche che negli antichi testi monastici poté leggere: “Gesù aveva l’abitudine di portare sul petto un piccolo astuccio, sospeso ad una striscia di cuoio passata attorno al collo.” La conoscenza della lingua ebraica in una variante arcaica ricorda l’idioma antiquato parlato da Madonne ritenute aliene da alcuni ufologi; l’astuccio di cui si farebbe menzione nei testi monastici, se non si tratta, come è verosimile, di un fodero contenente un rotolo con passi della Torah, potrebbe anche essere, nel caso di una traduzione errata, uno stigma? Purtroppo, poiché non è possibile stabilire se quella fonte esista né se il passo in questione sia stato traslato correttamente da Zaitsev, si rimane nel campo delle mere speculazioni.

Esaù, figlio primogenito di Isacco e fratello di Giacobbe-Israele, era rosso. D’altronde il suo soprannome Edom (rosso) si può collegare al nome Adam, che significa “modellato con l’argilla rossastra, rosso e sangue”. Il rutilismo presso gli Ebrei è un tema che dovrebbe essere approfondito e collocato nella corretta prospettiva xenologica. L’indagine andrebbe poi estesa ai fattori genetici per stabilire se esiste una qualche correlazione tra persone con il gruppo sanguigno con il fattore Rh negativo e visitatori. Tale rapporto è stato ipotizzato anche a partire dalla constatazione che, in base a tale fattore, la popolazione umana si divide in due gruppi: Rh-positivi, in cui è presente, e Rh-negativi, in cui è assente.

Recentemente su tale tema, che potrebbe avere dei risvolti esobiologici, ha fatto il punto della situazione una rivista, in un articolo i cui estensori osservano che il fattore Rh negativo non è solo d’interesse per la genetica: ispira, infatti, le teorie più audaci sulla discendenza stellare di alcune popolazioni. 

Ci si trova, però, di fronte ad un’antinomia: da un lato il fattore Rh negativo è più frequente tra gruppi etnici emarginati ed oppressi, come i Baschi ed i Gaelici (Irlandesi, Scozzesi, Gallesi, Bretoni…), dall’altro Icke lo associa ad una genia ariano-rettile e correnti neo-naziste sostengono che gli Rh negativi sono la “razza pura”, gli Ariani, discendenti degli Atlantidei o di un popolo delle stelle.

Come si è visto, da alcune fonti pare affiorare un punto in cui convergono tradizioni, a prima vista disparate e lontane tra loro sia nel tempo sia nello spazio: il marchio di Caino dovrebbe essere una croce celtica, con i bracci di eguale lunghezza che oltrepassano un cerchio. Essa è simbolo cosmico, solare, dell’equilibrio dei quattro elementi, ma, come spesso avviene, gli emblemi sono bivalenti e polivalenti: allora la croce adombra pure significati negativi. Secondo Sitchin, essa allude a Nibiru, il pianeta dell’incrocio, mentre Icke ne mette in evidenza i poliedrici valori, in ordine alla lingua segreta di antiche popolazioni, un codice trasmesso, attraverso il tempo, a sette, chiese, logge, confraternite che operano anche nel mondo contemporaneo, ma dietro le quinte.

È stato notato che i Grigi ed altri intrusi tendono a sequestrare soggetti con il fattore Rh negativo. Da che cosa può dipendere questa singolare predilezione? Esiste una maggiore compatibilità ematica e genetica tra questi rapiti e gli alieni? Tale compatibilità dipende da una comune, anche se lontana, origine? La traccia di tale comune genesi è nel sangue, ma anche in un segno sulla pelle? Il chimico e ricercatore Corrado Malanga, studiando molti casi di abduction, ha pure indugiato sulle cicatrici, in cui si imbatté per la prima volta studiando il caso di Valerio Lonzi. Nell’estate del 1982 Valerio Lonzi, ragazzo genovese allora quindicenne, fu vittima di un rapimento, il cui lascito è costituito da tre cicatrici, come dei fili sottili rossi orizzontali collocati in fondo alla schiena, lunghi circa 15 centimetri e ben distanziati. Per il medico quei segni erano cicatrici dovute a sutura. Le cicatrici di altri rapiti spesso sono circolari e non molto dissimili dal presunto marchio di Caino.

Certo, ci si trova con i rapiti di fronte ad un’inversione di “segno”: essi non sono dei prescelti, a differenza dei re giudei e dei Merovingi, ma delle vittime, oggetto delle attenzioni di intrusi che perseguono fini di ibridazione, forse per preservare una razza sterile o debole sotto il profilo genetico. Forse gli ufonauti intendono impadronirsi di qualcosa che certi uomini possiedono ed altri no, come suggerisce Malanga.

Resta, infine, da stabilire se anche i “prescelti” dell’antichità non siano stati degli ambasciatori, più o meno consapevoli, di una civiltà extraterrestre che per infiltrarsi tra le classi dirigenti, in modo dissimulato e graduale, manipolò ed indottrinò ierofanti, maghi e sovrani.
Le interferenze aliene sono un fenomeno soltanto recente?

Fonti:
AA.VV., I figli degli dei, in Area 51, giugno 2006
M. Baigent, R. Leigh, H. Lincoln, Il santo Graal, Milano, 1982
F. Barbiero, La Bibbia senza segreti, Milano, 1998
L. L. Cavalli-Sforza, Geni, popoli, lingue, Milano, 1996
J. De Galibier, I Celti, Aosta, 1998
D. Donnini, Nuove ipotesi su Gesù, Diegaro di Cesena, 1994
A. Faber Kaiser, Gesù visse e morì in Cascemir: la tomba di Gesù a Srinagar?
C. Fabre-Vassas, La bete singulaire, Paris, 1994
G. Garbini, I Filistei, Milano, 1997
D. Icke, Il segreto più nascosto, Diegaro di Cesena, 2001
C. Malanga, Alien cicatrix, 2005
Id., Gli UFO nella mente, Milano, 1998
A.S. Mercatante, Dizionario universale dei miti e delle leggende, Roma, 2001
Pensatore, Hydra tripudians
M. Pincherle, Il Gesù proibito 2000 anni di paganesimo cristiano, Diegaro di Cesena, 1997
J. Renan, Vita di Gesù, Milano, 1992
Z. Sitchin, Il pianeta degli dei, Casale Monferrato, 1998
G. Tranfo, Studi pubblicati su www.yeshua.it
G. Vinci, Omero nel Baltico, Roma, 1995 e 1998


Fonte: zret.blogspot.it

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