venerdì 19 aprile 2013

HIV - Le apparenze ingannano

La miriade di scienziati che lavorano quotidianamente sull’Hiv, così come le migliaia di articoli scientifici pubblicati sull’argomento, hanno portato la reale prova dell’esistenza del virus? La risposta è: no!

In effetti, se si dedica il tempo necessario (e ne serve davvero molto) per consultare la letteratura scientifica relativa al virus propriamente detto, si rimane sorpresi dal fatto che nessuna di queste ricerche sia mai riuscita a mettere direttamente in evidenza la presenza anche solo di una minima particella virale, e in particolar modo retrovirale, in un malato di Aids.

Tuttavia le tecniche necessarie a tal fine sono classiche e semplici e sono state messe a punto molto prima delle tecniche di biologia o di genetica molecolare. Queste tecniche comportano l’isolamento diretto a partire dal malato e l’infezione delle cellule coltivate in laboratorio che sono suscettibili di essere infettate da un particolare virus.

La concentrazione dei virus tramite centrifugazione ad alta velocità, l’eliminazione dei batteri e dei detriti cellulari tramite ultrafiltrazione, e l’osservazione diretta delle particelle virali al microscopio elettronico sono alla base della virologia classica e della dimostrazione dell’origine virale di numerose malattie.

Visti al microscopio elettronico, tutti i virus sono uno diverso dall’altro. Le loro differenti famiglie (vaiolo, herpes, influenza, polio, etc…) hanno tutte morfologie proprie e specifiche. La classificazione delle differenti famiglie di virus è infatti basata principalmente sulla morfologia delle particelle virali. Per contro, in una stessa famiglia di virus, le particelle virali hanno dimensioni e morfologia stabile e che quindi non lascia spazio ad alcun dubbio né ad alcuna confusione. Al microscopio elettronico è impossibile confondere un virus dell’herpes con quello del vaiolo, ad esempio.I retrovirus sono stati isolati, purificati e fotografati al microscopio elettronico con estrema facilità fin dagli anni 60. Com’è possibile, dunque, che tali prove non esistano per quanto concerne il presunto Hiv? ...

LA SCOPERTA DEL VIRUS

E’ un’équipe dell’Istituto Pasteur diretta da Luc Montagnier la prima ad aver annunciato la scoperta di un’attività virale, nel 1983, a partire da prelievi effettuati su un malato di Aids.L’anno successivo, l’équipe di Robert Gallo negli USA fece un annuncio simile. Si scoprirà in seguito che Gallo aveva utilizzato un campione di colture cellulari ricevute da Luc Montagnier mesi prima. Stranamente la stessa cosa è successa a Robin Weiss, il grande specialista dell’Aids britannico, che fu obbligato ad ammettere che anche lui aveva usato un campione delle colture cellulari di Montagnier. Possiamo quindi constatare che da una parte all’altra dell’Oceano, le tre équipe più specializzate sul tema, dopo più di due anni di ricerca, non sono riuscite ad annunciare nient’altro che una vaga supposizione a partire da colture cellulari derivanti da uno stesso paziente.
Attenendosi ai dati oggettivi, nessuna di queste équipe ha mai annunciato di aver isolato un nuovo virus causa dell’Aids.
Non esiste in tutta la letteratura mondiale un solo articolo che concluda che un tale retrovirus sia stato isolato e che questo sia la causa dell’Aids.

LA TRANSCRIPTASI INVERSA

Nel 1970, Howard-Martin Temin e David Baltimore annunciarono (contemporaneamente e indipendentemente) la scoperta di un nuovo enzima: la transcriptasi inversa. Gli verrà assegnato il premio Nobel per la medicina nel 1975 per questa scoperta.
Che cos’ha questo nuovo enzima di rivoluzionario?
Bisogna ricordare che il nucleo delle cellule contiene un messaggio genetico dell’individuo, un doppio filamento chiamato DNA (acido desossiribonucleico). Per poter fabbricare un tipo particolare di proteina, il DNA fa una copia di una delle sue numerose sequenze tramite un enzima: la transcriptasi. Questa copia, destinata ad effettuare la trasmissione del messaggio, è chimicamente differente. E’ infatti composta di RNA
(acido ribonucleico), una variante del DNA.
Il dogma scientifico iniziale riteneva che fosse possibile solo la trascrizione da DNA in RNA grazie all’azione della transcriptasi inversa. Ma tuttavia la transcriptasi inversa si rivelò capace di sintetizzare DNA a partire da un modello di RNA e questo capovolse l’ipotesi a senso unico imposta fino ad allora.
L’enzima che rendeva questo fenomeno possibile venne quindi chiamato “transcriptasi inversa”.
Senza aspettare i risultati di numerosi esperimenti di controllo che questa scoperta rivoluzionaria implicava, si iniziò a descrivere l’attività di questo enzima in alcuni campioni ipoteticamente purificati di virus associati a certi tipi di leucemia e cancro nei topi e nei polli.

Questa tipologia di virus venne ribattezzata con il nome di “retrovirus”.
Il problema principale è che Temin e Baltimore non verificarono mai la purezza dei campioni virali nei quali avevano identificato l’attività enzimatica in questione. Tuttavia, poco tempo dopo la loro pubblicazione del 1970, divenne evidente come la transcriptasi inversa fosse un fenomeno estremamente diffuso in biologia. Dal 1971 apparve chiaro che la transcriptasi inversa era comune a moltissime cellule animali e anche ai batteri.

Di conseguenza, si sarebbe reso necessario, prima di considerare tale enzima come un “marker retrovirale”, ripetere gli esperimenti di Temin e Baltimore al fine verificare il grado di purificazione nei campioni, al fine di escludere la presenza di detriti cellulari che potevano da soli spiegare la presenza di un’attività di transcriptasi inversa.

Questi controlli non sono mai stati effettuati e l’enzima è considerato da più di trent’anni come il marker principale dei retrovirus.

LA BANDA 1.16

Due metodi sono utilizzati con successo per purificare i virus, ovvero per isolarli dal resto della preparazione. Uno è basato sull’ultrafiltrazione, l’altro sull’ultracentrifugazione.
Il primo metodo consiste nel filtrare una preparazione in filtri di porosità estremamente fine, bloccando così le particelle al di sopra di una certa dimensione.
Il secondo metodo utilizza la centrifugazione a grande velocità che permette la sedimentazione del preparato in diversi gradienti che dipendono dalla densità degli elementi che li compongono.

Così come la densità dell’acqua pura è di un grammo per millilitro (o di un kilogrammo per litro), la banda di densità di sedimentazione in una soluzione di saccarosio dei retrovirus è di 1.16 grammi per millilitro.
Il problema di questo metodo dei gradienti di densità, ampiamente utilizzato nei laboratori di ricerca, è che i retrovirus non sono i soli ad occupare questa banda di 1,16g/ml. I detriti cellulari, come quelli che vengono chiamati “microvescicole”, sedimentano allo stesso livello nello stesso gradiente.
Identificare del materiale in questo gradiente non è dunque assolutamente sufficiente per proclamare l’isolamento di un retrovirus.
La necessità di controllare l’assenza di detriti cellulari tramite il microscopio elettronico è dunque una necessità assoluta, cosa che venne chiaramente sottolineata nel 1973 proprio all’Istituto Pasteur in occasione di una importante conferenza che si occupò esclusivamente dei metodi di purificazione dei retrovirus.


L’ISOLAMENTO DEL VIRUS

Nell’articolo storico pubblicato nel 1983 da Françoise Barré-Sinoussi, Jean-Cluade Chermann, Luc
Montagnier e i loro collaboratori (“Isolation of a T-lymphotropic retrovirus from a patient at risk for acquired immune deficiency syndrome [AIDS]”- Science, volume 220 del 20 maggio 1983, pagg. 868-871), in cui venne annunciato l’isolamento di un retrovirus, l’identificazione dell’attività enzimatica della transcriptasi inversa in una frazione che sedimentava a 1,16g/ml fu proprio la chiave di dimostrazione della presenza di un retrovirus. Ma ormai è ben noto che la transcriptasi inversa non è un marker specifico dei retrovirus così come è ben noto da molto tempo che le frazioni di 1,16g/ml contengono un’abbondanza di detriti cellulari che spiega da sola la presenza di tale attività enzimatica. 
In questo articolo storico è anche presente un’immagine eseguita con il microscopio elettronico che mostra dei retrovirus sulla superficie di un linfocita.
L’immagine è stata interpretata come la prova dell’infezione delle cellule della coltura estratta originariamente da un paziente.

Ma ciò che questo articolo omette di considerare è che le colture sono state mescolate con dei linfociti provenienti da sangue di cordone ombelicale e che la placenta umana è nota da anni per essere un tessuto incredibilmente ricco di retrovirus endogeni (prodotti dalle cellule).

In breve, l’articolo considerato dal mondo intero come la referenza scientifica di base sull’isolamento dell’Hiv, ha le sue fondamenta su tre errori metodologici:
1. Non aver verificato la presenza di detriti cellulari nei campioni analizzati.
2. Avere ignorato l’attività enzimatica di questi stessi detriti cellulari.
3. Aver ignorato la presenza di retrovirus endogeni nelle cellule di origine placentare che erano state aggiunte alle colture.

Questo studio può quindi essere considerato come la dimostrazione della presenza di un retrovirus di verosimile natura endogena nella colture cellulari utilizzate, ma non può essere presentato come la prova dell’isolamento di un retrovirus proveniente da un paziente affetto da Aids.

Soltanto quindici anni più tardi (1997) vennero effettuati degli esperimenti di controllo in due laboratori, uno negli USA e l’altro in Francia. Questi due laboratori hanno pubblicato in maniera congiunta, sulla rivista Virology, i risultati dei loro studi al microscopio elettronico dei gradienti ottenuti da colture cellulari che si ritenevano produttive di Hiv. In entrambi i casi, gli autori hanno osservato una abbondanza di detriti cellulari senza alcuna evidenza accettabile di particelle retrovirali.
Il virus purificato semplicemente non è stato rilevato.

Quasi nello stesso momento, Luc Montagnier venne intervistato dal giornalista Djamel Tahi e finì con l’ammettere che in effetti il presunto Hiv non venne mai purificato nel suo laboratorio.

E’ interessante notare che l’articolo dell’Istituto Pasteur del 1973 che abbiamo citato in precedenza affermava chiaramente che una attività di transcriptasi inversa era presente nei detriti cellulari. Per quanto ciò possa sembrare incredibile, è proprio all’Istituto Pasteur che, dieci anni più tardi, nel 1983, il ruolo dei detriti cellulari sia stato ignorato, mettendo la ricerca sull’Aids su una strada errata che continua da trent’anni.

LE FOTO DEL VIRUS

Sulle riviste di tutto il mondo sono apparse immagini grandiose e variopinte del presunto Hiv, immagini totalmente artificiali e ritoccate al computer.

A livello psicosociale, esibire tali immagini al mondo intero, sia agli scienziati che alla gente comune, equivale ad inviare un messaggio apparentemente limpido e chiaro: l’Hiv è stato effettivamente isolato poiché è possibile vederlo al microscopio elettronico. E questa è una enorme menzogna.

Tutte queste immagini provengono da colture cellulari.

Non una sola di esse proviene direttamente da un malato di Aids, nemmeno da quelli ai quali si attribuisce l’assurda etichetta di avere una “carica virale” elevata.

Tutto porta a credere che nell’articolo di Montagnier del 1983 i retrovirus endogeni del linfocita proveniente dal sangue del cordone ombelicale siano stati attivati dalle condizioni particolari della coltura. Tutte queste colture sono state iperstimolate con sostanze mitogene e stimolanti come la fitoemagglutinina (PHA), il fattore di crescita dei linfociti (TCGF), INTERLEUCHINA 2 e inoltre i corticosteroidi. Ora, tutte queste sostanze sono conosciute come attivanti dell’espressione di retrovirus endogeni presenti in ognuno di noi.

UN PROTOCOLLO NON RISPETTATO

Per poter arrogarsi il diritto di aver dimostrato l’esistenza di un retrovirus specifico bisogna assolutamente rispettare quanto segue:
1. A partire da un prelievo effettuato da un paziente, bisogna ottenere un campione purificato, ovvero ripulito da tutti gli elementi non-retrovirali. Questo campione non deve contenere quindi altro che retrovirus.

2. Analizzare il campione al fine di dimostrare da un lato la presenza di RNA (e non di DNA) e dall’altro la presenza di proteine di origine retrovirale.

3. Il campione va quindi messo in coltura per verificare il fatto che i retrovirus che esso contiene penetrino nelle cellule della coltura (ovvero che avvenga l’infezione).

4. Mettere in evidenza che le cellule infettate inizino a loro volta a produrre altri retrovirus.

5. Verificare che questi nuovi retrovirus così prodotti possiedano le stesse identiche caratteristiche (RNA e proteine) del campione di partenza.

Bene, in tutti gli articoli e le ricerche pubblicate in trent’anni, non esiste una sola équipe di ricerca che abbia lavorato su un campione purificato, il che significa che la prima e indispensabile regola del protocollo non è mai stata rispettata.

Fonte: it.scribd.com

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