sabato 24 ottobre 2015

Quando la dipendenza dall'effimero si antepone ai bisogni primari

Gianni Tirelli

Il pane è cibo primordiale. E’ il nutrimento per eccellenza e vita esso stesso. Il suo significato non si può limitare al solo valore alimentare, ma va ben oltre, toccando tutti i momenti più importanti della vita dell’individuo e della comunità, fino a diventare simbolo di fede o mezzo magico, per evocare i fantasmi e le paure, l’angoscia e la solitudine dell’umanità. E solo mangiandolo l’uomo può lenire la propria sofferenza!

Il famoso detto “pane al pane e vino al vino” è un’ espressione con la quale si vuole evidenziare il lodevole comportamento di chi, in ogni circostanza, sa esprimere, con franchezza e senza timori reverenziali verso qualcuno, il proprio parere positivo o negativo.

“Pane al pane e vino al vino”, sono parole fondamentali, dotate di una potente carica semantica, utilizzate come metafore e figure letterarie, come modelli delle verità più immediate, dei significati più profondi e più elementari. Per il fatto di essere tra i più antichi segni umani della terra, il pane e il vino diventano simboli della nostra stessa identità.” Così, il prof. Cusumano ha spiegato come questi frutti di una storia e di una cultura millenaria siano congiunti alla radice sia sul piano alimentare che su quello linguistico e ha riportato ampie e interessanti esemplificazioni documentate nella letteratura orale e popolare e nei riti e negli usi tradizionali.

Per tutto questo, diciamo ancora «pane al pane e vino al vino», per chiamare le cose con il loro nome, per restituire, in un tempo difficile e confuso, significato e valore alle parole, per ritrovare il senso vero e profondo della realtà che rischiamo di perdere, abbagliati dallo sfavillio dell’effimero che oggi abita le nostre vite ..


Il cibo, come il sesso e poche altre cose, sono in grado di procurarci quell’innocuo e rigenerante “piacere” che ci pone nella posizione, un gradino più in alto, nella scalata che tentiamo di compiere per il raggiungimento della felicità. Ma oggi il cibo e il sesso, come ogni altra cosa, che siano emozioni, aspirazioni, atmosfere o passioni, verità o bellezza, giustizia o libertà, non sono che orpelli – gli elementi dissonanti e caricaturali - di una società che ha trasfigurato la sua originaria vocazione, in una messinscena carnevalesca, volgare, deprimente e chiassosa...

Quale stupido può ancora credere che sia la fame di pane a ricompattare le masse occidentali consumisti e accendere rivolte e sommosse contro il Sistema Bestia che, giorno dopo giorno, a vampirizzato le nostre vite e oscurato il futuro dei nostri figli? Non è forse più plausibile e drammaticamente reale, pensare (visto il livello di omologazione e di dipendenza), che l’inevitabile e imminente ribellione sociale sarà scandita al grido di “prendeteci tutto – ma non il cellulare, ridateci le fabbriche – non fateci zappare”?.

Oggi tutto è anacronistico, fuori luogo, equiparabile e relativizzabile. Per tanto, il pane ed il vino della modernità (lontani dall’essere assunti a parametri di riferimento e di comparazione dei nostri bisogni essenziali), non hanno più valore di un abbonamento a Sky, di un derby calcistico, di una crema anti rughe, di una ricarica telefonica, di un reality, di un condizionatore o di un aperitivo al bar.

Ogni cosa che rotea in questo grottesco Luna Park delle illusioni (un paese dei balocchi progettato da Satana in persona), è l’esatto contrario di come dovrebbe essere. E così, il pane non è il pane e il vino, un intruglio chimico dagli effetti inquietanti. Ogni cosa è un’altra cosa, manipolata, filtrata e contraffatta dall’ingegnosa opera di multinazionali criminali, che per facilità di applicazione e mero profitto, hanno anteposto la forma al contenuto e la licenza alla libertà.

Niente oggi, ha più sapore, odore, calore e colore!! Tutto è piatto e neutro come il grafico delle nostre emozioni e della nostra conoscenza delle cose. Nessun atto d’amore è contemplato nel Mercato del Grande Malfattore, ma solo brama di ricchezza e di potere, volti alla soddisfazione di vizio e perversione.

La rabbia dei giovani, che presto esploderà in tutta la sua potenza e violenza, non sarà, dunque, relativa alla richiesta dei beni essenziali, ma degli effimeri. Un caso unico per eccezionalità nella storia dell’uomo ma un classico del relativismo, dove ogni cosa è lecita e, le attenuanti soggettive, vengono sdoganate come supremo atto di libertà.

Oggi nessuno sa zappare, seminare, raccogliere, accendere un fuoco, cacciare, riconoscere le piante e le loro proprietà. Nessuno sa interpretare i segnali provenienti dalla natura. L’uomo moderno è privo di ogni tipo di intraprendenza e non è assolutamente in grado di potersi adattare ad avvenimenti catastrofici di portata planetaria. Tutto quello che rimane, siamo certi che sia cultura? Certo che no!! Solo arido, meccanico apprendimento, fine a se stesso – pensieri geneticamente modificati (PGM) da un meccanismo di contraffazione e da un’opera di mistificazione che, in questo modo, li ha resi sterili e quindi improduttivi.

La vera cultura, all’opposto, è un manuale di sopravvivenza, pratica, morale e spirituale che, nell’ indipendenza, autonomia, e nell’autosufficienza, conforta le ragioni dell’esistere e della libertà di scelta.

Per tutti questi motivi, l’uomo monco di questo secolo nefasto, soccomberà, schiacciato dal peso della sua ottusità, ignoranza e stupidità, mettendo così fine alla sua apparizione sul pianeta terra.

“L’orto è una grande metafora della vita spirituale”, scrive Enzo Bianchi nel suo libro “Il pane di ieri”. E continua, “anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo.”

Fonte: cogitoergo.it





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